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Fabio De Luigi: torno a teatro e sarò il vostro fustino

Fabio De Luigi. MANUEL GEROMINI 

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Come quelli di Biol, il mitico detersivo che dà il nome allo spettacolo dell’attore e comico romagnolo: «È sempre stato il mio soprannome. Perché torno sul palco? Colpa della crisi di mezza età...»
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Si chiama Biol, come il detersivo in voga negli anni Ottanta, quello dell’Olandesina e della Miralanza, il ritorno in scena di Fabio De Luigi che nella locandina spunta dall’oblò di una lavatrice. «È il mio soprannome da quando ero ragazzo. “Bio” era il diminutivo del mio nome, hanno aggiunto la “l”, come il sapone». Il sottotitolo è invece In carne e ossa tour a sottolineare che l’attore, comico, regista, manca dal palcoscenico da oltre vent’anni. L’ultima volta era stata nel 2006, con Il bar sotto il mare adattamento da Stefano Benni, regia di Giorgio Gallione. Si parte il 3 ottobre da Cagli e poi a tappe serrate, 19 repliche in tutto, si finisce il 6 novembre. Tutte sold out.

De Luigi, perché torna a teatro?

«Eh, colpa della crisi di mezza età, c’è chi si fa l’amante, chi la moto... dico a tutti così quando me lo chiedono. Mi mancava, i primi dieci anni della mia carriera ho fatto solo teatro, poi sono arrivati prima la Gialappa’s e a seguire il cinema, ad assorbire attenzione, pa…

Si chiama Biol, come il detersivo in voga negli anni Ottanta, quello dell’Olandesina e della Miralanza, il ritorno in scena di Fabio De Luigi che nella locandina spunta dall’oblò di una lavatrice. «È il mio soprannome da quando ero ragazzo. “Bio” era il diminutivo del mio nome, hanno aggiunto la “l”, come il sapone». Il sottotitolo è invece In carne e ossa tour a sottolineare che l’attore, comico, regista, manca dal palcoscenico da oltre vent’anni. L’ultima volta era stata nel 2006, con Il bar sotto il mare adattamento da Stefano Benni, regia di Giorgio Gallione. Si parte il 3 ottobre da Cagli e poi a tappe serrate, 19 repliche in tutto, si finisce il 6 novembre. Tutte sold out.

De Luigi, perché torna a teatro?

«Eh, colpa della crisi di mezza età, c’è chi si fa l’amante, chi la moto... dico a tutti così quando me lo chiedono. Mi mancava, i primi dieci anni della mia carriera ho fatto solo teatro, poi sono arrivati prima la Gialappa’s e a seguire il cinema, ad assorbire attenzione, passione, tempo. Volevo riprovarci. Per certi versi è stato come la bicicletta, per altri la domanda che mi sono fatto, anche per una forma di rispetto verso il pubblico, è stata cosa avesse senso proporre, non sono più quello di 20 anni fa, nemmeno quello di un lustro fa. Mi preoccupava cercare di ritrovare quel tipo di linguaggio e feeling con gli spettatori, il modo per tornare insieme».

E che risposta si è dato?

«Ho impiegato quasi un anno a trovarla. Il copione scritto con Paolo Cananzi è approdato alla sua forma, più o meno, definitiva esibendomi in piccoli teatri. Ho iniziato in uno spazio abbastanza protetto, non troppo grande, a Villa Torlonia, dalle parti di casa mia, Santarcangelo di Romagna. È lì che ho iniziato a tirare fuori dalla cartellina un po’ di testi scritti in passato e lasciati sedimentare. L’impatto emotivo è stato forte. Abbiamo sperimentato attingendo al baule dei ricordi. Però vorrei tranquillizzare il pubblico: non è la storia della mia vita, non la ritengo così interessante. Certo è personale».

E cosa ha scelto di raccontare di sé?

«Smitizzo la logica della nostalgia, quel sentimento diffuso di “quanto si stava bene, signora mia”. Anzi, le memorie che porto in scena sono a metà tra il ricordo e il trauma».

Addirittura...

