Ha dovuto pagare per uscire di prigione, per affittare un’ambulanza e provare a mettersi in salvo. L’hanno fatto i suoi familiari per lei, perché Narges Mohammadi adesso è fragile, ferita, non ha le forze, è sorvegliata a vista. Ma almeno, finalmente, nelle mani dei suoi medici fidati. È arrivata all’ospedale Pars di Teheran sabato, in condizioni critiche dopo quelli che si sospettano essere stati due arresti cardiaci mentre era detenuta nella prigione di Zanjan, nel nordovest dell’Iran, il 24 marzo e il primo maggio, e dopo dieci giorni in terapia intensiva nell’ospedale della città che non aveva i mezzi per curare il suo corpo sfinito da anni di prigionia. Ha perso quasi 20 kg in carcere, subito dopo il primo attacco faticava persino a camminare: la reggevano le infermiere.
Premio Nobel per la pace 2023, Mohammadi è il simbolo e l’anima della lotta per i diritti umani e contro la pena di morte in Iran. Il mondo la conosce, il sistema della Repubblica islamica la teme. «Stavano cercando di sbarazzarsi di persone come Narges, detenute in prigione, negandole le cure», denuncia il fratello Hamidreza che vive a Oslo. La famiglia ha chiesto per settimane che venisse trasferita in ospedale a Teheran, dove l’equipe che la segue da sempre avrebbe potuto stabilizzare le sue condizioni, la pressione sanguigna che fluttua come in tempesta e mette a rischio la sua vita. «Si sono opposti con veemenza, solo grazie all’attenzione della comunità internazionale e alla pressione pubblica hanno dovuto retrocedere». E adesso le stanno con il fiato sul collo.
Nell’ambulanza che la famiglia ha dovuto pagare di tasca propria, dopo aver sborsato molti denari per la cauzione, c’era sua sorella, Roya, che vive in Iran. Ma a differenza delle innumerevoli altre volte in cui Mohammadi è stata rilasciata dal carcere per motivi medici non è stato pubblicato nessun video, nessuna immagine. Non ci sono dichiarazioni, parole, le frasi pungenti che la Nobel ha sempre pronunciato appena rimesso il piede in libertà. «È sotto stretta sorveglianza». Le telefonate con Teheran sono complicate e brevi, suo fratello l’ha vista solo in foto, in ospedale, «molto debole, molto dimagrita». Quasi «irriconoscibile», dice la sua avvocata francese, Chirinne Ardakani, che assiste anche il marito di Narges, Taghi Rahmani, esule a Parigi con i loro figli da più di dieci anni.
La comunità internazionale, le associazioni per i diritti umani, il comitato per il Nobel, chiedono alla Repubblica islamica di liberarla, di cancellare le accuse di “propaganda contro lo stato” che le sono costate già dieci anni in carcere e che ne valgono altri 18 ancora da scontare. Teheran tace.