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Antonio Scurati in dialogo con Corrado Augias: nostra patria Europa

Antonio Scurati. foto di Ilaria Magliocchetti Lombi per il Venerdì 

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«I sovranisti condannano i loro Paesi alla decadenza, alla sudditanza», dice l’autore di “M”. Che nel nuovo libro ritrae le donne e gli uomini che hanno lottato per la democrazia. E con Augias parla di guerra e pacifismo, politica e letteratura. Sintonia totale. Tranne che su un nome: Alessandro Manzoni...
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Scurati, ho letto il suo nuovo libro Storie di donne e uomini in lotta per la democrazia (Feltrinelli, in uscita il 20 ottobre, ndr). La prima domanda che mi sono fatto è: nell’atmosfera, nel clima che viviamo in Italia o più in generale in Occidente, Stati Uniti compresi, che senso ha riproporre esistenze che appartengono a un’altra epoca e potrei dire a un altro mondo? «Sono per l’appunto un tentativo di risposta al nostro disorientamento. Quante volte noi democratici ci ripetiamo di sentirci smarriti, privi di una guida o di una direzione. Ecco, io penso che queste donne e questi uomini che hanno combattuto le loro battaglie e proposto con forza le loro idee siano in parte la direzione che noi cerchiamo e non troviamo. Scrivere questo libro è stato come compiere un gesto antico, quello del marinaio che si trova sperduto in mezzo al mare, alza gli occhi verso il cielo e cerca di orientarsi con le stelle».

Ho creduto di cogliere anche un altro intento: proporre esempi che non esito …

Scurati, ho letto il suo nuovo libro Storie di donne e uomini in lotta per la democrazia (Feltrinelli, in uscita il 20 ottobre, ndr). La prima domanda che mi sono fatto è: nell’atmosfera, nel clima che viviamo in Italia o più in generale in Occidente, Stati Uniti compresi, che senso ha riproporre esistenze che appartengono a un’altra epoca e potrei dire a un altro mondo? «Sono per l’appunto un tentativo di risposta al nostro disorientamento. Quante volte noi democratici ci ripetiamo di sentirci smarriti, privi di una guida o di una direzione. Ecco, io penso che queste donne e questi uomini che hanno combattuto le loro battaglie e proposto con forza le loro idee siano in parte la direzione che noi cerchiamo e non troviamo. Scrivere questo libro è stato come compiere un gesto antico, quello del marinaio che si trova sperduto in mezzo al mare, alza gli occhi verso il cielo e cerca di orientarsi con le stelle».

Ho creduto di cogliere anche un altro intento: proporre esempi che non esito a definire eroici come monito alle ultime generazioni. Come per dirgli: guardate che si può vivere anche così, mettendo a repentaglio la propria vita. Mi sono venuti addirittura in mente due versi dei Sepolcri di Ugo Foscolo: “A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti”. Lì le urne, qui le esistenze. Un intento quasi morale.

«Non sbaglia, caro Augias. A scuola studiavo poco, ho cominciato a farlo con grande passione solo all’università. Però uno dei pochi autori che mi coinvolsero, già dal liceo, è stato proprio Foscolo. Per me la lezione dei Sepolcri è ancora viva. Quando ero più giovane e mi formavo alla scuola dei filosofi, disprezzavo la dimensione pedagogica della letteratura, la ritenevo una cosa triviale. Col passare degli anni, già da prima di M, ho imparato che la dimensione pedagogica è parte essenziale del gesto letterario».

Bravo, ha fatto bene. La letteratura, caro Scurati, non è fatta solo di una vicenda avvincente scritta in una buona lingua. La letteratura è anche storia, costume, politica, morale. «Però vorrei aggiungere una piccola precisazione. Questo libro racconta, come dire, eroi tragici che hanno pagato con la vita o con una lunghissima carcerazione, come nel caso di Pertini, il loro antifascismo, il loro antinazismo, il loro sentimento democratico. Nella seconda parte però racconta vite comunque straordinarie ma molto più vicine a noi. Nel secondo Novecento abbiamo avuto campioni della democrazia che non hanno dovuto vivere un’esistenza tragica, contribuendo però ad allargare in tutti i campi diritti umani: penso alla grande avvocata francese Gisèle Halimi, che ha combattuto per i diritti delle donne, o a Franco Basaglia per quelli delle persone sofferenti. Ecco, nel libro c’è anche questa seconda parte, meno tragica se si vuole, ma ugualmente significativa».

