L'America ribelle di Jean-Pierre Laffont: "così fotografai gli anni 70 e il primo Gay Pride"
di Alba SolaroLa maglietta bagnata fradicia, le dita a V in segno di vittoria: la ragazza nella foto sulla copertina di Rebels with a cause (Damiani editore) «è una delle migliaia di giovani che si radunarono al Reflecting Pond, la grande vasca davanti al Lincoln Memorial di Washington, il weekend successivo al massacro della Kent State University, ha presente? Quando la Guardia nazionale sparò sugli studenti che protestavano contro la guerra in Vietnam. Ne uccise quattro» ricorda Jean-Pierre Laffont, leggendario decano del fotogiornalismo.
Anche oggi si muore nelle strade d’America ma non è la stessa cosa. «Ho scelto quella foto per la copertina del libro perché mi piace l’energia che trasmette il gesto della ragazza». È l’energia di una società che si stava trasformando sotto la spinta del femminismo, dei cortei contro la guerra, per i diritti dei neri, degli hippie, degli scandali come il Watergate. E ovunque ci fosse turbolenza, Laffont era lì, pronto a scattare.
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La maglietta bagnata fradicia, le dita a V in segno di vittoria: la ragazza nella foto sulla copertina di Rebels with a cause (Damiani editore) «è una delle migliaia di giovani che si radunarono al Reflecting Pond, la grande vasca davanti al Lincoln Memorial di Washington, il weekend successivo al massacro della Kent State University, ha presente? Quando la Guardia nazionale sparò sugli studenti che protestavano contro la guerra in Vietnam. Ne uccise quattro» ricorda Jean-Pierre Laffont, leggendario decano del fotogiornalismo.
Anche oggi si muore nelle strade d’America ma non è la stessa cosa. «Ho scelto quella foto per la copertina del libro perché mi piace l’energia che trasmette il gesto della ragazza». È l’energia di una società che si stava trasformando sotto la spinta del femminismo, dei cortei contro la guerra, per i diritti dei neri, degli hippie, degli scandali come il Watergate. E ovunque ci fosse turbolenza, Laffont era lì, pronto a scattare.
Si era fatto le ossa fotografando i divi del cinema ma gli interessava di più documentare il mondo. «Dopo gli Stati Uniti ho fotografato il risveglio della Cina, ho passato due anni in India a seguire Indira Gandhi fotografando di tutto: dalla mucca al mendicante fino alla bomba atomica. Sono stato a lungo anche in Russia. Ho documentato le rivoluzioni africane, in Angola e in Mozambico. Sono stato testimone dell’evoluzione del mondo e dei suoi mutamenti».
Ora ha 91 anni, scrolla la testa affacciato su Zoom. «Non vado più in strada, non faccio foto attiva, lavoro sul mio archivio insieme a Eliane, mia moglie, che è una straordinaria photo editor (fondatrice dell’ufficio americano dell’agenzia Gamma, ndr). Mi tengo informato attraverso i notiziari. Li seguo in tv da quando mi sveglio al mattino a quando vado a dormire la sera. È la mia dipendenza».
Nato in Algeria nel 1935, cresciuto in Marocco, studi di fotografia in Svizzera, Laffont è arrivato a New York nel 1965 e non se n’è più andato. Si è innamorato dell’America che incontrava in strada, nei ghetti, alle manifestazioni, testimone straordinario di un mondo che non c’è più ma che dà coraggio rivedere, a due mesi dalle elezioni di midterm, nelle pagine di Rebels with a cause. Sono 156 foto d’archivio selezionate con Eliane.
Ci spiega meglio chi sono i “ribelli con una causa”? «Ovviamente sono gli studenti che protestavano contro la guerra in Vietnam, i gay che chiedevano libertà sessuale, le donne che lottavano per il diritto all’aborto, i neri delle gang. È una lunga lista. Ma devo fare una precisazione: io ho sempre distinto tra ribellione e rivoluzione. Tra chi protesta perché c’è qualcosa che vuole cambiare, e chi vuole distruggere tutto e sovvertire un sistema. Ecco, a me interessano i primi».
Com’è stato il primo impatto con l’America quando è arrivato nel 1965? «Sono atterrato a New York senza un soldo e con un visto che mi imponeva delle limitazioni. Così, per un certo periodo ho lavorato per un fotografo che seguiva la moda, le star, prima di dedicarmi a ciò che volevo fare davvero: il fotogiornalismo. Ottenni l’accredito ufficiale e iniziai a collaborare con l’agenzia di stampa Gamma di Parigi, il che mi diede la possibilità di accreditarmi come reporter alle Nazioni Unite, alla Casa Bianca e in molti altri contesti. New York era allo sbando, sull’orlo della bancarotta. Mucchi di spazzatura davanti alle case, la metropolitana che spesso non funzionava, la gente nel Bronx e a Brooklyn che non pagava più l’affitto e i proprietari di casa che per buttarli fuori davano fuoco agli edifici. Regnava il caos. Eppure non ho mai provato paura».
