Viaggiare negli Stati Uniti per presentare dei libri richiede una buona dose di disciplina interiore. O almeno è quello che serve a me per riuscire a tornare indenne psicologicamente da una lunga trasferta. Le ragioni di solito sono due. La prima, di cui ho già scritto, è che da quando sono padre non sono bravissimo a stare lontano da casa. La seconda ragione è invece relativa al contesto. A differenza di quanto succede in Italia, dove viaggiare con delle storie include comitati di accoglienza il cui perimetro di cura si può stringere fino al più entusiastico dei sequestri – sia detto con affettuosa ironia – e include sempre almeno una pizza, negli Stati Uniti non di rado ci si negozia tutto il proprio tempo da soli. Che tu abbia volato per duemila chilometri sopra il continente nordamericano, come mi capita spesso, quello che ci si aspetta da te è che ti presenti all’ora dell’incontro, e dopo l’incontro sparisca. Il resto è tutto self-service.
Viaggiare negli Stati Uniti per presentare dei libri richiede una buona dose di disciplina interiore. O almeno è quello che serve a me per riuscire a tornare indenne psicologicamente da una lunga trasferta. Le ragioni di solito sono due. La prima, di cui ho già scritto, è che da quando sono padre non sono bravissimo a stare lontano da casa. La seconda ragione è invece relativa al contesto. A differenza di quanto succede in Italia, dove viaggiare con delle storie include comitati di accoglienza il cui perimetro di cura si può stringere fino al più entusiastico dei sequestri – sia detto con affettuosa ironia – e include sempre almeno una pizza, negli Stati Uniti non di rado ci si negozia tutto il proprio tempo da soli. Che tu abbia volato per duemila chilometri sopra il continente nordamericano, come mi capita spesso, quello che ci si aspetta da te è che ti presenti all’ora dell’incontro, e dopo l’incontro sparisca. Il resto è tutto self-service.
Ora, tutto questo, che ha come vantaggio la solitudine produttiva, richiede per l’appunto una grande disciplina del silenzio per non lasciare spazio alla malinconia. E così, mentre salgo e scendo dagli aerei, mi sposto dal Texas alla Pennsylvania, dal Massachusetts allo Stato di New York, leggo, traduco, scrivo, uso app per entrare negli aeroporti, app per entrare negli hotel, app per prenotare il pranzo, mi presento agli incontri puntuale, diligentemente sparisco alla fine, entro nel ristorante prenotato, torno in albergo. Quando i miei figli compaiono nello schermo del computer e vogliono vedere la stanza – che è a mille chilometri da quella del giorno prima – a volte è la prima volta che pronuncio una parola.
A questo si aggiunga l’arrivo di una tempesta sulla costa Nordest degli Stati Uniti, come è successo un paio di settimane fa. E dentro la solitudine di cui ho dato conto, si inietti la postura apocalittica prettamente nordamericana di fronte ai disastri. E insomma, mi trovo tra Princeton e Boston, seduto sulle panche di legno di una sala d’aspetto di una piccola stazione locale, il treno è in ritardo di quasi due ore. E intorno a me è tutto un continuo dire di tutte le bocche, che il Nor’easter, come è stato denominato dai meteorologi in allerta, spazzerà via tutto. E io, che non rispondo a nessuno e me ne resto ostinatamente chino su un romanzo di James Baldwin, provo a restare concentrato, a non lasciare spazio emotivo a quest’ombra che si sta per abbattere – così dicono – su tutti noi. E niente, le voci si rincorrono, anche poi quando arriva il treno, in carrozza. E anche se fuori non piove, se la app dice che le probabilità di pioggia sono intorno al 45 per cento per i prossimi due giorni, l’apocalisse è già qui, si sentono forti le trombe. E sarò pure bravo con la disciplina interiore, le poesie scritte in mezzo alle turbolenze, James Baldwin usato come scudo terrestre, ma pure io inizio ad avere paura.
E intanto il tempo passa, io arrivo a Boston, da Boston riparto e attraverso il New England a bordo di un’auto, e infine arrivo a New York con i tergicristalli attivati. E dopo essermi presentato all’evento e poi essere sparito subito dopo salgo su un taxi che mi porterà in aeroporto e poi a casa, duemila chilometri a Sud. E l’autista guarda fuori dal finestrino questa tempesta che non c’è, ed è chiaramente deluso, come tutti qui, che l’apocalisse non sia arrivata. Mi dice, speranzoso: «Maybe at 8?», forse alle otto il mondo finisce. Per ora ci tocca restare abbarbicati a questo.
Sul Venerdì del 16 ottobre 2026