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Pietro Giannini: «Che tortura mettere in scena Elon Musk»

Pietro Giannini alle prove: Starman debutterà il 4 e 5 novembre a Romaeuropa (Matilde Pisani) 

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Si chiama Leon Skum, ed è un ovvio riferimento al miliardario, il protagonista di Starman, nuovo spettacolo dell’enfant prodige del teatro italiano. 25 anni, regista e attore, si ispira qui a Shakespeare e Guerre stellari. E a dolori privati
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GENOVA. «Le attrici, gli attori, tutto il cast artistico, tecnico e produttivo, desiderano pronunciarsi contro qualsiasi discriminazione razziale e di genere. Ogni cosa qui rappresentata è l’orrore del mondo, parole tremende che nessuno di noi pronuncerebbe se non per metterle in bocca a chi, senza alcuna dignità, le pronuncia impunito ogni giorno». È una scritta luminosa che appare quando è ancora tutto buio. Comincia così Starman, la vera storia di Leon Skum. L’autore e regista, Pietro Giannini, 25 anni, si è diplomato come attore all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico ed è alla sua terza prova drammaturgica. Dopo due monologhi (uno più intimo, La costanza della mia vita, e l’altro più politico, La traiettoria calante, sul crollo del Ponte Morandi), l’artista genovese debutta al Romaeuropa Festival (4 e 5 novembre al Teatro Vascello) con un’opera che inizia in modo brechtiano e procede come una tragedia shakespeariana: 24 personaggi che animano una giostra dei tempi malati, …

GENOVA. «Le attrici, gli attori, tutto il cast artistico, tecnico e produttivo, desiderano pronunciarsi contro qualsiasi discriminazione razziale e di genere. Ogni cosa qui rappresentata è l’orrore del mondo, parole tremende che nessuno di noi pronuncerebbe se non per metterle in bocca a chi, senza alcuna dignità, le pronuncia impunito ogni giorno». È una scritta luminosa che appare quando è ancora tutto buio. Comincia così Starman, la vera storia di Leon Skum. L’autore e regista, Pietro Giannini, 25 anni, si è diplomato come attore all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico ed è alla sua terza prova drammaturgica. Dopo due monologhi (uno più intimo, La costanza della mia vita, e l’altro più politico, La traiettoria calante, sul crollo del Ponte Morandi), l’artista genovese debutta al Romaeuropa Festival (4 e 5 novembre al Teatro Vascello) con un’opera che inizia in modo brechtiano e procede come una tragedia shakespeariana: 24 personaggi che animano una giostra dei tempi malati, i nostri.

Siamo a Genova, al Teatro Gustavo Modena, dove lo spettacolo (una produzione Stabile di Genova-Teatro Nazionale e Romaeuropa Festival) arriverà dal 10 novembre. Leon Skum ha il volto di Edoardo Sorgente. L’attore napoletano sta cercando la giusta misura per il personaggio ispirato a Elon Musk, un bambino mai cresciuto e mai amato che dà la morte senza coscienza, sognando di sconfiggerla. La scena che si prova oggi è quella in cui Leon, diventato l’uomo più ricco del mondo pronto per colonizzare la Luna e Marte, sta “interrogando” Lavanda, laureata in ingegneria robotica (Caterina Tieghi). Apparentemente, è un colloquio di lavoro. Di fatto, una tortura verbale per umiliare la giovane donna. Pietro Giannini dirige dal palcoscenico, stando dietro ai suoi attori come un’ombra gentile ma ferma. Lo fa anche con gli altri due interpreti, Nika Perrone e Davide Sinigaglia, tutti artisti tra i 25 e i 36 anni. Ognuno di loro, a parte Sorgente che si identifica solo con Leon/Elon, ha più di un personaggio da dominare. Lo stesso Giannini si cuce addosso diversi ruoli, tra cui Don Dump, che diventerà il presidente Dump (sì, ricorda Trump) e Sal, una vittima sacrificale del sistema. In un crescendo di terrore calmo, si compongono, scena per scena, i vari pezzi di un’epopea che tanto volentieri vorremmo definire distopica, se non fosse che l’onda nera si è assestata da tempo nei posti di comando.

Giannini, quali sono state le sue fonti?