Antonio Scurati con Corrado Augias durante il loro incontro a Roma 

Vorrei insistere sulla possibile finalità pedagogica della letteratura. Quando ero al liceo, uno dei libri che più mi entusiasmò fu la Storia della letteratura italiana di Francesco de Sanctis. Conosco le critiche che gli sono state fatte; allora però mi coinvolse la sua capacità di accendere la narrazione raccontando autori e opere come parte non soltanto dell’esercizio letterario ma della storia di un Paese, di un popolo.

«Non ho mai studiato De Sanctis perché al liceo non studiavo. L’ho fatto in seguito. La letteratura che amo, come le dicevo, è quella che contribuisce ad appassionare, a smuovere e a formare la coscienza del lettore. La storia letteraria che trasforma gli scrittori in eroi nazionali oggi probabilmente è impraticabile ma se proponi un libro ai giovani, e lo dico anche da professore universitario, devi riuscire a collocarlo dentro un cammino che loro percepiscano vasto quanto la loro stessa esistenza. Devi suscitare la domanda sul senso, non sul sapere. Se dici che Ugo Foscolo è stato uno dei più grandi poeti dell’Ottocento perché viene prima di questo e dopo di quello, loro ti guardano e ti dicono, sì, vabbè. Tu devi, invece, trovare il modo di fargli capire che Foscolo sta ancora dentro il cammino della loro esistenza. In questo sono rimasto fedele al ragazzo svogliato e problematico che fui. Per me Manzoni è rimasto un opprimente e tedioso insegnamento scolastico. La penso come Silvio Orlando in un vecchio film di Luchetti: mentre Manzoni scriveva e riscriveva I promessi sposi, Tolstoj infilava sei capolavori uno dietro l’altro».

Non sono d’accordo. Reputo Manzoni una figura fondamentale proprio di una letteratura che non sia solo narrazione ma storia di un Paese e di un popolo. Se andiamo al fondo della vicenda, lasciando da parte i due poveri contadinelli, ci rendiamo conto che Manzoni ha raccontato l’Italia. Per esempio, la scena in cui fra Cristoforo arriva al palazzo di don Rodrigo e lo trova seduto a tavola, come un capomafia, insieme a quelli che avrebbero dovuto difendere Renzo: non c’è nulla di diverso da una scena del Padrino. Quella era l’Italia, e in parte ancora lo è.

«Il Padrino però è molto più potente. Io sono per il ritorno all’insegnamento della storia, della cultura, della civiltà italiana come parte centrale della formazione dei nostri studenti, qualunque sia la loro provenienza, ma non in chiave nazionalistica. Sono un professore di letterature comparate all’università. Ritengo la civiltà ottocentesca del romanzo europeo una delle più alte espressioni, ancora vivissime, dello spirito. La civiltà del romanzo europeo, anche quella ottocentesca, presenta campioni ancora capaci di parlare alle nuove generazioni. Non a caso i romance delle sorelle Brontë o di Jane Austen, o Dostoevskij, vengono ancora letti spontaneamente dagli adolescenti. Se dovessimo accertare che I promessi sposinon parlano più ai ragazzi, non ne farei un dramma. Noi dobbiamo fare come Enea: dietro di noi la città della civiltà umanistica è in fiamme, e verso il futuro possiamo portare solo i Penati che riusciamo a caricarci personalmente sulle spalle, non altro».

Lei chiude il libro con la storia di Alexander Langer. Nel 1995 Langer parlava di cose che allora appartenevano alla coscienza di pochi, anticipando di qualche decennio quella che oggi è diventata una vasta consapevolezza, cioè la catastrofe nella quale siamo immersi. Langer diceva che questo cambiamento delle condizioni ambientali aveva conseguenze politiche, sociali, economiche, geopolitiche inaudite. Pochi lo ascoltavano. Era un profeta che parlava nel deserto.

«Questo è un altro motivo per cui secondo me andava scritto questo libro; quasi tutti e quasi sempre i personaggi raccontati sono stati profetici, nel senso che avevano ragione anche nelle loro sconfitte, nelle loro battaglie perdute. Alex Langer termina nella disperazione la sua esistenza».

Lui era sostanzialmente un depresso, lucido però, consapevole, sopraffatto dall’indifferenza.

