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La Nobel iraniana Narges Mohammadi: "Noi donne cuore della resistenza. Io lotto per restare umana"

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Cantare, ballare, un abito colorato, il makeup... «In Iran sono forme di lotta, un tentativo di riprendersi la propria identità», dice l’attivista, condannata a oltre 30 anni di prigionia. Che ora si racconta in un’autobiografia. E in questa intervista esclusiva
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I capelli ricci e vaporosi faticano a starle dietro, figurarsi ad acconciarsi sotto un velo. La risata fragorosa è capace di bucare anche il silenzio di Evin. Parla ad alta voce, si veste colorata, cammina vistosamente, ride, salta, canta. Ribatte, contesta. Narges Mohammadi è tutto quello che la Repubblica islamica dell’Iran non sopporta, e teme: una donna testarda. E appassionata. Le hanno arrestato il marito, il fratello, l’hanno separata dai figli, l’hanno fatta licenziare, sfrattare, le hanno versato zucchero nel serbatoio dell’auto, l’hanno pedinata, minacciata, arrestata decine di volte. Picchiata. Le hanno somministrato pillole e fatto punture di cui ignorava il contenuto.

Non si è mai arresa. “Non ho rimpianti né rimorsi per ciò che ho sacrificato in nome della giustizia. Sono piena d’amore, di voglia di vivere, di un insopprimibile desiderio di libertà”, scrive la Nobel per la Pace 2023 nella sua biografia edita in Italia da Marsilio, Una donna non si arrende mai, in libreri…

I capelli ricci e vaporosi faticano a starle dietro, figurarsi ad acconciarsi sotto un velo. La risata fragorosa è capace di bucare anche il silenzio di Evin. Parla ad alta voce, si veste colorata, cammina vistosamente, ride, salta, canta. Ribatte, contesta. Narges Mohammadi è tutto quello che la Repubblica islamica dell’Iran non sopporta, e teme: una donna testarda. E appassionata. Le hanno arrestato il marito, il fratello, l’hanno separata dai figli, l’hanno fatta licenziare, sfrattare, le hanno versato zucchero nel serbatoio dell’auto, l’hanno pedinata, minacciata, arrestata decine di volte. Picchiata. Le hanno somministrato pillole e fatto punture di cui ignorava il contenuto.

Non si è mai arresa. “Non ho rimpianti né rimorsi per ciò che ho sacrificato in nome della giustizia. Sono piena d’amore, di voglia di vivere, di un insopprimibile desiderio di libertà”, scrive la Nobel per la Pace 2023 nella sua biografia edita in Italia da Marsilio, Una donna non si arrende mai, in libreria dal 15 settembre.

Narges Mohammadi: "La nostra marcia per la democrazia in Iran continua"

Un’opera dalla genesi rocambolesca: detenute e compagne di cella hanno rischiato grosso per trafugare fuori dal carcere fogli e pezzi di manoscritto. Anche questo colloquio ha seguito percorsi tortuosi. Mohammadi è stata rilasciata su cauzione a maggio, ma è sotto sorveglianza e rischia di tornare in carcere in qualsiasi momento. Come tutti gli iraniani, è intrappolata tra repressione e conflitto: «Nella storia, la tirannia e la guerra si sono spalleggiate a vicenda, impedendo lo sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza». Le donne sono il «cuore della resistenza» a questo stato di cose, dice al Venerdì, evitando però di rispondere direttamente alle nostre domande sull’attualità politica.

Narges Mohammadi (al centro con il velo bianco) davanti al carcere di Evin nel 2004 con le famiglie di alcuni prigionieri. 

Una donna illumina il racconto della sua vita: sua madre Ozra Bazargan. “Mi ha insegnato la libertà”, scrive. Come si insegna a essere liberi?

«Con i comportamenti quotidiani. Mia madre apparteneva a un’epoca in cui la tradizione e la religione permeavano profondamente la società e l’adesione delle donne a questi valori– appesantiti dalla cultura patriarcale – veniva considerata una cifra della loro moralità, del loro onore, della loro rispettabilità. Anche a costo di pagare un prezzo molto alto, mia madre ha sempre cercato di preservare la sua indipendenza intellettuale, i suoi diritti e il suo stile di vita».

Racconta che non smise mai di “truccarsi, di farsi le sopracciglia, di far spuntare qualche capello da sotto il velo”. Erano gesti rivoluzionari?

«Faceva la casalinga ma non ha lasciato che la dipendenza economica dal marito la costringesse ad accettare idee o comportamenti che non condivideva. Si opponeva alle intrusioni del governo nella sfera privata e pubblica delle donne. Mi ha insegnato che le sovrastrutture sociali che negano alle donne una vita normale, i loro diritti e i loro valori, devono essere distrutte e che non bisogna restare ad aspettare che la situazione migliori, né affidarsi al destino e alle speranze: bisogna tirarsi su e andare avanti».

