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Lo sport salva chi abusa dello sport

Francesco Barilaro/ agf 

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Umiliazioni, molestie e tanti casi di autentica violenza. Ma la mano delle federazioni è leggera. A iniziare dal caso, clamoroso, della ginnastica ritmica
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Per anni l’hanno costretta a sorridere. Sempre e comunque, malgrado l’inferno che viveva dentro, le umiliazioni che doveva sopportare giorno dopo giorno, gli insulti, le lacrime soffocate davanti alle allenatrici e alle compagne. «Perché in pedana si sorride sempre, si deve, fa parte di una disciplina che non perdona nemmeno il minimo errore» spiega Nina Corradini, l’ex campionessa di ginnastica ritmica che insieme ad Anna Basta ha fatto esplodere il più imbarazzante caso di abusi nello sport degli ultimi tempi.

«Ogni mattina eravamo costrette a pesarci davanti a tutte, anche due o tre etti in più diventavano un buon motivo per umiliarci: hai il sedere come un pandoro, stai ingrassando, non devi mangiare e nemmeno bere» ha scritto nel suo libro, Sorridendo sempre (Rizzoli), appunto.

Nina, Anna e tutte le altre sognavano di diventare Farfalle azzurre, quelle che trionfano nel mondo con la loro grazia e gli esercizi che sfidano le leggi della fisica. Pendevano dalle labbra di Emanuela M…

Per anni l’hanno costretta a sorridere. Sempre e comunque, malgrado l’inferno che viveva dentro, le umiliazioni che doveva sopportare giorno dopo giorno, gli insulti, le lacrime soffocate davanti alle allenatrici e alle compagne. «Perché in pedana si sorride sempre, si deve, fa parte di una disciplina che non perdona nemmeno il minimo errore» spiega Nina Corradini, l’ex campionessa di ginnastica ritmica che insieme ad Anna Basta ha fatto esplodere il più imbarazzante caso di abusi nello sport degli ultimi tempi.

«Ogni mattina eravamo costrette a pesarci davanti a tutte, anche due o tre etti in più diventavano un buon motivo per umiliarci: hai il sedere come un pandoro, stai ingrassando, non devi mangiare e nemmeno bere» ha scritto nel suo libro, Sorridendo sempre (Rizzoli), appunto.

Nina, Anna e tutte le altre sognavano di diventare Farfalle azzurre, quelle che trionfano nel mondo con la loro grazia e gli esercizi che sfidano le leggi della fisica. Pendevano dalle labbra di Emanuela Maccarani, l’allenatrice che con le loro denunce hanno portato davanti alla giustizia. Ma quella sportiva l’ha semplicemente ammonita: Maccarani è stata sì allontanata, ma nel frattempo la federazione russa l’ha contattata e adesso lei guida le atlete che contendono gli ori proprio alle Farfalle.

«C’è anche un processo penale» spiega Daniela Simonetti, che con l'associazione ChangeTheGame si batte contro gli abusi nello sport, «ma ancora una volta, quel mondo ha dimostrato di non riuscire a fare i conti con se stesso».

Subire e tacere

I numeri sono agghiaccianti: quasi quattro minori su dieci subiscono forme di violenze nel contesto sportivo, per il 30 per cento si tratta di violenza psicologica, il 19 per cento parla di violenza fisica, il 14 di abusi sessuali. «Cifre sottostimate» continua Simonetti «perché prendono in considerazione solo i pochi giovani atleti che trovano la forza di denunciare. La maggior parte subisce in silenzio. A volte qualcuno arriva addirittura a pensare che per diventare un campione sia necessario essere umiliati, costretti a gareggiare anche se infortunati, sottoporsi a diete folli. È il lato oscuro dello sport che con ChangeTheGame stiamo provando a far emergere. In dieci anni abbiamo raccolto duemila segnalazioni, trecento solo dalla ginnastica ritmica».

A conti fatti, l’unico risultato portato a casa è stata l’introduzione del safeguarder nelle società dilettantistiche, un punto di riferimento degli atleti per la prevenzione di abusi, violenze e discriminazioni: «È una figura obbligatoria, ma basta chiedere ai genitori degli atleti se ne sappiano qualcosa... E poi chi controlla davvero? Fino a quando non cambia la cultura – quel “vincere è l’unica cosa che conta” – sarà difficile intaccare un fenomeno che non sembra attenuarsi».

Peter D’Angelo, giornalista, autore tv e regista di documentari, sulla “trappola” nella quale finiscono tanti adolescenti ha scritto un romanzo: «Ho raccontato una storia, purtroppo simile a tante che leggiamo sui giornali. Una dodicenne che insegue la sua passione per l’atletica e finisce nelle mani di un manipolatore». Lia, la protagonista di La trappola (Einaudi Ragazzi) piomba in un incubo fatto di regali, messaggi notturni, contatti fisici inappropriati, mascherati da attenzioni speciali.

