✕

In Israele c’è anche chi dice pace

La manifestazione a Tel Aviv nel novembre 2025 per ricordare Ytzhak Rabin a trenta anni dalla morte. L’assassinio del premier nel 1995 è stato un colpo da cui il cosiddetto fronte della pace” non si è mai ripreso. Shir Torem / reuters / contrasto (reuters)

Ascolta l'audio

Pochi e sotto attacco, ma nel Paese dominato da Netanyahu & Co. coloro che vogliono un futuro diverso ci sono ancora. E al voto del 27 ottobre promettono di farsi sentire. Reportage
4 minuti di lettura

TEL AVIV. L’incrocio fra Da Vinci e Kaplan street a Tel Aviv è un posto famoso: il luogo dove, durante le manifestazioni, si riuniscono i rappresentanti del “fronte della pace”, ovvero coloro che, in modo diverso, chiedono una soluzione negoziale alla questione palestinese. Se lo frequenti per un po’, i visi diventano familiari, e non è un buon segno. «Vuol dire che siamo pochi e sempre gli stessi», mi dice un’attivista con aria ironica. Scherza, ma quello della solitudine è da sempre un tema ricorrente quando si parla con gli attivisti o con gli intellettuali israeliani.

Negli ultimi anni, dopo il 7 ottobre 2023, lo è diventato ancora di più. Un sondaggio del Pew research center condotto fra febbraio e marzo del 2025 dice che solo il 21 per cento degli israeliani pensa che una coesistenza pacifica con i palestinesi sia possibile, la percentuale più bassa da quando il centro ha iniziato a condurre questo tipo di sondaggi nel 2013. Non devono trarre in inganno le grandi manifestazioni …

TEL AVIV. L’incrocio fra Da Vinci e Kaplan street a Tel Aviv è un posto famoso: il luogo dove, durante le manifestazioni, si riuniscono i rappresentanti del “fronte della pace”, ovvero coloro che, in modo diverso, chiedono una soluzione negoziale alla questione palestinese. Se lo frequenti per un po’, i visi diventano familiari, e non è un buon segno. «Vuol dire che siamo pochi e sempre gli stessi», mi dice un’attivista con aria ironica. Scherza, ma quello della solitudine è da sempre un tema ricorrente quando si parla con gli attivisti o con gli intellettuali israeliani.

Negli ultimi anni, dopo il 7 ottobre 2023, lo è diventato ancora di più. Un sondaggio del Pew research center condotto fra febbraio e marzo del 2025 dice che solo il 21 per cento degli israeliani pensa che una coesistenza pacifica con i palestinesi sia possibile, la percentuale più bassa da quando il centro ha iniziato a condurre questo tipo di sondaggi nel 2013. Non devono trarre in inganno le grandi manifestazioni che si sono tenute lo scorso anno. Quella che settimana dopo settimana è salita, fino a fare scendere in piazza centinaia di migliaia di persone in tutto Israele, è stata una marea nel nome degli ostaggi da riportare a casa e dei soldati da proteggere da un’offensiva che non aveva più nessun obiettivo militare da raggiungere. A chiedere un approccio diverso alla questione palestinese, a Gaza ma anche ai Territori occupati della Cisgiordania, era una minoranza dei manifestanti, che nei mesi si sono – o sono stati – tenuti lontani anche dalle folle riunite attorno alla Piazza degli ostaggi o all’ingresso del ministero della Difesa a Tel Aviv.

Visibili grazie ai social

Le magliette viola di Standing Together, i cartelli neri e rossi di Looking occupation in the eye, le insegne bianche di Women Wage Peace, il grigio e verde di Breaking the Silence. Piccoli punti nella mappa di una protesta che già di per sé era minoritaria: nonostante le prime pagine e le aperture delle televisioni, Israele, l’intero Israele, non è mai sceso in piazza in maniera massiccia nel nome degli ostaggi o di Gaza. Non ci sono stati scioperi generali né blocchi dei trasporti: la maggioranza silenziosa – quella che per trent’anni ha tenuto al potere Benjamin Netanyahu – ha consentito di mandare avanti la guerra e con essa il governo, anche quando non era del tutto d’accordo con le sue azioni. E lo ha fatto proprio non facendo rumore, non chiedendo la rimozione dell’esecutivo. Eppure, sarebbe ingeneroso dire che “il fronte della pace” sia rimasto fermo, o che non abbia cercato risposte. Così non è: la violenza che il governo ha messo in campo a Gaza e in Cisgiordania ha svegliato o ri-svegliato la coscienza di migliaia di persone. Agli attivisti degli anni di Oslo si sono affiancati tantissimi ragazzi che – anche grazie a un uso sapiente dei social network – hanno mostrato al mondo l’altra faccia di questo Paese, con giovani uomini e donne che hanno rischiato l’arresto, e che in qualche caso lo hanno anche subito, per tentare di far arrivare a Gaza camion di cibo. Obiettori di coscienza che hanno trasformato il “no” in una pubblica manifestazione di disprezzo per le azioni dell’Idf. Uomini e donne, religiosi e laici, che sono stati aggrediti, picchiati e minacciati per aver difeso il diritto dei palestinesi ad accedere alle loro terre durante la raccolta delle olive. Personalità della cultura che hanno usato le piattaforme a loro disposizione per dire “no”.

