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Agenzia Agf, 50 anni con un obiettivo

Yasser Arafat legge Il Venerdì nel suo bunker a Tunisi, 1988 (Mimmo Chianura / Agf ) 

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Terremoti, congressi di partito, potenti, spossessati... Cinquant’anni di storia italiana attraverso lo zoom dell’agenzia fotografica diretta da Enrica Scalfari: «Il nostro mestiere è in crisi, ma resta indispensabile»
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L’imperatore fende la calca con sovrana maestà, salutando con la mano, dall’alto del suo carro, il populusque romanus festeggiante. Ma quel carro è un camion comunale, lui è seduto su una specie di panca e il suo destriero lo segue malinconicamente imbrigliato su un altro furgone. Cronaca, metafora, una vena di ironia: nella fotografia che Enrica Scalfari fece l’11 aprile 1990, al ritorno trionfale in piazza del Campidoglio della statua di Marco Aurelio dopo i restauri, ci sono tutti gli strati semantici che una buona fotografia giornalistica dovrebbe sempre avere. Ha scelto anche quello scatto, Enrica, per l’antologia che celebra i cinquant’anni della sua agenzia fotogiornalistica, l’Agf, benché non sia propriamente uno scoop. «Una buona foto di cronaca deve rimanere oltre il momento», ti spiega sfogliando l’album collettivo di quella impresa fondata l’8 ottobre 1976 da sua madre, Simonetta De Benedetti. A sua volta fotografa, in gioventù collaboratrice dell’Europeo, poi socia nell’a…

L’imperatore fende la calca con sovrana maestà, salutando con la mano, dall’alto del suo carro, il populusque romanus festeggiante. Ma quel carro è un camion comunale, lui è seduto su una specie di panca e il suo destriero lo segue malinconicamente imbrigliato su un altro furgone. Cronaca, metafora, una vena di ironia: nella fotografia che Enrica Scalfari fece l’11 aprile 1990, al ritorno trionfale in piazza del Campidoglio della statua di Marco Aurelio dopo i restauri, ci sono tutti gli strati semantici che una buona fotografia giornalistica dovrebbe sempre avere. Ha scelto anche quello scatto, Enrica, per l’antologia che celebra i cinquant’anni della sua agenzia fotogiornalistica, l’Agf, benché non sia propriamente uno scoop. «Una buona foto di cronaca deve rimanere oltre il momento», ti spiega sfogliando l’album collettivo di quella impresa fondata l’8 ottobre 1976 da sua madre, Simonetta De Benedetti. A sua volta fotografa, in gioventù collaboratrice dell’Europeo, poi socia nell’agenzia Team di Franco Lefevre, futuro magistrale photoeditor del Venerdì. Un’agenzia di fotografi diretta da una donna (singolarità italiana: c’era anche l’agenzia di Grazia Neri), in mezzo ai monopoli internazionali.

La statua di Marco Aurelio torna in Campidoglio, 1990 (Scalfari Frassineti / Agf) 

Partirono in quattro, lei e tre fotografi maschi, di grande esperienza: Mimmo Frassineti, Adriano Mordenti e Massimo Vergari. Certo, L’Espresso era un cliente naturale su cui poter fare affidamento, ma fino a un certo punto: «Partecipò alla società comprando un essiccatore per i negativi», sorride Enrica, «e con questo divenne socio dell’agenzia per trent’anni…». Nello stesso anno 1976, è vero, suo marito Eugenio Scalfari aveva lanciato La Repubblica, agitando il panorama della stampa quotidiana italiana con una novità di stile, formato, contenuti. Ma, per quanto possa sembrare strano, quelle due nascite coeve avvennero indipendentemente una dall’altra. «Papà era troppo occupato dalla sua nuova creatura per interferire con quella di mamma», ricorda Enrica. E Repubblica, poi, era un quotidiano, almeno allora, che evitava la fotografia, scelta singolare per un direttore che aveva lanciato un settimanale illustratissimo come L’Espresso.