«Forse era depresso ma anche un uomo di enorme generosità creativa. Spendeva la sua profonda consapevolezza, la sua lucida energia, la sua grandissima carica propositiva nella generosità di incontri, relazioni, fronti aperti in tutte le direzioni verso il mondo. E finisce col darsi la morte dopo un trauma che è per lui politico e storico: cioè dopo aver scritto, lui pacifista radicale e integrale, uno struggente appello all’Unione Europea perché intervenga militarmente in Bosnia a fermare i massacri. Scrive che l’Europa muore o rinasce a Sarajevo. I pacifisti più puri e integralisti di lui, i suoi compagni di lotta e di vita, lo attaccano. Oggi quel testo di Langer, se sostituiamo “Sarajevo” con “Ucraina”, è ancora perfetto: aveva ragione non solo per il futuro del pianeta, ma per la stessa sopravvivenza della democrazia».

Quando si dice che si devono fermare i massacri si apre una porta su un tema enorme e molto controverso. Cioè se una comunità nazionale (l’Italia, la Francia o la Germania) o sovranazionale come l’Europa debba armarsi ed essere pronta a intervenire in difesa dei propri confini e anche dei propri valori se aggrediti da una potenza esterna. Non molti giorni fa una dirigente dei Giovani Democratici ha addirittura invocato il “diritto alla diserzione”. È una parola molto grave; se avesse invocato il diritto all’obiezione di coscienza, nessuno avrebbe potuto contestarla, ma con “diserzione” ha aperto una porta che non si sa bene dove conduca. È d’accordo?

«Sono d’accordo. Ho ascoltato l’intervento di Virginia Libero, mi piacerebbe discutere con lei in pubblico. Partiti e leader politici fanno un’opera estremamente meritoria quando, magari clandestinamente, organizzano la diserzione tra le file di un esercito aggressore. Ma se la organizzassero tra le file di un esercito, di un popolo che si difende dall’aggressione, la diserzione cambia significato. Diverrebbe una forma di tradimento. Io partirei da qui per rimarcare che sono tra quanti ritengono che la difesa comune europea sia una necessità storica, e che avrebbe anche la funzione benefica di rilanciare il progetto europeo. Il che non significa che io approvi il piano ReArm Europe che dovrebbe far salire al 5 per cento del Pil la spesa nazionale per questa voce. È un piano sbagliato. Non è ciò di cui abbiamo bisogno. Noi abbiamo bisogno di un progetto che faccia della difesa comune europea un passo avanti nella realizzazione di quell’Europa sovranazionale, unita anche politicamente, che è stato il più grande contributo storico che il nostro continente abbia dato in termini di progresso negli ultimi decenni».

Quando si parla di queste cose cito l’esempio di un mio amico americano purtroppo scomparso; si chiamava William Weaver detto Bill. Sbarcò in Italia con la Quinta armata nel 1943. Come obiettore aveva chiesto e ottenuto di fare l’autista di ambulanze. Non ha mai sparato un colpo, guidava fino al fronte, raccoglieva i feriti, li portava verso un’infermeria. Quello è un esempio: non voglio sparare ma resto al servizio della collettività.

«Un’altra cosa discutibile detta da Virginia Libero è che i giovani sono sempre stati pacifisti. Purtroppo, non è così e lo posso dire io che ho dedicato tremila pagine a raccontare il fascismo. Buona parte della gioventù novecentesca è stata invece a lungo militarista e ci sono volute due carneficine per far nascere in Europa il pacifismo. Un’idea inaudita e stupenda nella storia dell’umanità nasce a cavallo tra le due guerre mondiali e poi si sviluppa dopo la Seconda come specifico della storia europea. Prima del suo amico Bill anche Ernest Hemingway, che con Addio alle armi contribuirà potentemente alla nascita della coscienza pacifista europea, guidava le ambulanze dell’American Field Service sul fronte della Prima guerra mondiale. Il pacifismo dobbiamo tenercelo caro, carissimo, è una grande creazione dello spirito, dell’intelletto, della cultura nata su questo suolo insanguinato da decine di milioni di morti. Ma non deve essere preso alla leggera. Bisogna sapere dove, come e perché scoppiano le guerre, come si evitano e si prevengono ma anche, se necessario, come si combattono, a quali condizioni. E in quali casi estremi è lecito ricorrere alle armi, come i partigiani antifascisti che racconto in questo libro, a cominciare da Sandro Pertini che apre il volume. Lui, con onestà, dichiarava di aver sparato poco nella vita, ma era stato un coraggioso, intraprendente organizzatore anche dell’ala militare dell’antifascismo, perché aveva una conoscenza della guerra. Anche il pensiero contro la guerra è un pensiero sulla guerra».

