Martin McDonagh, regista di “Wild Horse Nine”: «Quanto affetto per i falliti dei miei film»
di Roberto CrociLOS ANGELES. John Malkovich non ha dubbi: «McDonagh è uno dei migliori sceneggiatori che esistano. Film come i suoi, incentrati sulla storia dei personaggi, sono l’unico modo per motivare la gente ad andare al cinema». L’attore è stato premiato alla Mostra di Venezia per il suo ruolo in Wild Horse Nine, il nuovo film di Martin McDonagh. Britannico, di origini irlandesi, dopo una lunga carriera come regista teatrale McDonagh ha vinto un Oscar con il cortometraggio Six Shooter venti anni fa e ha poi collezionato sei candidature con film acclamati come In Bruges, Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola. In Wild Horse Nine, in sala dal 5 novembre, Malkovich e Sam Rockwell sono agenti della Cia alle prese con il colpo di Stato del 1973 in Cile, in procinto di partire per un viaggio all’Isola di Pasqua, per vedere le sculture di pietra Moai. Nel film, Malkovich è Chris, malato terminale di cancro, intento a scrivere un memoir pieno di rivelazioni sul proprio movimentato pa…
LOS ANGELES. John Malkovich non ha dubbi: «McDonagh è uno dei migliori sceneggiatori che esistano. Film come i suoi, incentrati sulla storia dei personaggi, sono l’unico modo per motivare la gente ad andare al cinema». L’attore è stato premiato alla Mostra di Venezia per il suo ruolo in Wild Horse Nine, il nuovo film di Martin McDonagh. Britannico, di origini irlandesi, dopo una lunga carriera come regista teatrale McDonagh ha vinto un Oscar con il cortometraggio Six Shooter venti anni fa e ha poi collezionato sei candidature con film acclamati come In Bruges, Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola. In Wild Horse Nine, in sala dal 5 novembre, Malkovich e Sam Rockwell sono agenti della Cia alle prese con il colpo di Stato del 1973 in Cile, in procinto di partire per un viaggio all’Isola di Pasqua, per vedere le sculture di pietra Moai. Nel film, Malkovich è Chris, malato terminale di cancro, intento a scrivere un memoir pieno di rivelazioni sul proprio movimentato passato alla Cia, tra cui l’assassinio di un presidente; Rockwell è Lee, il suo socio, con cui litiga continuamente. Nel film anche Steve Buscemi e Tom Waits.
McDonagh, perché ha scelto di raccontare questa storia, ora?
«Perché è il mio film più politico. Nel mondo di oggi c’è troppa neutralità artistica, troppa tendenza a non dire nulla, a non esprimere nessuna opinione. Tocca noi assumerci responsabilità. Nessuno dei miei film lo definirei hollywoodiano, non racconto storie semplici con un lieto fine solo per avere un budget più alto, o avere più successo. Voglio solo continuare a realizzare film completamente liberi da qualsiasi interferenza. Sono sicuro che l’amministrazione Trump non capirà questa storia scomoda, sono troppo stupidi».
Era forse giunto il momento di parlare di uno degli episodi più oscuri della storia americana?
«La cosa tragica è che la storia continua a ripetersi in modo sempre più idiota. In passato le loro azioni, quantunque orribili, rimanevano segrete, ma ormai nemmeno a loro importa più nulla di ciò che pensa la gente. Mentre montavamo il film, era sempre più evidente un riscontro sull’attualità dei nostri giorni, soprattutto alla luce di molte delle recenti azioni di Trump. Allucinante. La situazione in questo momento è molto cupa e preoccupante».
Da quanto tempo voleva girare sull’Isola di Pasqua?
«Sono andato a Rapa Nui quindici anni fa, sperando che fosse un luogo dove poter ambientare un film, e l’ho trovata ricca di carattere. I Moai sono monumenti sacri antichissimi che custodiscono i resti degli antenati tribali. Nessuno li può toccare. Così ho iniziato a scrivere la storia di due attori, poi diventati colleghi, con una relazione di coppia sempre in disaccordo, come quella di coniugi anziani. Ho sempre voluto raccontare ciò che fece la Cia in Cile nel destabilizzare il governo socialista di Salvador Allende. Quando ho capito che potevo collegare queste due cose, la storia ha preso forma».
