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Messico, come trasformare le alghe in mattoni

VIAGGI DA FERMO Le spiagge tropicali sono infestate, ma il “Señor Sargazo”, nel suo piccolo, ha trovato un rimedio
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La spiaggia di Puerto Morelos, vicino a Cancún, la più famosa destinazione turistica dei Caraibi messicani, è parecchio invasa dalle alghe in questa schermata di Google Maps che risale al 2014, ma pare che la situazione sia ulteriormente peggiorata. Il sargasso – sì, l'alga che dà il nome al leggendario mare dei pirati, quello dove nascono tutte le anguille del mondo (ma quella è un'altra storia) – è ormai un'emergenza internazionale: alimentato dalle sostanze chimiche riversate in mare e dal riscaldamento globale, forma un'enorme biomassa – la Great Atlantic Sargassum Belt (Grande cintura atlantica dei sargassi, un nome che non dispiacerebbe a Salgari) lunga circa 9.000 chilometri, che galleggia tra Africa, Brasile e Mar dei Caraibi. Da cui si staccano grovigli di alghe che finiscono per raggiungere le coste di una trentina di Paesi. Secondo la ministra messicana dell'ambiente, quest'anno la Marina ha raccolto una quantità di sargasso 27 volte superiore alla media pre-2010: 90 mila tonnellate tra gennaio e luglio. Con conseguenze letali per il turismo, visto che i bagnanti non gradiscono spiagge e baie infestate da alghe puzzolenti.

Prendo tutte queste informazioni dall'articolo di Orsetta Bellani pubblicato oggi 30 ottobre sul Venerdì. Che ha come protagonista un signore che all'invasione dei sargassi sta dando una risposta magari limitata ma molto creativa volonterosa. Si chiama Omar Vázquez Sánchez, detto appunto el Señor Sargazo, perché, passeggiando proprio sulla spiaggia di Puerto Morelos, ha avuto un'idea: sfruttare le alghe come materiale da costruzione. Ha inventato così il SargaBlock, un mattone fatto al 40 per cento di sargassi e per il resto di materia organica, niente cemento. Per ora ci ha costruito una casetta all'interno della sua proprietà, ed è stato invitato in giro per tutti i Caraibi a illustrare il suo modo di reagire a questa ennesima crisi ambientale. Non è tantissimo, ma è qualcosa.

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