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Ma che sudoku ingaggiare una babysitter

(Andrea DiCenzo/The New York Times) 

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Una minaccia alla famiglia. Un mistero. Un tabù. Anche oggi il Giappone rifiuta l’idea della ragazza chiamata a casa per occuparsi dei figli. C’è quindi chi deve rivolgersi ai professionisti. A quale prezzo, però...
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TOKYO. C’è uno spettro che si aggira per le case giapponesi. È una giovane donna, arriva con uno zaino e, per qualche ora, propone di fare una cosa che in gran parte del mondo occidentale non susciterebbe particolare inquietudine: entrare in casa, giocare con un bambino e, se necessario, preparargli la merenda mentre mamma e papà escono. Eppure, da queste parti, quella figura apparentemente innocua conserva ancora qualcosa di vagamente preoccupante.

Le babysitter sembrano quasi creature misteriose come kappa, demone acquatico del folklore locale noto per i suoi scherzi malefici. L’idea stessa di affidare un figlio a una persona che non sia di famiglia, magari incontrata su internet, resta un tabù. Se provi a lasciare un messaggio su uno di quei siti giapponesi di annunci tra privati, il post viene cancellato nel giro di pochi secondi. E per questo, le giovani in cerca di un lavoro part-time finiscono più facilmente dietro il bancone di un caffè, di un ristorante o di un konbini, i min…

TOKYO. C’è uno spettro che si aggira per le case giapponesi. È una giovane donna, arriva con uno zaino e, per qualche ora, propone di fare una cosa che in gran parte del mondo occidentale non susciterebbe particolare inquietudine: entrare in casa, giocare con un bambino e, se necessario, preparargli la merenda mentre mamma e papà escono. Eppure, da queste parti, quella figura apparentemente innocua conserva ancora qualcosa di vagamente preoccupante.

Le babysitter sembrano quasi creature misteriose come kappa, demone acquatico del folklore locale noto per i suoi scherzi malefici. L’idea stessa di affidare un figlio a una persona che non sia di famiglia, magari incontrata su internet, resta un tabù. Se provi a lasciare un messaggio su uno di quei siti giapponesi di annunci tra privati, il post viene cancellato nel giro di pochi secondi. E per questo, le giovani in cerca di un lavoro part-time finiscono più facilmente dietro il bancone di un caffè, di un ristorante o di un konbini, i minimarket giapponesi.

Proprio perché, il fatto che una ragazza, magari poco più che ventenne, si proponga semplicemente di badare per qualche ora a un bambino, non è ancora considerato del tutto accettabile.

Il patentino

Quella dei bambini, qui, è una faccenda da professionisti: patentino, formazione specifica e, possibilmente, un percorso professionale alle spalle. Ed è anche per questo che, con l’esplosione del numero di residenti e visitatori stranieri in Giappone, stanno comparendo sempre più servizi di babysitting in lingua straniera, pensati per famiglie internazionali e turisti. A Kamakura, per esempio, un servizio lanciato nel 2025 ha ricevuto subito un’infinità di richieste, offre babysitting in hotel, accompagnamento e persino attività culturali per i bambini. Ma il servizio è un lusso da sceicchi. Centinaia di euro per poche ore. Del resto, sul mercato non c’è quasi concorrenza. Sul versante della classe media, invece, non resta che affidarsi al comune di residenza.

La filosofia è semplice: mettere in contatto famiglie che hanno bisogno di aiuto con persone della comunità disponibili a occuparsi dei bambini. La semplicità, però, finisce prima ancora che inizi il babysitting. Perché in alcuni di questi sistemi, a essere sottoposta alla procedura di selezione non è soltanto la persona che offre il servizio. È anche la famiglia che lo richiede. Se vuoi qualcuno che venga a casa tua e si occupi di tuo figlio per qualche ora, puoi ritrovarti a compilare moduli con una quantità di informazioni sulla tua famiglia, sul bambino, sulle sue abitudini, sulle allergie, sull’alimentazione, sui numeri da chiamare in caso di emergenza e su ogni possibile dettaglio utile.

Una volta che il matching sarà andato a buon fine, ti informeranno di nome, età e numero di telefono della prescelta. A quel punto avrai tre giorni di tempo ‒ se ne lasci passare di più, il servizio scade come il latte ‒ per prendere appuntamento e presentarti con il bambino che quella persona dovrà poi accudire. È un incontro formale, con tutte le ritualità tipiche della socialità nipponica: scambio di biglietti da visita, inchini e una conversazione che, in pratica, si limita esclusivamente a ciò che è già stato scritto nel manuale preventivamente compilato. Nulla può essere lasciato al caso.

Niente domande

La persona assegnata, ovviamente, non è tenuta a fare domande che vadano oltre quelle già previste dal manuale. Sembrerebbe importuno. E così anche la famiglia è invitata a essere discreta e a non trasformare il primo incontro in un interrogatorio alla futura babysitter. Sono però abbastanza gentili da concederti una possibilità: se la persona non è di tuo gradimento ‒o, più importante, non piace a tuo figlio ‒puoi declinare. Quante volte? Non viene specificato. Ma, conoscendo la sensibilità giapponese per le regole non scritte, viene da pensare che al terzo strike tu possa essere definitivamente fuori dai giochi. Ogni operazione, naturalmente, va gestita per telefono. Niente WhatsApp, niente messaggi vocali, neppure una email. Nel Giappone del 2026, contrariamente a quanto racconta il cliché, il Paese resta sorprendentemente ancorato a tecnologie del secolo scorso. Basta guardare all’uso industriale della carta. Ne ho contati almeno trenta, di fogli, per portare a termine questa operazioncina. Alcuni sono manuali dettagliatissimi, altri dei manga, che spiegano “plasticamente” dove possono annidarsi i pericoli e gli incidenti domestici secondo l’esperienza pregressa dell’ufficio preposto.

In qualunque altra parte del mondo, per un accordo di questo tipo, probabilmente basterebbero pochi clic. Qui no. Ma la raccomandazione che più sorprende arriva quasi inosservata, verso i tre quarti del dvd di quasi mezz’ora che la famiglia si deve studiare, in teoria riunita al completo e con il piglio concentrato da finale di Coppa del mondo, per poter accedere al servizio (c’è anche un test da compilare che verifica l’effettuata visione).

In contanti

Quando arriverà il momento di pagare la babysitter comunale, spiegano, il compenso dovrà essere consegnato di rettamente a lei. In contanti. I soldi vanno messi dentro una bustina. E soprattutto il mercimonio deve essere nascosto al bambino. Il pargolo non dovrà mai sapere che quella signora apparsa come magicamente dal nulla sia venuta a casa sua per lavorare dietro compenso. Potrebbe perdere il rispetto nei suoi confronti. Meglio lasciarlo nella rassicurante convinzione che esista una categoria di persone che ti entra in casa, si prende cura di te e lo fa per puro spirito di sacrificio, senza alcun interesse economico o secondo fine. Così, a quanto pare, cresce oggi la gioventù giapponese.

Sul Venerdì del 2 ottobre 2026

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