In California si vota per tassare i miliardari
dal nostro inviato Riccardo StaglianòSan Francisco. Com’è triste San Francisco, soltanto un anno dopo. Avevamo raccontato la disperazione del Tenderloin, la morìa dei negozi, gli Starbucks a cui hanno tolto le poltrone perché non vogliono più che gli homeless ci facciano tana. Il nuovo sindaco, erede della famiglia Levi’s, ha rimosso le tende per gli zombie che vivevano davanti al municipio. Il decoro è salvo, ma i senzatetto, spesso tossici con malattie mentali gravi, ci sono ancora. Poco meno di ottomila.
Per dare loro una sistemazione, secondo lo schema Housing First inventato a New York e che in Finlandia ha fatto miracoli, servirebbero tra gli 1,5 e i 9 miliardi di dollari, a seconda che si recuperino immobili o si costruiscano ex novo. Si tratta, nella stima più alta, di meno di un decimo dei 100 miliardi c…
San Francisco. Com’è triste San Francisco, soltanto un anno dopo. Avevamo raccontato la disperazione del Tenderloin, la morìa dei negozi, gli Starbucks a cui hanno tolto le poltrone perché non vogliono più che gli homeless ci facciano tana. Il nuovo sindaco, erede della famiglia Levi’s, ha rimosso le tende per gli zombie che vivevano davanti al municipio. Il decoro è salvo, ma i senzatetto, spesso tossici con malattie mentali gravi, ci sono ancora. Poco meno di ottomila.
Per dare loro una sistemazione, secondo lo schema Housing First inventato a New York e che in Finlandia ha fatto miracoli, servirebbero tra gli 1,5 e i 9 miliardi di dollari, a seconda che si recuperino immobili o si costruiscano ex novo. Si tratta, nella stima più alta, di meno di un decimo dei 100 miliardi che si tirerebbero su se, il 3 novembre, passasse la Proposition 40, un referendum per tassare del 5 per cento, una volta e basta, il patrimonio dei circa 200 miliardari della California.
Lo dico a titolo di esempio, per far capire quanto poco basterebbe a chi ha da campare cento vite risolvere problemi apparentemente irrisolvibili, perché 9 dollari su 10 dell’eventuale gettito andrebbero a finanziare la sanità per redditi bassi. Compresi i senzatetto. Ma non per comprare loro case. Il restante va a scuola e assistenza alimentare per chi non ce la fa. In questa città che da testimonial del sogno americano sta diventando la sineddoche della sua disuguaglianza più estrema, votarla sembrerebbe semplice buonsenso. L’occasione di un cambiamento talmente storico che una ventina tra i possibili destinatari della tassa ha già speso oltre 200 milioni di dollari per assicurarsi che non accada mai. Siamo venuti a capire a che punto è la partita.
In principio fu la senatrice
Intanto breve cronistoria. Nel 2014 David Gamage, allora professore di diritto a Berkeley – la stessa università dove insegnano Emmanuel Saez e Gabriel Zucman che, con Thomas Piketty, compongono la santa trinità degli economisti-star di sinistra – scrive un paper sulla tassazione dei grandi patrimoni. Nel 2019 lo chiama la senatrice Elizabeth Warren («La prima a rendere popolare l’idea»), in corsa alle primarie democratiche, e gli chiede di aiutarla a farne una proposta di legge. Che diventerà quella di tassare chi ha più di 50 milioni di dollari. Alla fine il candidato sarà Biden, ma la proposta riscuote un successo inaspettato.
Nel 2024 però rivince Trump e, per finanziare i suoi tagli fiscali agli ultraricchi, va di motosega sulla sanità federale. Al punto che, dal 2027, si calcola che mancheranno all’appello cento miliardi solo in California. Così il Seiu-Uhw, il sindacato dei lavoratori della sanità, chiama il prof per concepire, assieme a Saez, Zucman e Brian Galle, una patrimoniale di scopo per pagare le cure a chi non potrà più permettersele. Perché solo i miliardari e perché una tantum? «Qui certe famiglie della classe media hanno case da oltre un milione e volevamo evitare qualsiasi confusione: non stavamo parlando di loro. E, in ogni caso, nella Prop 40 non si computano gli immobili ma solo azioni e altri beni finanziari. Quanto all’una tantum, perché è amministrativamente molto più facile».
Occhio al 41 e al 42
A giudicare dalle reazioni, almeno i miliardari il referendum l’hanno preso molto sul serio. Sergey Brin, cofondatore di Google, ha stanziato il grosso dei fondi per inondare radio e tv di pubblicità anti Prop 40, costate centinaia di volte di più di quelle dei promotori. Attraverso il comitato Building a Better California ha anche lanciato due altri referendum civetta (il 41 e il 42, rispettivamente per limitare le tasse di scopo e vietare ogni patrimoniale). Se tutti e tre raggiungessero il quorum ma il 41 o il 42 prendessero anche un solo voto in più, il 40 non passerebbe.
