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“Mio zio Jens”: ereditare le cicatrici

Mio zio Jens. I due protagonisti del film di Brwa Vahabpour: da sinistra, Akam (Peinam Azizpour) e lo zio (Hamza Agoshi) 

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«Tra battute e dialoghi arguti che strappano parecchi sorrisi, raccontale dinamiche complesse dell’asilo in Europa e spiega da dove e perché il popolo curdo fugga». È la motivazione con cui Amnesty International offre il suo patrocinio a Mio zio Jens di Brwa Vahabpour regista curdo-norvegese, maestro d’ironia. Nel cuore della notte suona il citofono. Akam va ad aprire e si trova di fronte a uno sconosciuto che sostiene di essere suo zio Khdr. E lo è. Da quel momento la vita tranquilla di Akam, un ragazzo di origine curda che insegna lettere in una scuola di Oslo, inizia a scompigliarsi. Lo zio, diciamo così, è un tipo che si fa notare. È buffo e drammatico. Arriva dal Kurdistan iraniano e decide che il suo nome, impronunciabile per i coinquilini di Akam, sarà Jens. Promette di rimanere qualche giorno. Ci credete? E fuma! Insomma, che l’Io non sia padrone in casa propria, come diceva Freud, Akam lo scopre in un appartamento di Tøyen. È l’ospite che arriva,ma non quello che aspettiamo.…

«Tra battute e dialoghi arguti che strappano parecchi sorrisi, raccontale dinamiche complesse dell’asilo in Europa e spiega da dove e perché il popolo curdo fugga». È la motivazione con cui Amnesty International offre il suo patrocinio a Mio zio Jens di Brwa Vahabpour regista curdo-norvegese, maestro d’ironia. Nel cuore della notte suona il citofono. Akam va ad aprire e si trova di fronte a uno sconosciuto che sostiene di essere suo zio Khdr. E lo è. Da quel momento la vita tranquilla di Akam, un ragazzo di origine curda che insegna lettere in una scuola di Oslo, inizia a scompigliarsi. Lo zio, diciamo così, è un tipo che si fa notare. È buffo e drammatico. Arriva dal Kurdistan iraniano e decide che il suo nome, impronunciabile per i coinquilini di Akam, sarà Jens. Promette di rimanere qualche giorno. Ci credete? E fuma! Insomma, che l’Io non sia padrone in casa propria, come diceva Freud, Akam lo scopre in un appartamento di Tøyen. È l’ospite che arriva,ma non quello che aspettiamo. Destreggiarsi tra il senso del dovere familiare e la tutela della propria libertà non basta: nella storia di zio Jens c’è qualcosa che non torna.Ciò che invece torna è il Kurdistan interiore che Akam aveva tradotto in norvegese: la lingua del padre,i peshmerga, la storia di un popolo senza Stato. Per Akam l’arrivo dello zio diventa una leva autoanalitica: politica, personale, generazionale. Vedendo affiorare parti di sé sconosciute (alcune lo incuriosiscono, altre fatica ad ammetterle), Akam capisce che siamo la lingua che parliamo.È la lingua il tema cruciale del film: veicolo del legame, sorgente del malinteso, definizione dell’identità, strumento del potere. «C’è chi eredita una casa», dice il regista, «Akam eredita delle cicatrici». Ma anche un orologio. C’è sempre uno straniero che ci abita, figuriamoci poi se è un nostro parente.

Sul Venerdì del 9 ottobre 2026

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