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Man Ray, due mostre celebrano l’“artista totale”

À l’Heure de l’Observatoire, les Amoureux (Collection Clo et Marcel Fleiss, Paris © Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE ) 

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Fotografo ma anche pittore, scultore, scrittore, cineasta, ha segnato l’immaginario di un secolo. Gli appuntamenti italiani a 50 anni dalla morte dell’“uomo-raggio” delle avanguardie
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Un topo sgusciato all’improvviso da un angolo della camera oscura fece trasalire Lee, che accese d’istinto la luce. Furono l’errore e lo spavento a produrre una scoperta destinata a segnare la storia dell’arte del Novecento. Era il 1929. L’America era a un passo dal tracollo economico, Parigi era il luogo dove tutti volevano essere: elettrica, insonne, cosmopolita. Lei, Lee Miller, modella e aspirante fotografa newyorchese, viveva a Montparnasse e amava Man Ray, al secolo Emmanuel Radnitzky. Pure lui americano (di Philadelphia), ma francese d’adozione, era noto come il fotografo della luce e lo dichiarava nello pseudonimo flashante “uomo-raggio”. Artista totale, demiurgo visionario, genio eclettico di un’avanguardia eccitata di sperimentazione, era il maestro che la giovane americana voleva fortissimamente conoscere. Il cliché scattò subito e trasformò il mentore in amante.

Ebbene, tornando al topo: come per la penicillina, la serendipità generò l’imprevisto fortunato da cui nacque la…

Un topo sgusciato all’improvviso da un angolo della camera oscura fece trasalire Lee, che accese d’istinto la luce. Furono l’errore e lo spavento a produrre una scoperta destinata a segnare la storia dell’arte del Novecento. Era il 1929. L’America era a un passo dal tracollo economico, Parigi era il luogo dove tutti volevano essere: elettrica, insonne, cosmopolita. Lei, Lee Miller, modella e aspirante fotografa newyorchese, viveva a Montparnasse e amava Man Ray, al secolo Emmanuel Radnitzky. Pure lui americano (di Philadelphia), ma francese d’adozione, era noto come il fotografo della luce e lo dichiarava nello pseudonimo flashante “uomo-raggio”. Artista totale, demiurgo visionario, genio eclettico di un’avanguardia eccitata di sperimentazione, era il maestro che la giovane americana voleva fortissimamente conoscere. Il cliché scattò subito e trasformò il mentore in amante.

Ebbene, tornando al topo: come per la penicillina, la serendipità generò l’imprevisto fortunato da cui nacque la “solarizzazione”, tecnica che abbaglia il negativo ancora a mollo nell’acqua di sviluppo. Così la pellicola, invece di bruciarsi (se il processo è calibrato bene...), restituisce immagini lunari e spettrali, dai profili di velluto e le ombre d’argento. Da quel momento in avanti, i ritratti di Man Ray divennero volti di metallo fuso, ectoplasmi astrali, anime chiare, immateriali e vivide allo stesso tempo. “Solarizzò” allora se stesso, in camicia e cravatta, mentre armeggiava con l’obiettivo. E solarizzò Lee e i suoi capelli di platino. Dora Maar, la famosa compagna straziata da Picasso, guardò in macchina seducente e mitica come un oracolo. Meret Oppenheim, androgina sciamana surrealista, diventò, in quella pellicola inondata di luce, una creatura astrale dalla pelle all’alluminio. Dopo un anno, Meret poserà per un altro scatto memorabile, nuda e tinta d’inchiostro, abbracciata alla ruota di un torchio calcografico, apice ammaliante di erotismo e geometria.

Man Ray, nome d’arte di Emmanuel Radnitzky (1890-1976). (Ben Martin / Getty images) 

Inutile dire che, in epoca di boom della psicanalisi, di corpi intesi come gusci dell’inconscio, di freudiana fragilità dell’io e proiezioni mentali dei nostri desideri più reconditi, la fotografia di Man Ray fu lo specchio di tutto un mondo. E si capisce il titolo della mostra Man Ray: tutto, al via dal 12 settembre alla Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma) che, accanto a una collezione stabile di capolavori di Dürer, Tiziano, Van Dyck, Goya, Canova, Monet, Cézanne e Morandi, presenta 250 opere tra fotografie, dipinti, oggetti, sculture, grafiche, libri e film scelti dai curatori Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi, per celebrare i cinquant’anni esatti dalla scomparsa di Man Ray e ripercorrere, per la prima volta in Italia, “tutta” la sua ricerca. Che non è quella di un fotografo, ma di un artista che usò mirabilmente la fotografia fra i mille mezzi di cui intuì le potenzialità.