Da atleta a psicologa

«È successo anche a me e a tante altre ragazze» racconta Giulia Pairone, ex grande promessa del tennis italiano tanto che a 17 anni era già tra le prime settecento al mondo. Nel 2019 Giulia denuncia il suo maestro per abusi sessuali, lui è stato condannato a 4 anni e mezzo, lei adesso fa la psicologa dello sport e aiuta chi continua a vivere nell’incubo: «Quella violenza mi aveva gradualmente spenta, annullata, ammutolita. Per anni ho desiderato solo scomparire, nascondendomi dalla vergogna e dall’odio per me stessa. Un giorno ho capito di non avere colpe e ho ritrovato la ragazzina che avevo abbandonato. Sono tornata a giocare a tennis, non pensavo che ci sarei riuscita. Ora mi diverto, è la mia più grande vittoria. E vado in giro nelle scuole, nei circoli, in tv a raccontarlo. Dall’abisso si può riemergere».

Ci è riuscito Vincenzo Fuoco, abusato da un dirigente fin da quando aveva 12 anni. Vincenzo ha raccontato la sua storia nel documentario Voices (di Roberto Orazi, 2024): «Ero stato selezionato nelle giovanili di una squadra di calcio professionistica, toccavo il cielo con un dito. Fui avvicinato da un accompagnatore della società, ho scoperto solo dopo tanti anni che era un predatore seriale. Mi veniva a prendere a casa, mi riaccompagnava, poi ha cominciato ad abusare di me. Ho trovato la forza di denunciare ma erano passati troppi anni dai fatti. Lo Stato mi ha detto che era andato tutto in prescrizione, tranne la mia vita, segnata per sempre».

E in un mondo come quello dello sport, che continua a comportarsi come una repubblica indipendente, è anche peggio: «Quattro anni per prescrivere una violenza sessuale, otto per aver truccato una partita. Falsare una gara conta il doppio rispetto a un abuso che ti uccide dentro», commenta Daniela Simonetti. «La nostra associazione ha aiutato Vincenzo, lui oggi è un tecnico federale della Figc, ricopre il ruolo di delegato e formatore proprio per la tutela dei minori. Però non ha avuto giustizia e mai riuscirà ad averla. Come la maggior parte di chi denuncia».

Non ha dubbi l’avvocato Fabio Iudica, esperto di diritto sportivo e giudice del Tas-Cas, il tribunale arbitrale dello sport: «Gran parte dei minori elaborano il trauma dopo molto tempo, ridurre i tempi di prescrizione a soli quattro anni per gli abusi significa non voler proteggere le vittime. Organismi sportivi internazionali come la Gef, la Gymnastics Ethics Foundation, prevedono ben 15 anni per denunciare. In Italia, invece, siamo fermi. E trovo scandaloso che nessuna federazione sportiva ritenga di intervenire. Anche per spingere tutte le altre ad adeguarsi».

Un’occhiata oltre confine

Così i numeri continuano a non raccontare a pieno la realtà. Lo scorso anno, per dire, la Commissione Safeguarding della Federazione calcio ha gestito 173 segnalazioni, girandone 79 alla Procura federale, che ha poi adottato 49 provvedimenti. Tanto per fare un paragone, in Svizzera le cifre sono più che raddoppiate. «Parliamo di un Paese che conta 2,5 milioni di iscritti alle varie federazioni sportive contro gli oltre 16 milioni in Italia» dice Peter D’Angelo. «A me non pare tanto credibile».

Nel documentario di ChangeTheGame sfilano, una dietro l’altra, Filomena, violentata a 15 anni dal suo istruttore di equitazione; Asia, che è diventata bulimica per le violenze psicologiche subite dalle sue insegnanti di ginnastica («Mi chiamavano balena perché non riuscivo a fare un esercizio»), e poi Anna, talento del judo, pesantemente molestata dal suo maestro: «Lui è un tipo sulla settantina, mi invita al centro del tatami, mi metto in difesa aspettandomi un colpo al volto. Fa una finta e allunga la mano destra afferrandomi il seno. Gli dico: “Non lo trovo divertente”. Lui ride: “Visto? Ti ho toccato una pera”. Ho pensato che fossi io a sbagliare, a dare troppo peso a una cosa del genere. Ma la verità è un’altra: anni d’amore per lo sport si cancellano in un istante se qualcuno si permette di ridurti a una pera».

Sul Venerdì del 23 ottobre 2026

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