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Cuzzocrea: Il tempo di lasciarli andare

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Quando i figli cominciano l’ultimo primo giorno di scuola e finiscono i giochi
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Qualche sera fa, mentre tornavo alla casetta abitata nei miei giorni veneziani, passando per i vicoli incantati di Dorsoduro, ho sentito un rumore familiare. Era quello di un pallone che rimbalzava sul linoleum di un palazzetto, unito alle voci di ragazzi che stavano evidentemente facendo un allenamento. Si sentiva anche l’allenatore, mentre dava le sue direttive.

C’erano – dove non me le aspettavo – una scuola e una palestra. Non so dire perché, ma mi è venuta una fitta allo stomaco. Una di quelle che ti prendono quando ti assale la nostalgia. Improvvisamente ho ricordato cosa fosse per me quel rumore, tanti anni fa. La spensieratezza di giocare a pallavolo divertendomi pur sapendo che non sarebbe stata una parte importante della mia vita. Troppo bassa, troppo schiappa. Eppure, mi rendeva felice. Ma non era per me, quel magone.

Era per il diciottenne, che mi ha annunciato che lascia il tennis e ha dovuto sopportare una madre che l’ha presa malissimo. Devi fare almeno uno sport, hai b…

Qualche sera fa, mentre tornavo alla casetta abitata nei miei giorni veneziani, passando per i vicoli incantati di Dorsoduro, ho sentito un rumore familiare. Era quello di un pallone che rimbalzava sul linoleum di un palazzetto, unito alle voci di ragazzi che stavano evidentemente facendo un allenamento. Si sentiva anche l’allenatore, mentre dava le sue direttive.

C’erano – dove non me le aspettavo – una scuola e una palestra. Non so dire perché, ma mi è venuta una fitta allo stomaco. Una di quelle che ti prendono quando ti assale la nostalgia. Improvvisamente ho ricordato cosa fosse per me quel rumore, tanti anni fa. La spensieratezza di giocare a pallavolo divertendomi pur sapendo che non sarebbe stata una parte importante della mia vita. Troppo bassa, troppo schiappa. Eppure, mi rendeva felice. Ma non era per me, quel magone.

Era per il diciottenne, che mi ha annunciato che lascia il tennis e ha dovuto sopportare una madre che l’ha presa malissimo. Devi fare almeno uno sport, hai bisogno di scaricare, non c’è ragione di lasciare l’ultimo anno di liceo, perché non rallenti e basta, non è che si gioca solo se poi si va a Wimbledon, non sono d’accordo, riflettici ancora, e poi come ti tieni in forma?

Non so quante di queste stupidaggini gli abbia detto, trovandomi davanti un muro, ma ho capito che il mio problema non era il tennis. Non poteva esserlo, visto che non sono mai stata una madre che va ai tornei, incita, segue, compra il Polase sport (una volta vostro onore). Sono piuttosto la madre che si preoccupa della pubalgia, che dice non esagerare magari tre ore di allenamento poi una partita di calcetto e il giorno dopo un torneo è troppo.

Eppure, quell’abbandono, lo vivo come una tempesta. Non ho più un figlio impegnato “nelle attività”. Non ho più un ragazzino i cui tempi sono scanditi dalla scuola, l’inglese, lo sport, la musica. Crescere significa scegliere e lasciare andare qualcosa senza sapere cosa verrà dopo. L’ho fatto anch’io, l’ultimo anno di liceo.

Ho lasciato la pallavolo e il pianoforte perché volevo prepararmi per la maturità e capire quel che sarei stata dopo. Ho smesso di fare cose su cui non puntavo, togliendomi anche il piacere di farle, preoccupata di dover trovare la mia strada. Ho smesso perfino di disegnare, perché avevo conosciuto persone infinitamente più brave di me. Nel tempo, mi sono pentita di tutti gli abbandoni. Avrei potuto concedermi ancora un po’ di palleggi, e di Bach, e di matite, perché non è che la vita corra così in fretta, nonostante il mondo ce lo faccia pensare.

Ma il punto è un altro: non è neutro, e non ti lascia indifferente, un figlio che comincia il suo ultimo primo giorno di scuola. Che non avrà più i pomeriggi scanditi del bambino, ma quelli scelti dell’adulto. È tutto qui, il magone. Vederli crescere, lasciarli andare.

Sul Venerdì del 21 settembre 2026

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