«Ho letto molti libri, dalla biografia di Musk scritta da Walter Isaacson, che ne esalta la figura, fino a pubblicazioni critiche come Elon Musk. Hybris Maxima di Faiz Siddiqui. Ho ascoltato decine di interviste e podcast. Ma ho seguito anche un mio corso di pensieri che si legava a Pastorale americana di Philip Roth. Un altro riferimento importante è stato il film Todo Modo di Elio Petri. Questa è la storia di Elon Musk ma è anche una riflessione più ampia sulla genesi del male e sulle forme del potere, sugli uomini che lo detengono e sugli altri che lo subiscono».

Pensando a Leon, un bambino con la sindrome di Asperger trattato dal padre come “un ritardato”, viene in mente Riccardo III di Shakespeare che, a causa della sua deformità fisica, subisce il disprezzo della madre.

«Tra i testi shakespeariani, è il mio preferito. È vero, entrambi hanno un “difetto di fabbrica”. Proprio grazie a questo “difetto”, all’inizio empatizziamo anche con il piccolo Leon, ma poi lui dimentica tutto e diventa un uomo terribile. Leon è un bambinone alla Willy Wonka, ma è anche Riccardo III».

Tutto quello che si racconta di Leon Skum ha a che fare con la vita di Elon Musk?

«Mentre studiavo il personaggio e cominciavo a scrivere, immaginavo certe cose che poi si sono rivelate vere».

Per esempio?

«Il padre gli appare con il volto di Darth Vader. Solo dopo averlo creato, ho saputo che Guerre stellari è il film preferito di Musk».

In scena vediamo un quintetto di attori-musicisti. Sapete tutti suonare?

«Davide è un bravissimo musicista che sta insegnando la batteria a Caterina che a sua volta sta insegnando dei passi di danza a Edoardo. Io mi sono messo a studiare la fisarmonica. Ho voluto creare un gruppo con diversi talenti messi a disposizione del collettivo».

«Cambia se il robot lo progetta chi ascolta Kanye West o chi ascolta quella lesbica di Billie Eilish» dice Leon, delirando sull’immortalità. Ascolteremo i loro brani?

«Sì. Kanye West, che rappresenta tutta la negatività della musica americana, lo ascolteremo solo alla fine. Mentre Billie Eilish è per me una speranza, una specie di antibiotico in una società malata».

Il robottino che vediamo in scena ispira tenerezza. Come l’avete creato?

«È un piccolo Frankenstein che abbiamo creato assemblando varie parti di giocattoli diversi. Leon ci gioca da bambino ma poi il padre lo distrugge. Così lui lo riassembla e se lo porta dietro tutta la vita. Da adulto, Leon cerca di rianimare il robot perché vuole rianimare il figlio morto (il primogenito di Musk è morto in culla)».

Oltre al presidente Dump, lei interpreta la vittima sacrificale, Sal.

«Con La costanza della mia vita avevo raccontato la morte di mia sorella in un incidente d’auto a soli 11 anni (io ne avevo nove). Ora, per uno strano gioco del destino, interpreto Sal, un padre a cui è morto un figlio in un incidente provocato da un’auto senza autista fabbricata da Leon. In un certo senso, in scena sono mio padre. L’ho capito solo adesso. Ma c’è anche un’altra ragione. Per fare Sal, mi sono caricato dell’unica scena di nudo. Per scrupolo e rispetto verso gli attori, ho preferito recitarla io».

A proposito di denudamenti fisici e psichici, lei ritornerà in scena in Equus, lo spettacolo di Carlo Sciaccaluga su testo di Peter Shaffer riallestito prima a Genova (Teatro Duse, 4-12 dicembre) e subito dopo al Valle di Roma (15-19 dicembre).

«Alan è un personaggio che mi ha cambiato la vita. Mi ha aiutato ad avere un rapporto diverso con il corpo, l’istinto e la natura».

Come attore ha anche recitato un ruolo nel film di Anne Paulicevich, L’uomo che poteva cambiare il mondo che arriverà nelle sale il 19 novembre. Dove ci porterà?

«Nella Roma del 1938, quando Mussolini mostra a Hitler i tesori artistici dell’Italia, scegliendo come guida l’archeologo antifascista Ranuccio Bianchi Bandinelli (Elio Germano). Nel film io sono uno studente di Bianchi Bandinelli e tra di noi si instaura un rapporto molto bello, delicato».

Nella Roma del 2026, invece, lei come ci vive?

«La amo, ma è una città difficile e mi ci sento straniero. In più, ho ancora un legame viscerale con la mia terra d’origine. Genova è il luogo in cui è vissuta mia sorella, rappresenta la mia famiglia».

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