Anche In Bruges è stato scritto dopo un viaggio. Quant’è importante conoscere altri luoghi e altre culture per le sue idee?
«Moltissimo, mi piace viaggiare da solo, mi stimola a riflettere senza distrazioni. Bruges è stata una piccola gita e la città ha preso la forma di un personaggio durante un weekend. Rapa Nui offre uno splendido scenario, molto cinematografico. Non ho mai voluto scrivere qualcosa ambientato a Londra, perché non riesco a vederla con occhi nuovi. Mi piace viaggiare per l’America, soprattutto in treno, è come una finestra in CinemaScope sugli spazi sconfinati. Preparare un film è un processo lungo, tanto vale farlo in un luogo bello, che stimoli l’immaginazione. Mi interessa girare in posti poco esplorati sullo schermo».
Nel film ci sono riferimenti a John Ford. L’isola si prestava ad atmosfere western?
«Nel mio primo viaggio lì ho visto decine di cavalli selvaggi che correvano liberamente, alcuni li vedete nel film, è stata la cosa che mi è rimasta più impressa. E poi sono un grande fan di Sam Peckinpah, i suoi film parlano di uomini destinati al fallimento, che è uno dei temi del mio film».
Complicato organizzare le riprese in un posto così remoto.
«Rapa Nui si trova quasi a metà strada tra Sudamerica e Nuova Zelanda, non c’è alcuna infrastruttura per la realizzazione di film, i problemi logistici sono enormi. Abbiamo collaborato con Fábula, la società di Pablo Larraín, che ci ha messo in contatto con un’ottima troupe cilena. Abbiamo lavorato anche con cento persone dell’isola, discendenti delle antiche famiglie».
Come ha mantenuto un equilibrio tra commedia e dramma?
«Chiedendo a tutti di non recitare sopra le righe, non volevo che fossero divertenti in modo forzato. È comico e tragico allo stesso tempo, tutti i miei film lo sono, rispecchiano la vita».
Malkovich verso l’Oscar con Wilde horse nine. Il regista: “Oggi gli Usa non agiscono più nell’ombra”
Che effetto le fa vedere qualcosa che ha scritto interpretato da due grandi attori?
«Le emozioni sono forti, non è facile cogliere la vera essenza della situazione, trovare il tono giusto. A volte il termine regia sembra improprio, nel loro caso basta lasciarli liberi di interpretare i miei pensieri. Ho sempre un lungo periodo di prove con tutti gli attori, da Colin Farrell e Brendan Gleeson, a Frances McDormand fino a John Malkovich e Sam Rockwell in questo film, dove alla fine sono solo due persone che parlano tra loro. Ho sempre desiderato lavorare con John, uno dei migliori della sua generazione, è superlativo, da Oscar, una delle interpretazioni più belle viste negli ultimi anni. E Sam... Sam è uno dei miei attori preferiti di sempre».
Nei suoi film sembra che le interessi molto un tema: il modo in cui gli uomini esprimono i propri sentimenti. Perché?
«Perché non è esplorato abbastanza. Trovo l’amicizia maschile, se ben rappresentata, interessante e affascinante, quando è profonda e non quella ovvia che si vede nei film americani. Mi interessano le sfumature. Anche se questi uomini non sono dei modelli di riferimento, il loro affetto reciproco era stimolante da approfondire».
Con quale personaggio si identifica di più?
«Mi piace l’eccentricità e il lato pericoloso delle scelte di John, anche se è un uomo che ha fatto cose orribili. Ma ha dei momenti in cui riconosce l’importanza della democrazia, valore che oggi non è così scontato. In tutti i miei film esiste amore: nonostante la natura terribile di alcuni personaggi che ho scritto, l’amore traspare in tutti loro».
Qual è stato un momento decisivo nella sua formazione?
«Vedere Al Pacino nello spettacolo teatrale American Buffalo di David Mamet. Era pieno di energia e bestemmiava continuamente, i dialoghi erano straordinari e, sul quel palco, ho capito cosa fosse davvero la recitazione di un bravo attore».