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Quel miracolo passeggero firmato Alan Sorrenti

Nel 1974 Alan Sorrenti pubblicò il suo terzo lavoro, intitolato con il suo nome, che conteneva anche la sua versione del classico napoletano Dicitencello vuje 

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La canzone della settimana è “Dicitencello vuje”
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Questa è un’occasione sprecata. Una miniera abbandonata prima di essere sfruttata. Succedeva nel 1974, nell’area del tanto celebrato “progressive rock italiano”: il giovane Alan Sorrenti, allora ventitreenne, nato a Napoli in una famiglia di artisti, che aveva già inciso per la Harvest (l’etichetta dei Pink Floyd!) due album fantastici, Aria (1972) e Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto (1973), sceglie di cantare nel suo eponimo terzo album una versione destabilizzante del classico napoletano Dicitencello vuje (scritta di getto al caffè Gambrinus nel 1930 da Rodolfo Falvo e Enzo Fusco e portata al successo tra le due guerre da Vittorio Parisi e Gennaro Pasquariello; con grande risonanza oltreoceano, con versioni di Dean Martin, Nina Simone, Tony Bennett – titolo inglese è Just Say I Love Her/Him).

Questa è un’occasione sprecata. Una miniera abbandonata prima di essere sfruttata. Succedeva nel 1974, nell’area del tanto celebrato “progressive rock italiano”: il giovane Alan Sorrenti, allora ventitreenne, nato a Napoli in una famiglia di artisti, che aveva già inciso per la Harvest (l’etichetta dei Pink Floyd!) due album fantastici, Aria (1972) e Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto (1973), sceglie di cantare nel suo eponimo terzo album una versione destabilizzante del classico napoletano Dicitencello vuje (scritta di getto al caffè Gambrinus nel 1930 da Rodolfo Falvo e Enzo Fusco e portata al successo tra le due guerre da Vittorio Parisi e Gennaro Pasquariello; con grande risonanza oltreoceano, con versioni di Dean Martin, Nina Simone, Tony Bennett – titolo inglese è Just Say I Love Her/Him).

Lo sviluppo drammaturgico della canzone è assai complicato – una straziante dichiarazione resa in maniera indiretta all’amata attraverso una sua amica, con finale a sorpresa: il vero oggetto amoroso si rivela essere l’intermediaria (Levàmmoce ‘sta maschera / Dicimmo ‘a verità … Si’ tu chesta catena / Ca nun se spezza maje) – decisamente poco in linea col sentire dei ragazzi degli anni 70. Con un falsetto micidiale e una strumentazione essenziale (anche Toni Esposito alle percussioni e Mark Harris alla chitarra), Alan trapianta la canzone nel cuore dei coetanei.

Ricordo un concerto in un disadorno cineteatro di provincia trasformato in uno scrigno prezioso dalla creatività di quegli artisti fantastici; e ricordo la commozione che illuminò di poesia quel grigiore quando Alan si arrampicò, dopo una serie di vocalizzi di cui molti anni dopo solo Jeff Buckley sarebbe stato capace, sulle strofe finali: Suonno gentile / Suspiro mio carnale / Te cerco comm’a ll’aria / Te voglio pe’ campá. Poteva essere l’inizio di un nuovo filone, tenere a galla “la bella canzone italiana” come gli americani hanno continuato a coltivare i loro standard, attraverso jazzisti e interpreti. Invece fu solo un miracolo passeggero. Un tesoro dal valore inestimabile è rimasto lì sepolto,dopo che i cantautori hanno seppellito il progressive e Alan è diventato figlio delle stelle.

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