Diego Armando Maradona arriva allo stadio di Napoli, 1984 (Vittorio La Verde / Agf) 

C’era come una divisione dei compiti nella famiglia editoriale: al rotocalco il visuale, al quotidiano il verbale. Non era attento, Scalfari, all’informazione visiva? «Al contrario! A parte l’esperienza all’Espresso, non c’era prima pagina di Repubblica che potesse uscire senza il suo visto scrupoloso non solo sui contenuti, ma sull’aspetto grafico». Certo, c’era quella scelta iniziale del senza-foto (al massimo qualche immagine posterizzata, trasformata in simbolo insomma), uno snobismo iconoclasta un po’ alla Le Monde di allora. «Ma quando dieci anni dopo nacque Il Venerdì, papà voleva vedere tutti i servizi e approvare le copertine…».

L’Agf, acronimo della didascalica ragione sociale di Agenzia Giornalistica Fotografica, comunque, era una agenzia sul mercato, lavorava per tutte le testate. Vocazione: la cronaca. I fatti, gli eventi, da rincorrere, da acchiappare al volo. «Noi facciamo cronaca perché la storia costa troppo» era la battuta di casa. Ma la cronaca ha questa tendenza dispettosa: che, quando lo è davvero, potente, finisce poi sui libri di storia. Ed ecco allora che nei quattro milioni di immagini conservate negli archivi dell’agenzia ci sono i documenti imperdibili di quest’Italia bel paese del sole e delle catastrofi, ci sono i terremoti, sismici e politici, i congressi dei partiti, i papi, i potenti e gli spossessati…

Enrica, che oggi dirige l’agenzia, si unì all’avventura dopo una laurea e una specializzazione in storia dell’arte. Ma quando lo disse in casa «vidi il mento dei miei cadere… Ma come, disse papà, fotografa? In che senso? E poi: ma con tutto quello che hai studiato… Io risposi: non voglio studiare l’Italia in biblioteca, voglio uscire e conoscerla di persona».

E di quel mestiere di strada, che ora ha lasciato per dedicarsi solo alla gestione, ha ricordi incancellabili. «I funerali di Berlinguer… Eravamo in otto dell’agenzia a coprirli, io stavo su una torretta in piazza San Giovanni, sotto di me quel mare di gente commossa, era difficile non essere travolta dall’emozione».

Federico Fellini e Giulietta Masina nella loro casa romana, 1988 (Enrica Scalfari / Agf) 

La fotografia, ricorda, le ha donato relazioni umane incancellabili, per esempio la lunga amicizia con Pina Bausch. O con Federico Fellini, che un giorno chiamò al telefono per proporgli un ritratto un po’ folle, lui in mezzo a un campo di girasoli da dirigere come fossero attori, «e Fellini rispose di slancio: a che ora ci vediamo? Oggi un rapporto come quello sarebbe impossibile… Dopo l’Oscar, per dire, Sorrentino è diventato inavvicinabile. Fellini ne aveva già vinti tre».

Papa Giovanni Paolo II apertura della Porta Santa, 1999 (Mimmo Chianura / Agf) 

Certo, non è mai stato facile. Il fotoreporter è sempre stato considerato dai colleghi della parola scritta una specie di fornitore di materia prima grezza, da usare senza scrupoli, tagli a piacere, niente firme sotto le foto, e quel ritornello umiliante dell’inviato, “il mio fotografo”. «Noi però non abbiamo mai detto “il mio giornalista”». C’è un po’ di amara considerazione dei tempi attuali al confronto di allora, nelle parole di Enrica Scalfari. «Dominano le grandi agenzie, le nostre foto girano per il web senza controllo, ministeri e istituzioni hanno i loro fotografi e tendono a controllare strettamente la propria immagine, gli spazi editoriali si restringono, la remunerazione è umiliante, mi hanno appena proposto un contratto a 50 centesimi per foto…». Confessa: «Oggi non mi diverto più. Poi però penso all’anno del Covid: andavamo negli ospedali, tra i malati e i medici e gli infermieri esausti, ai funerali deserti, nelle piazze vuote: dove nessun potere aveva interesse a produrre immagini ufficiali. Senza di noi un pezzo drammatico di storia italiana non esisterebbe. Sono pessimista, ma anche ottimista: il fotogiornalismo non deve mollare, quindi non lo farà».

Migranti bloccati nella stazione di Belgrado, 2017 (Nicola Marfisi / Agf) 

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