«Non possiamo far finta di nulla mentre a Gaza è in corso un genocidio», disse dal podio il direttore d’orchestra Ilan Volkov nel settembre del 2025 al termine di un concerto a Londra in un video diventato virale sul web. Pochi giorni dopo, veniva arrestato al confine con Gaza mentre manifestava con altri membri di Standing Together. «Io sono israeliano e dunque sono privilegiato perché godo di libertà di movimento e di accesso alla giustizia. Usarli per appoggiare i palestinesi è il minimo che posso fare. Non per appoggiare i terroristi, ma la gente normale. Questo va specificato, perché nel mio Paese c’è chi dice che ogni palestinese è un terrorista, che i bambini che abbiamo ucciso sarebbero diventati terroristi. Io mi vergogno. Gli israeliani continuano a dire che sono sotto la minaccia del terrorismo: è vero, ma non si può usare il 7 ottobre per giustificare tutto», mi spiegò quando, dopo il rilascio, riuscimmo a parlare.

Urne aperte

La sfida ora, per lui come per molti altri, è fare di tutta questa energia una forza capace di influenzare la politica di un Paese che, da tempo ormai, ma in modo particolare negli ultimi tre anni, si è spostato a destra in maniera decisa e costante. Gli attivisti questo lo hanno ben chiaro, come hanno ben chiaro che nessuno dei partiti attualmente sulla scena politica è in grado di rappresentare le loro istanze. Non lo è neanche la sinistra dei Democratici, il movimento che ha riunito sotto un’insegna unica le formazioni storiche del Labour e di Meretz, e che oggi è guidato dal carismatico Yair Golan: ex vice capo di Stato maggiore dell’Idf, eroe del 7 ottobre (salvò molti ragazzi dalla strage di Re’im portandoli via da solo, sulla sua auto), quando era ancora in divisa si giocò la carriera in un discorso durissimo – era il 2016 – in cui metteva in guardia dalle tendenze estremiste della società israeliana, paragonandole a quelle della Germania degli anni Trenta. Golan, nonostante tutto questo, rappresenta un Israele che vede nella forza e nella superiorità militare le chiavi del rapporto con i palestinesi. «Serve un’idea diversa. Perseguire la vendetta non mi restituirà i miei genitori e creerà invece lo spazio per altri 7 ottobre o altre guerre», sostiene da Nazareth Maoz Inon, imprenditore turistico, uomo del dialogo e figlio di due delle vittime del 7 ottobre 2023.Magliette viola Dal dolore Maoz – come quello dei figli di altri pacifisti uccisi il 7 ottobre – è uscito rafforzato nell’idea che sia necessario trovare un’altra strada per il domani. Il futuro è la pace è il titolo del libro che ha scritto con Aziz Abu Sarah, palestinese che come lui ha perso i genitori nel conflitto. Ed è stato il tema centrale dell’intervento che ha fatto nella primavera del 2025, a Gerusalemme, durante la conferenza che ha riunito le anime del “fronte della pace”: un incontro cui hanno partecipato migliaia di persone alla ricerca di un cammino condiviso verso un voto, il prossimo, che si annuncia decisivo. «Se non siamo insieme non andremo da nessuna parte», è l’idea di Maoz. La stessa che, qualche mese dopo, ha animato ad Haifa l’incontro di Standing Together, forse il più forte e riconoscibile dei movimenti che sono emersi in questi mesi, con le magliette viola dei suoi attivisti, le azioni spettacolari condotte al confine con Gaza e le ronde organizzate a protezione delle comunità più fragili della Cisgiordania minacciate dai coloni: dieci anni di attività, settemila membri, duemila dei quali arrivati negli ultimi due anni, il 35 per cento dei soci arabi.

Alla vigilia delle elezioni il suo fondatore Alon Lee-Green ha annunciato che il gruppo non si sarebbe presentato, ma avrebbe appoggiato i candidati che si fossero fatti portatori dei suoi valori: nomi sparsi, fra i partiti arabi e i Democratici di Golan. La speranza di chi sogna un Paese diverso da quello di oggi è rivolta a loro. Solo se saranno eletti Israele potrà provare a cambiare strada.

Questo articolo è tratto da La Fortezza Israele. Anatomia di un Paese senza pace, il saggio di Francesca Caferri in libreria in questi giorni (Laterza, 114 pagine, 16 euro)

Sul Venerdì del 25 settembre 2026

Leggi i commenti