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Keith Haring: un addio grande 180 metri quadrati

Keith Haring (1958-1990) al lavoro su Tuttomondo dipinto nel giugno del 1989 sulla parete esterna del convento della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa (Tuttomondo © Keith Haring Foundation courtesy of Andrea De Gioia-Young B&V) 

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È il murale Tuttomondo realizzato dall’artista americano a Pisa un anno prima di morire. Un film girato all’epoca, e ora ritrovato, ne racconta la storia
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Una mattina di primavera del 1989 l’assessore alla cultura del Comune di Pisa Lorenzo Bani, giovane socialista entrato in politica dal mondo dello sport, apre sbuffando la porta del suo ufficio di Palazzo Lanfranchi. Si lamenta che continuano ad assillarlo per il progetto di un murale che un artista americano vorrebbe dipingere in città. Non ha neanche capito come si chiama questo artista: “Un certo Arin” dice. Le colleghe presenti fanno un balzo sulla sedia. Da lì, ci volle pochissimo per capire che si trattava di Keith Haring, enfant terrible della scena newyorkese e star dell’arte internazionale. L’opera che di lì a poco avrebbe realizzato a Pisa, l’ultima pubblica prima di morire a causa dell’Aids a soli 31 anni e destinata a diventare il suo testamento artistico, è il murale Tuttomondo, che ancora oggi campeggia in un’esplosione di figure danzanti non lontano da piazza dei Miracoli, meta di turismo quasi quanto i monumenti medievali.

È il lascito di una delle storie più appassion…

Una mattina di primavera del 1989 l’assessore alla cultura del Comune di Pisa Lorenzo Bani, giovane socialista entrato in politica dal mondo dello sport, apre sbuffando la porta del suo ufficio di Palazzo Lanfranchi. Si lamenta che continuano ad assillarlo per il progetto di un murale che un artista americano vorrebbe dipingere in città. Non ha neanche capito come si chiama questo artista: “Un certo Arin” dice. Le colleghe presenti fanno un balzo sulla sedia. Da lì, ci volle pochissimo per capire che si trattava di Keith Haring, enfant terrible della scena newyorkese e star dell’arte internazionale. L’opera che di lì a poco avrebbe realizzato a Pisa, l’ultima pubblica prima di morire a causa dell’Aids a soli 31 anni e destinata a diventare il suo testamento artistico, è il murale Tuttomondo, che ancora oggi campeggia in un’esplosione di figure danzanti non lontano da piazza dei Miracoli, meta di turismo quasi quanto i monumenti medievali.

È il lascito di una delle storie più appassionanti dell’arte contemporanea, che verrà raccontata il 1° ottobre al Lucca Film Festival dove sarà presentata in prima mondiale la versione integrale del documentario Tuttomondo diretto da Andrea Soldani e prodotto da Andrea De Gioia. Ventotto minuti che ripercorrono i quattro giorni da leggenda trascorsi da Haring nella città toscana nel giugno del 1989.

La vicenda del murale è nota, ma il film che fu girato in quei giorni no. Lo realizzarono Andrea De Gioia, Roberto Burchielli e Andrea Soldani, all’epoca filmaker esordienti e fondatori di Interferenze, una delle prime società di produzione video. Accompagnarono Haring per la città a bordo di una carrozzella, mentre scattava Polaroid a ogni angolo. Erano con lui in piazza dei Cavalieri di fronte alla statua di Cosimo de’ Medici, e all’affresco del Trionfo della Morte al Camposanto monumentale. Suggestioni che reinterpretò nel suo stile proprio in Tuttomondo. «La Toscana era, per un americano colto come Keith, l’origine stessa dell’arte» racconta De Gioia, a cui poi Haring regalò le foto. Entusiasta dell’esperienza pisana, lo street artist avrebbe voluto proiettare il film l’anno successivo a New York, ma la malattia non gli lasciò il tempo. E il film è rimasto negli archivi per oltre trent’anni, impantanato in questioni di diritti con la Fondazione Haring. Fino a oggi. A rendere la proiezione di Lucca unica, è anche il rocambolesco ritrovamento, tre anni fa a Roma, di un inedito corpus di opere digitali firmate da Haring, che per la prima volta si potranno vedere all’interno del documentario.