Noire et blanche (1926) ( © Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026 Image: Telimage, Paris) 

«Dipingo ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dall’immaginazione, dai sogni o da una spinta inconscia», confessava davanti alle gigantesche labbra di Lee, che immortalò fra le nuvole, tormentato dal suo abbandono. «Non si chiede mai a un pittore quali pennelli usi o a uno scrittore quale macchina per scrivere. Ciò che conta è l’idea, non la macchina», affermava per spiegare i suoi rayographs, le fotografie senza macchina, ottenute poggiando oggetti vari sulla carta fotosensibile: scatole, bottiglie, pinze, molle, pettini o fiammiferi. Marcel Duchamp, il principe delle idee, conosciuto nel New Jersey nel 1915 e da allora amico fraterno e alter ego, ne colse subito il lampo: «Tratta l’apparecchio fotografico come un pennello, come semplice strumento al servizio della mente». André Breton, il padre nobile del Surrealismo che lo invitò ad aderire al gruppo, lo incensava per aver liberato la fotografia dal suo compito documentario e riconobbe nell’uso della luce una forma di impulso psichico, una scrittura automatica.

Tutto, insomma, riconduce la poetica dell’uomo della luce alle regole di un gioco intellettuale caro alla pattuglia d’avanguardia più radicale del secolo: l’amore per la parola e i suoi calembour (come Pain peint, la baguette dipinta di blu), l’ambiguità e il sense of humour, la dimensione onirica e la poesia mista alla provocazione. Come nel piccolo Cadeau, il ferro da stiro tempestato di chiodi, o nel metronomo con l’occhio che batte il tempo e, soprattutto, nel popolare e iconico Violon d’Ingres, la schiena perlacea di Kiki (altra modella e amante…), celebre nella Parigi bohémienne, con due “effe” di violino dipinte sui lombi a mo’ di cassa armonica. Un omaggio alle odalische neoclassiche di Ingres, donne algide sdraiate nei bagni turchi, sensuali e insieme intoccabili.

Le Violon d'Ingres, 1924 (Christie's Images - Scala Firenze, © Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE) 

Mentre le sue foto di moda andavano in pagina (per motivi di sostentamento) su Vogue o Vanity Fair, apprezzate da un pubblico borghese che vedeva nella ricerca estetica contemporanea una forma di conferma del proprio status, nel suo atelier sfilavano figure di primo piano della cultura occidentale: Jean Cocteau e James Joyce, Gertrude Stein ed Ezra Pound, Salvador Dalí e Le Corbusier. La marchesa italiana Luisa Casati Stampa, che aveva sedotto mezza Europa durante la Belle Époque con mise trasgressive e ghepardi al guinzaglio, lo stregò con uno sguardo che l’obiettivo (per un altro errore fortunato...) moltiplicò in quattro occhi di gatta. Col titolo illuminante Il ritratto della mia anima, lo si vedrà bello ipnotico in una seconda mostra dedicata a Man Ray, in programma a Rovigo, a Palazzo Roverella dal 13 novembre.

Cronaca di una tragedia annunciata: dopo un’ultima estate felice in Costa Azzurra nel 1937, che Man Ray trascorse con il suo nuovo amore Ady Fidelin, con Lee Miller e il suo compagno Roland Penrose (poi biografo di Ray), oltre al poeta Paul Eluard con la moglie, Picasso e Dora Maar, Max Ernst e Leonora Carrington, il sogno si trasformò nell’incubo del conflitto e lui prese il largo, da Lisbona, per tornare negli States. Dieci anni di limbo californiano passarono fra mostre, incarichi professionali e set di Hollywood, dove alcuni artisti surrealisti si stavano riciclando (vedi Dalì in Io ti salverò di Hitchcock). Qui realizzò scenografie e ritratti di Ava Gardner che non vennero capiti fino in fondo. Uno rimase pure nel cassetto. Nemo propheta.

Il ritorno nella “sua” Parigi lo riportò alla vita. E al successo. Musei, gallerie e nuovi cicli di opere, fra cui uno scatto teneramente provocante di Catherine Deneuve, in un momento di rilancio glamour del Surrealismo in piena Nouvelle Vague, quando lei recitava nei film necrofili di Buñuel. La “Bella di giorno” spunta fra le pagine dell’autobiografia Self-portrait in cui Man Ray raccontò se stesso attraverso lo sguardo degli altri, salvo poi dichiarare: «In questo libro tutti i personaggi sono sfuocati, solo la mia immagine è netta». Sebbene, in realtà, sfugga da tutte le parti come le sue sciarade di oggetti in libertà. Restituendoci una indole complessa che solo Duchamp, nella voce di un vocabolario immaginario, riassunse perfettamente: “Man Ray, sost. m., sinonimo di gioia, giocare, godere”.

Sul Venerdì del 4 settembre 2026

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