Da bambina era eccitata all’idea di iniziare la scuola, il sogno si fece presto cupo: cosa accadde?

«Io ero più piccola di mia sorella Roya di un anno e mezzo. Ogni mattina mamma le pettinava i capelli, li legava ai due lati con dei nastri cingendole il colletto del vestito con un bel bordo bianco lavorato all’uncinetto, e poi la mandava a scuola tutta bella agghindata. Mentre guardavo Roya immaginavo anche me stessa coi capelli ben pettinati e gli abiti puliti e in ordine, mentre andavo a scuola. E invece, dopo la Rivoluzione islamica, fui costretta ad andare a scuola con un foulard azzurro annodato sotto il mento, un soprabito lungo e largo e pantaloni altrettanto larghi. Perché la legge era cambiata ed era diventata, come si diceva allora, “islamica” ».

Poi all’università l’incontro con l’attivismo e con un’altra dimensione che avrebbe influito sulla sua attività politica: l’alpinismo. Cosa ha imparato in vetta?

«Per scalare il Damavand, la montagna più alta dell’Iran, circa 5.600 metri, io e la mia amica Maryam ci allenammo duramente in un campo da calcio per circa tre mesi, in modo da unirci a un istruttore e a un gruppo composto interamente da alpinisti uomini molto noti nella nostra città. Durante quella salita, fui la prima persona a raggiungere la vetta del Damavand dopo il mio istruttore. La montagna mi ha insegnato a restare saldamente in piedi, ad andare avanti e a non arrendermi, a essere paziente, a perseverare e a tenere lo sguardo rivolto verso la vetta. Mi ha resa resistente, instancabile. Con l’impegno si può raggiungere qualunque obiettivo».

Mohammadi con il marito Taghi Rahmani nel 2005 

Quando è stata arrestata per la prima volta?

«All’università fui fermata, per poche ore, solo perché indossavo un abito arancione, troppo colorato. Il primo arresto serio avvenne nel 2000, fui rinchiusa in una cella di isolamento di un centro di detenzione militare e di intelligence interamente maschile. Io mi immaginavo il carcere come un luogo in cui sia le detenute che le carceriere fossero donne. Invece fui arrestata da uomini e portata in un centro in cui guardie e detenuti erano tutti uomini. Quando dovevo andare in bagno o a fare la doccia, venivo accompagnata da un uomo. La porta restava sempre aperta. Una situazione assolutamente inverosimile».

Cantare, ballare, mostrare i capelli, mettere il rossetto: in che modo questi aspetti della vita quotidiana hanno plasmato la sua consapevolezza politica?

«Io lotto per la vita, per restare umana. Sin da quando ero una bambina delle elementari fino a oggi – che sono una donna di 54 anni – ho vissuto sempre sotto un regime autoritario religioso che ha limitato in modo intollerabile le libertà individuali e sociali, talvolta distruggendole. Ogni volta che la mia vita e la mia libertà sono entrate in contrasto con il potere repressivo del governo, quello è diventato, di fatto, un terreno di resistenza e di lotta. Come donna, non ho nemmeno mai avuto il diritto di scegliere come vestirmi. Quand’ero adolescente, ogni volta che entravo a scuola, c’erano donne col chador e il maqna‘eh nero ferme all’ingresso per controllare che non spuntasse neppure una ciocca di capelli da sotto il nostro velo e che non fosse rimasta neanche una traccia di matita agli angoli dei nostri occhi».

Che cosa succedeva a chi infrangeva le regole?

«Erano autorizzate a punire le ragazze che trasgredivano. In una società in cui il governo considera il canto di una donna un peccato, cantare diventa una forma di lotta, un tentativo di riprendersi la propria identità. In carcere era vietato introdurre rossetto, smalto e matita per gli occhi. Alcune detenute cercavano di far entrare di nascosto dei cosmetici, proprio come facevano uscire clandestinamente i comunicati politici. Truccarsi, cantare e ballare, nonostante le condizioni durissime e insopportabili della prigione, era un modo per dimostrare che la vita continuava anche lì dentro. Anche mentre ero reclusa sono stata processata e condannata al carcere e alla fustigazione sia per aver distribuito comunicati politici che per aver organizzato feste in cui si cantava e si ballava».

Ha trascorso molto tempo in isolamento, che definisce “tortura bianca”. Perché isolarla?

«L’isolamento serve a schiacciare e a distruggere il detenuto, a cancellarne la personalità, l’identità e la dignità umana. È finalizzato a spezzarne la resistenza». Descrive il sistema giudiziario iraniano come “una commedia mascherata da legge”.