Ma per capire bisogna tornare a quel 1989, quando a Pisa improvvisamente si aprì una finestra sul mondo. Due anni prima Roberto Castellani, viticoltore pisano in viaggio a New York col figlio 17enne, aveva incontrato Haring per strada. Lo avevano riconosciuto, avvicinato e nel suo studio di Bleecker Street gli avevano fatto una proposta audace: «Vieni da noi a realizzare un murale». Haring aveva accettato, senza chiedere alcun compenso. Secondo De Gioia «sapeva di essere malato, era felice di lasciare la Grande Mela e fuggire dalle pressioni del mercato dell’arte per ritrovare la spontaneità degli inizi». Venne scelta la grande parete della canonica di Sant’Antonio. Haring, autore dei Ten Commandments, non era esattamente un pittore da pala d’altare, ma il priore, padre Luciano Masetti, prete di strada con un passato nelle missioni, accolse con favore il progetto e quando Haring vide dove avrebbe dipinto, sussurrò: «Come Matisse...» pensando alla Chapelle du Saint-Marie du Rosaire di Vence, il lavoro finale del maestro francese. E così fu anche per lui.

Fu un happening. Per quattro giorni, sotto una pioggia di musica hip hop che usciva da un registratore sul ponteggio, Haring dipinge senza bozzetti 180 mq di superficie. Sotto, la piazza diventa un teatro spontaneo di breakdancer, appassionati di pop art e gente comune. Tutto viene ripreso da una telecamera montata su un’autogru. «Fu in quel momento che ci venne un’idea» racconta De Gioia. «Proponemmo a Keith di creare disegni elettronici da inserire nel film. Lui aveva già fatto computer art con Warhol, Basquiat e Frank Stella». Nell’89 in Italia esisteva un solo computer per la grafica digitale, un Quantel Paintbox da centinaia di milioni di lire, che si trovava alla Sbp, società di servizi tv di Roma. «Dipingere sopra le foto è un’operazione che oggi qualsiasi smartphone può fare, ma all’epoca era fantascienza».

Così, finito il murale, Keith vola a Roma e per due giorni lavora al Paintbox affiancato dai registi, dipingendo digitalmente sopra le sue 58 Polaroid. Undici di questi disegni vengono subito montati nel film. Poi Keith riparte, ma nel febbraio 1990 muore, e del film non se ne fa più nulla. Fino a che, nel 2022, arriva la svolta. Il fotografo newyorkese Adrian Wilson, collezionista d’arte digitale, viene a sapere dell’esistenza della pellicola Tuttomondo e intuendone il valore, contatta De Gioia. Ma ha un dubbio: possibile che Haring abbia eseguito solo gli undici disegni scelti dal regista? Dov’è tutto il materiale scartato? Comincia così la lunga ricerca negli archivi della romana Sbp, nel frattempo fallita, e un anno dopo, a casa di un ex dipendente in pensione, viene ritrovato il nastro Betacam con i lavori mai utilizzati.

Un tesoro rimasto sepolto per 34 anni, composto da 70 disegni digitali inediti e 15 animazioni originali. Una vera e propria “Collezione Tuttomondo”, che è stata inserita nei titoli di coda e nel film, e per la quale si pensa già a una mostra, magari nel 2030, per i 40 anni dalla morte di Haring. Tra i disegni ritrovati ci sono i suoi omini abbracciati alla torre pendente, accoccolati sui muri del centro, che fanno capolino dal Lungarno. Un immaginario inconfondibile che oggi torna alla luce. Dopo la proiezione strettamente privata tenuta nel 2025 al The Center, la “casa” della comunità Lgbtq+ newyorkese, quella di Lucca sarà la prima occasione pubblica di riscoprirlo.

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