Nel 2027 ricorreranno i 500 anni dalla morte di Niccolò Machiavelli (al pensatore fiorentino Augias ha dedicato il suo ultimo libro L’uomo che inventò la politica, Einaudi, scritto insieme alla figlia Natalia, ndr). A lungo il pensatore fiorentino è stato considerato un figlio dell’inferno, sostenitore di un criminale come il duca Valentino. Da qualche tempo però il giudizio è cambiato; oggi viene visto per lo più come un patriota. Contro le truppe mercenarie usate dai signori dell’epoca, Machiavelli invocava le milizie territoriali, legate da un vincolo di appartenenza che nel XX secolo avremmo chiamato il senso della patria. Secondo lei la sinistra italiana ha fatto male a rigettare completamente l’idea di patria – come reazione al nazionalismo fascista – lasciandola in esclusiva alla neodestra? «Ha fatto bene a suo tempo. Era necessario purificare il linguaggio e le coscienze da tutte le scorie che la parola patria – abusata, stuprata e sbandierata dai fascisti – portava con sé. Ha fatto male però a non cercare qualcosa per riempire quel vuoto. Io sono e mi dichiaro un patriota europeo. L’unico modo storicamente possibile che noi italiani abbiamo oggi – ma anche noi spagnoli, noi francesi, noi tedeschi – per portare sulle spalle quei valori di libertà democratici come cittadini del mondo è allargare il nostro orizzonte all’Europa. È evidente che se l’Europa politica non nasce, le singole nazioni europee decadranno e verranno schiacciate dalla geopolitica del prossimo futuro. Una geopolitica violentemente antidemocratica. È uno dei paradossi più stridenti di questi sedicenti patrioti che con il loro sovranismo condannano le loro nazioni alla decadenza, al vassallaggio, alla sudditanza».

Mi ricorda una famosa frase di Piero Gobetti: “Bisogna amare l’Italia con orgoglio di europei e con l’austera passione dell’esule in patria”. Amare l’Italia, certo, guardando però all’Europa; amare l’Italia con austerità senza nascondersi le cose che non vanno. «È un onore. Ecco un’altra parola che è uscita di corso: onore. Mi sono chiesto se raccontare nel libro anche Gobetti, la sua vita e la sua morte. Alla fine non l’ho fatto ma certo avrebbe ben figurato nel volume».

Vuol dire che lo metterà in una futura, auspicabile riedizione… «Ho suggerito all’editore di allargare la lista delle donne e degli uomini in lotta per la democrazia con la partecipazione dei lettori. Vogliamo lanciare un appello a tutti a raccontare, magari con un breve video, il proprio eroe della democrazia. La mia idea è proprio questa: è la comunità che deve prolungare questo gesto, cercare delle luci, altre costellazioni da poter seguire in questa notte».

Queste donne e questi uomini hanno avuto la ventura di vivere tempi eroici e le loro vite ne sono state in qualche modo segnate. Fa impressione il confronto con le biografie sbiadite, insignificanti, in qualche caso meschine dei politici di oggi. La riflessione è generale, vale anche per me. A parte gli anni della prima infanzia, con mio padre nella resistenza –abbiamo avuto i fascisti a casa due volte – per il resto anche la mia è stata un’esistenza banale: l’università, la laurea, il mestiere, il giornalismo… robetta. Quello che dà temperatura, ethos, a queste pagine è anche il fatto che questi sono protagonisti di esistenze tese, drammatiche. «Anche le altre vite che racconto – quelle del secondo dopoguerra, donne e uomini che non hanno conosciuto quel punto alto – sono comunque ispirate dalla generazione dei padri. Io ho sempre detto, fin da quando ero giovane, che quelli della mia generazione sono uomini senza biografia. Se io guardo lei, la sua vita e anche la sua generazione, a me sembra che lei una biografia ce l’abbia eccome. Da bambino ha visto i fascisti entrare in casa a cercare suo padre, ha visto gli americani arrivare a Roma, da uomo ancora giovane ha vissuto la ricostruzione, poi ha visto il ’68 in America, eccetera. Se io guardo alla mia generazione, a chi si è affacciato alla vita negli anni 80, quando era sabato sera e stavamo andando a una festa, era sempre sabato sera e stavamo sempre andando a una festa. Ci hanno raccontato che la storia era finita, che tutto era divertimento, intrattenimento. Allora io penso che a partire dalla smobilitazione ideologica e politica in Italia e in Europa, le persone abbiano cessato di sentire la propria piccola esistenza come parte di un racconto più grande. Ho sempre pensato che per quelli come me questa fosse una menomazione spirituale.Alla fine ci ha consegnati inermi, inerti e apatici alle nuove sfide della storia che questo nuovo secolo ci sta drammaticamente riproponendo».

Sul Venerdì del 9 ottobre 2026

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