Che cosa accade nei tribunali? «Dal 2000 sono stata arrestata quattordici volte e processata dieci in tribunali penali e rivoluzionari. Nei tribunali la prima vittima è la giustizia. Il potere giudiziario non agisce come un sistema indipendente, bensì come un apparato che asseconda la volontà dei servizi di sicurezza. In una società priva di un potere giudiziario indipendente e forte, i processi non possono essere che una messinscena e le sentenze dei tribunali non saranno che fogli decorati con carta intestata dal contenuto contrario alla legge e alla giustizia».

Era in carcere, a Evin, anche quando le fu conferito il Nobel per la pace. Che cosa ricorda?

«Era venerdì e il braccio femminile era l’unico, tra tutte le prigioni, a non concedere telefonate il giovedì e il venerdì. Una delle mie compagne di detenzione, il cui marito si trovava nel reparto maschile, dall’altra parte del muro, durante una telefonata – quella che chiamavamo una telefonata “da braccio a braccio” – venne a sapere che ero stata proclamata vincitrice del Premio Nobel per la Pace. In quel preciso momento, la sua voce si unì a quelle delle altre detenute che gridavano “Donna, vita, libertà” e “Libertà, libertà, libertà” e il braccio femminile del carcere di Evin si sollevò in festa».

Che cos’è per lei Evin?

«Il luogo in cui ho sopportato sofferenze da toglierti il respiro ma anche in cui ho vissuto la resistenza. Il luogo in cui ho incontrato per l’ultima volta i miei figli Kiana e Ali, quando avevano otto anni e mezzo. Il luogo in cui, quando mio padre morì e non mi fu concesso di uscire per partecipare al funerale, gli dissi addio in un angolo silenzioso del mio letto. Il luogo in cui, nella sala colloqui, vedevo gli occhi pieni di lacrime di mia madre che mi guardava con dolore e poi tornavo al mio letto col cuore pesante. Per me Evin rappresenta l’incarnazione della sofferenza, della tortura e della frustrazione che tormentano l’anima dei detenuti. Ma l’altra faccia della medaglia è che è proprio per questo che viviamo. In realtà è proprio questo il senso della vita: la lotta per conquistare la libertà, la giustizia e la democrazia. È parte di un cammino costellato di alti e bassi, durante il quale canto a squarciagola la canzone della vita con motivazione, entusiasmo e passione. E con il rossetto sulle labbra bacio la libertà in volto, stringendo in un abbraccio caldo e gentile l’umanità, la dignità e la sorellanza».

Si è separata dai suoi figli per poter continuare l’attività politica in Iran. Si è mai pentita di questa scelta?

«Ogni volta che ho cercato di descrivere la separazione da Kiana e Ali durante i miei arresti – quando avevano tre anni e mezzo, cinque anni e mezzo e otto anni e mezzo – ho avuto la sensazione di ridurre la sofferenza che avevo realmente vissuto a parole che non sarebbero mai state in grado di contenere il mio dolore e i miei sentimenti di madre. Quelle sofferenze non possono essere racchiuse in una fotografia, in un film o nelle parole scritte sui fogli. Sono enormi, pesanti e dense. Così pesanti che, quando cerco di descriverle, sento il mio corpo spezzarsi. Questo dolore non mi ha fermato. Non ho avuto la meglio su quel dolore. È come se vi fossi bruciata dentro, ma poi ho mosso un altro passo e sono andata avanti. Non so, e forse non saprò mai, se i miei figli siano in grado di raccontare ed esprimere la propria sofferenza. Come hanno fatto a resistere sotto il peso di quel dolore? Mi perdoneranno per aver imposto una tale sofferenza a bambini che avevano appena tre anni e mezzo? Non so se, nelle notti trascorse lontani, quando chiedevano la ninna nanna della mamma, nei loro cuori ci fosse ancora un posticino per me. La verità è che tutto ciò che hanno vissuto è stata una conseguenza delle mie scelte, mentre loro non avevano alcuna possibilità di scegliere. Dopo undici anni senza vederli, provo un terrore che a volte mi spinge verso un’incertezza difficile da respingere».

Narges con i figli Kiana e Ali, appena nati, nel 2006. 

Che cosa vorrebbe che i suoi figli imparassero dalla sua storia?

«Per promuovere l’umanità e conseguire i diritti umani e una pace duratura e universale per chiunque in ogni parte del mondo, bisogna lottare senza sosta e senza esitazioni. La vita è bella e ricca di significato e non le si possono imporre limiti. La vita tende all’infinito, vale a dire alla libertà, alla giustizia, alla prosperità e alla dignità umana. La misura del valore della vita, della libertà e della giustizia per ciascuno determina la forza con cui questo lotterà e resisterà».

Sul Venerdì dell’11 settembre 2026

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