Tra i venti miliardari particolarmente attivi sul fronte del no c’è l’immancabile Peter Thiel che da anni versa poco o niente di tasse grazie a uno schema fiscale pensato per… tutelare i risparmi del ceto medio. Per differenza spicca invece Jensen Huang, di Nvidia, il quale ha detto che se anche dovrà pagare 10 miliardi su una fortuna di 200, non sarà una tragedia e non ci pensa neanche ad andarsene.
Questa presunta fuga dei Creso è il motivo addotto dal governatore democratico Gavin Newsom per la sua contrarietà. Tuttavia, per rassicurare i suoi elettori che magari apprezzano Bernie Sanders, fortemente a favore, Newsom ha proposto una tassa sugli ultraricchi ma a livello federale. Che è un po’ buttarla in tribuna come quando il centrosinistra italiano dice, “patrimoniale ok ma solo a livello europeo”. I giornali locali hanno ricordato quanto Newsom e Brin siano amici. E il deputato Ro Khanna ha detto che «non dispiacere ai grandi finanziatori» è l’unico motivo della scelta del governatore.
Distrazioni di massa
«Che ha fatto un grave errore, anche per le sue eventuali ambizioni presidenziali nel 2028» mi dice Dave Regan, il capo del sindacato promotore. Lo stesso che, stando alla notizia anticipata a settembre dal Los Angeles Times, avrebbe minacciato alcuni sottoposti perché sostenessero la Prop 40, oltre ad avere aggredito quindici anni fa una collega e, più di recente, averne molestate altre. Regan nega tutto: «Era più facile attaccare me che la nostra idea. È tutta un’operazione per distrarre». Dice che la campagna di fango non nuocerà alla causa. Ma forse dimentica di vivere nel Paese in cui Gary Hart, nell’87 gran favorito alla nomination democratica, vide la sua carriera sbriciolata dalla tresca con la modella Donna Rice. Quando ci parlo, a tre settimane dal voto, resta in ogni caso «piuttosto ottimista sul risultato. Tutti i sondaggi ci danno in vantaggio e, considerata la sproporzione di forze, è un risultato già straordinario». Il che è senz’altro vero. Ma i 48 punti per il sì contro i 38 per il no certificati da Nbc/Telemundo sono preferenze che non necessariamente diventano voti in quantità tale da superare la soglia.
Testa a testa
Nel sondaggio Ppic di inizio settembre il referendum vinceva col 52 per cento. Ma sarebbe finito comunque affossato dalla concorrente Prop 42 che di consensi ne raggiungeva addirittura il 54. Mentre a fine settembre Igs Berkeley/Los Angeles Times, il cui editore miliardario ha fatto pubblicare – forzatura con rarissimi precedenti – un editoriale contrario, lo dava in vantaggio ma solo al 45 per cento. La verità è che, a una ventina di giorni dalle urne, i sì e i no, considerando margini di errore sui 4 punti, sono sostanzialmente pari. Senz’altro l’affaire Regan non ha aiutato. Ma la Prop 40 non è mai stata un regalo al sindacato quanto ai 14 milioni di iscritti al Medi-Cal, californiani dai redditi bassi, che rischiano di restare senza cure. Regan, dal canto suo, dice che una misura del genere «è ormai inevitabile. Il referendum tapperebbe il buco per soli cinque anni. Se non dovesse passare, lo riproporremo a oltranza, per una copertura permanente».
Quanto alla presunta fuga dei miliardari, è uno spauracchio a tutte le latitudini. Non è avvenuta, se non in modica quantità, né in Spagna, né in Svizzera né in Norvegia, dove la patrimoniale c’è. L’indipendente Legislative Analyst’s Office quantifica l’eventuale aumento di gettito nell’ordine delle decine di miliardi contro possibili perdite a causa di traslochi di plutocrati in meno di un miliardo l’anno. In ogni caso la Prop 40 è retroattiva e, essendo anche una tantum, scappare non servirebbe. I promotori dicono che porterà 100 miliardi. I contrari riducono la stima a 40. Che basterebbero, comunque, a curare quel terzo dei californiani che non possono permetterselo. Dall’osservatorio della biblioteca pubblica in cui ho scritto quest’articolo, assediata da persone per cui è l’unico posto dove si può fare pipì gratis, il dilemma sembra lunare. D’estate vengono per l’aria condizionata, d’inverno per il riscaldamento. Che sembra poco ma può essere tutto. Non se ne rendono conto giusto gli ultraricchi che stanno dedicando così tante energie per affossare la tassa. In una città che aspetta l’ennesimo tsunami di ricchezza, 12 mila nuovi milionari dalle future quotazioni di OpenAI e Anthropic, i cui dipendenti potrebbero in teoria comprarsi quasi un terzo di tutte le case in città. Neppure loro, a scanso di equivoci, sarebbero toccati dalla Prop 40. Solo quelli da un miliardo in su.
Sul Venerdì del 23 ottobre 2026