«Sono episodi abbastanza singolari, ne ho selezionati tre. Quando li ho tirati fuori dal cassetto, ho visto che funzionavano, siamo dalle parti del teatro dell’assurdo. Stravaganze accadute a casa mia. Il primo risale ai miei otto anni, i miei genitori mi dimenticarono a Genova. Sono saliti in macchina e sono andati via lasciandomi lì: forse faccio il comico per questo motivo, per essere visto, non essere scordato. Ricordo l’auto in lontananza che si rimpiccioliva. Poi sono tornati a prendermi, ma ormai era fatta. C’è il racconto di un incendio provocato da un falò notturno di mio padre e infine una telefonata in cui mia mamma mi avvisa che “il babbo è caduto” ma è un dialogo surreale. In Romagna succedono fatti paradossali.Sicuramente capitano anche nella vita di altri, in altre regioni, ma nella tradizione di questa terra – penso a giganti come Tonino Guerra e Federico Fellini – siamo molto attratti da questo tipo di narrazione. Mi sono buttato un po’ senza rete, giocando pure con il meccanismo della messa in scena, le paure di chi fa questo mestiere».

A proposito di Romagna, perché ha scelto di restare a vivere a Santarcangelo, sulle colline di Rimini?

«Non l’ho scelto, è successo. Mi divido con Roma, ma il divano e la tv buoni sono lì. Insieme alla famiglia e al cane. Sono diviso tra il piccolo e il grande, un equilibrio che mi sta benissimo. Amo Roma e Milano, però poi alla fine sono rimasto agganciato qui. Ma non è stato il frutto di chissà quale riflessione».

Accennava alle paure di chi fa il suo mestiere.

«Prima di tutto quella di non far ridere. Se succede ti senti un cretino...».

Le è capitato?

«All’inizio moltissime volte e può succedere ancora. Per questo in scena gioco ironicamente con il meccanismo di costruzione di uno spettacolo. È un meta-spettacolo o uno spettacolo a metà...E sì, può succedere ancora, magari non proprio che il pubblico non rida per niente, ma che non arrivi quello che ti aspetti. È la parte bella e brutta di questo lavoro assurdo, la non risata è molto più umiliante della cattiva interpretazione di un testo di prosa. La risata sa essere più feroce. Nel momento in cui cerchi di provocare il riso ti esponi, è un obiettivo dichiarato. Io salgo sul palco e ti faccio ridere. Se non ci riesco è difficile da accettare. Poi nel mio caso la battuta può arrivare ma non è solo quella che conta».

E cosa altro c’è?

«Per domare quel toro che hai davanti, composto da tanti ma che alla fine è uno, ogni sera diverso a seconda del posto in cui ci si trova, devi creare uno scambio reciproco: se c’è una risposta di un certo tipo la tua resa sul palco diventa migliore, ma parte tutto da come si va in scena. Nelle serate migliori si entra in una sorta di trance agonistica, chiamiamolo stato di grazia, una sorta di lucidità superiore. Senza voler ammantarlo di chissà quale significato. Per intenderci chi viene a vedere il mio spettacolo esce come è entrato. Non si torna a casa moralmente arricchiti».

Una risata non ci seppellirà?

«Speriamo proprio di no. Però mi piacerebbe dar vita a un festival di comici. In Italia ci sono tanti concorsi, anche io ho iniziato così. Ci sto pensando seriamente».

Ricorda il suo primo concorso?

«Ricordo quello che mi fece svoltare. A parlarmene fu Daniele Luttazzi, che è di Santarcangelo e mio amico. Volevo fare questo mestiere, sapevo di essere in grado di far ridere sin da bambino, ma l’idea di frequentare una scuola di recitazione a Roma a casa mia era fuori discussione. Mi sarei persino vergognato a chiederlo. Così mi sono iscritto alla Zanzara d’oro, andai in bici presentando un pezzo scritto il giorno stesso, autobiografico. Fui preso tra 16 finalisti su 400 aspiranti: la finale fu al teatro Duse di Bologna, mille persone in platea. Arrivai quarto, i primi tre andavano al Maurizio Costanzo Show, che all’epoca lanciava carriere: per fortuna mi videro Gino e Michele, mi fecero esibire allo Zelig. È iniziata così. L’idea del festival è legata proprio al fatto di non dover partecipare a una gara, che è sempre spietata».

E invece ha mai pensato di interpretare un ruolo drammatico?

«È già successo nel film Gli uomini d’oro di Vincenzo Alfieri. Non credo succederà ancora. Preferisco altre frustrazioni».

L’11 ottobre compie 59 anni.

«Li festeggerò in teatro a Varese. Il mio rapporto con il tempo che passa è “buongiorno e buona sera”. Non ci prendiamo troppe confidenze. Al massimo stima reciproca».

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