In effetti i Savage Skulls nelle sue foto sorridono, non sembrano la temibile gang che erano. «Gli Skulls erano in gamba, lottavano contro gli spacciatori della loro zona. Non avevo bisogno di chiedergli di mettersi in posa, a dire il vero non chiedevo mai a nessuno di mettersi in posa. E non ho mai chiesto il permesso per fare una foto. Non è nella mia natura».
Tornando ai ribelli, come ha iniziato a fotografarli? «Con la guerra del Vietnam. Mi sconvolse che il reclutamento dei giovani soldati avvenisse con una lotteria».
Una lotteria. «Venivano chiamati con un sistema di sorteggio casuale, basato sulle date di nascita. In altre parole, poteva capitare che in una casa entrambi i figli fossero spediti in Vietnam, e nella casa di fronte nessuno. Un’ingiustizia assurda. Venivo dall’esperienza della guerra d’Algeria, non mi capacitavo che si mandassero i ragazzi in guerra con una lotteria. Ho iniziato da lì a documentare come l’America stava evolvendo».
Femministe, hippie, gang: aveva un soggetto preferito? «Erano tutti fantastici. Ma sono particolarmente orgoglioso di aver fotografato il primo Gay Pride, nel giugno del 1970. È stato qualcosa di straordinario perché quelli erano ribelli felici. Felici di mostrare la propria diversità, di farsi finalmente vedere da tutti mentre si baciavano, si toccavano. Era una forma di ribellione diversa rispetto alle lotte nei ghetti o agli scontri tra bande. Sapevo quanto fosse dura per loro».
Come mai? «Il secondo marito di mia madre era un ginecologo che aveva sviluppato una tecnica pionieristica nella chirurgia per la transizione di genere. Ricordo i suoi pazienti che venivano a casa, le loro storie di emarginazione e dolore».
Si riconosceva nell’idea di libertà della controcultura hippie? «Io credo principalmente nella libertà di un fotografo. Non mi è mai piaciuto lavorare su commissione, fotografo ciò che vedo, non ciò che mi chiedono di ritrarre. E non mi colloco né a sinistra né a destra. Molti miei amici, che hanno opinioni diverse dalle mie, fotografano solo ciò che accade nell’area della sinistra. Di ciò che accade a destra non si curano; per loro non è importante. Io ho sempre fotografato entrambe le parti allo stesso modo».
Per esempio? «Negli anni 80 sono andato a documentare la crisi degli agricoltori americani, strangolati dai tassi delle banche. Per due anni ho fotografato i pignoramenti di massa delle aziende da parte delle banche, restando sempre al fianco degli agricoltori. E furono le loro mogli a salvarli, a sostenerli quando si unirono per formare una comunità, battersi e uscire dalla crisi. Alcuni di loro facevano parte del Ku Klux Klan e mi invitarono a documentare le loro attività. Non mi tirai indietro: per me era tanto interessante quanto fotografare le gang del South Bronx».
Una volta ha detto che una foto può cambiare il mondo, lo pensa ancora? «Le racconto questo. Anni fa mi trovavo in Pakistan, stavo fotografando una sommossa contro Ali Bhutto. Ero con un amico della Pakistan Press Association che mi faceva da interprete. Per tutto il giorno in mezzo agli scontri ci era rimasto attaccato un ragazzino con due bottiglie di Coca-Cola in mano. “Sta aspettando che ti venga sete per vendertele”, mi disse l’amico. Mi venne da piangere, a causa dei gas lacrimogeni ma anche per la mia stupidità. Sin dalla mia infanzia sono stato circondato da bambini che lavorano. Il bambino che ci vendeva i giornali, la bambina che tesseva tappeti in casa, quelli nei campi a badare agli animali, senza andare a scuola. Ho deciso che dovevo fare qualcosa. Per un anno, a mie spese, ho girato 15 Paesi dove lo sfruttamento dei bambini era endemico. Pakistan, Turchia, Egitto, Marocco, Thailandia, Filippine. Li ho fotografati al lavoro nelle discariche tra i rifiuti, nelle fornaci di mattoni, nelle miniere, nelle fabbriche di vestiti. La situazione oggi forse è un po’ diversa, lo spero. A volte le foto che raccontano una realtà possono aiutare il cambiamento».
Sul Venerdì del 18 settembre 2026