LONDRA. La storia della mamma single che inventa il Miracle Mop, il mocio che si strizza da solo e può andare in lavatrice, non è esattamente materiale da copione. O forse sì. Dipende in che mani finisce. Potenzialmente poteva essere un disastro, ma la premiata ditta David O. Russell & Jennifer Lawrence (regista e attrice di Il lato positivo e American Hustle) ha trasformato la vita ordinaria di Joy Mangano (oggi 59enne a capo di un impero) in una storia universale di fallimento, disperazione, rivalsa, vendetta e successo che è diventata Joy, l'ultimo film di Russell, al cinema il 28 gennaio.
Lawrence, appena nominata attrice più pagata di Hollywood, si carica sulle spalle l'intera vicenda – e stavolta senza l'aiuto di arco e frecce come in Hunger Games – interpretando la Mangano dall'adolescenza fino alla maturità, nonostante l'attrice abbia solo 25 anni. L'età d'altronde, per questa ragazza di grande talento, non è mai stata un problema. Russell non avrebbe fatto il film senza di lei, spiega in una lussuosa stanza d'albergo londinese, mentre allunga le gambe su un tavolino. Accanto a lui c'è Jennifer, pantaloni a sigaretta neri, tacco dodici, una lupetto a trame argentate e i capelli raccolti all'indietro in un intricato chignon, che la fa sembrare più grande. Entrambi appaiono esausti. Lui si sbottona i pantaloni troppo stretti, lei, tutta imbronciata come si conviene a una diva, prende in mano il cellulare e non lo poserà mai durante tutta l'intervista.
«Ho sentito una fortissima affinità con la Mangano e ho davvero amato il personaggio, mi ha ispirata» esordisce. «E certamente mi sono potuta immedesimare in lei. So cosa vuol dire quando hai un sogno, e solo tu credi in te stessa e ti dicono "no" mille volte e devi perseverare. Joy ha un'incredibile forza di volontà e va avanti nonostante difficoltà enormi». E poi, senza che nessuno glielo chieda, con un tono solenne che stona con il suo aspetto, scandisce: «Quello che fa andare avanti me? La passione e l'amore per la recitazione e per il cinema, di cui non potrei fare a meno».
Jennifer Lawrence ha 14 anni quando convince i genitori ad accompagnarla a New York per andare a cercarsi un agente e provare a diventare un'attrice. La mamma, impiegata in una colonia per bambini, e il papà muratore, le danno il permesso di lasciare Louisville, in Kentucky, e di vivere per un po' a Manhattan. «Non sarei qui se mia madre non mi avesse lasciato andare» dice, «per lei è stato un sacrificio enorme. È stato un periodo pazzo della mia vita, ma lei mi ha vista felice e si è fidata. Era la sola che credesse in me».
Allora se la passava male. Spesso ha raccontato di aver dovuto condividere il pane con i topi di casa, perché non aveva un dollaro per fare la spesa. Ma dopo una parte in una serie tv poco famosa e, soprattutto, dopo il ruolo di protagonista in Un gelido inverno, la carriera della Lawrence ha subito un'accelerazione vertiginosa. E si è legata a doppio filo con quella di David O. Russell (i suoi The Fighter, Il lato positivo e American Hustle hanno raccolto insieme 25 nomination all'Oscar). Tanto che ormai si inizia a parlare di loro come di una coppia cinematografica di sicuro successo.
«Il film ci è stato offerto insieme, abbiamo discusso, ci siamo chiesti: cosa può esserci di speciale in questa vita?» prosegue il regista. «Joy ha un sacco di gente pazza intorno, ma lei non lo è. È una madre di famiglia single, è disperata. E a un certo punto decide di costruire da sola il suo sogno. Ma anche quando ci riesce i problemi non sono finiti. Perché deve difenderlo e lo fa come un gangster. Joy è una specie di Michael Corleone. Non ho mai visto questo spirito in una donna e in una famiglia ordinaria, non criminale. La seconda parte del film è una sorta di western, con una resa dei conti finale, dove Joy esercita il suo potere in modo silenzioso, contenuto, ma estremamente efficace. Jennifer ha subito accettato la parte. L'unica cosa che non le è piaciuta è che le ho chiesto di cantare. Ma alla fine si è convinta e lo ha fatto».
A quanto pare, l'attrice ha capitolato dopo un'epica lite sul set che ora i due tendono a minimizzare. Le riprese, in mezzo alla neve del Massachusetts, sono state intense e faticose, soprattutto per la Lawrence che appare in ogni singola scena. «È stato estenuante» ammette Russell, «ma Jennifer è rimasta sempre concentrata. Ha l'abilità di sapere usare l'energia di una scena – rabbia, disperazione, gioia – per girare la successiva e per far maturare il personaggio. Alla fine del film sembrava davvero una persona più vecchia, affaticata dagli anni. Forse perché era affaticata dal girare questo film che ha costruito con il cuore dall'inizio alla fine».
Con Russell tornano anche Robert De Niro (che interpreta il padre di Joy) e Bradley Cooper nel ruolo di un dirigente di Qvc, il canale di shopping che per primo ha iniziato a vendere il Miracle Mop trasformando la Mangano in una star della tv. C'è anche Isabella Rossellini, nella parte della ricca fidanzata del padre di Joy («Ho sempre voluto lavorare con lei» dice il regista). Grazie al mocio della Mangano, Lawrence punta all'Oscar (uno lo ha già vinto per Il lato positivo).
Ma è cambiata in questi intensi dieci anni? «L'ho vista crescere sui miei set. Era giovane, carina, innocente, ma aveva qualcosa di speciale. Un'anima vissuta. Poteva avere 40 anni come 14» ricorda il regista, guardandola con tenerezza, «oggi è una donna matura. È ancora selvaggia, ma non ha paura di guardarti negli occhi e mostrarti il suo potere. In lei c'è qualcosa di magico e nessuno riuscirà a rubarglielo, credo. Lo protegge a tutti i costi. È un aspetto che ho voluto anche nel personaggio di Joy. Perché quando scrivo un film lo faccio con Jennifer in mente. Tutti i miei ruoli femminili sono per lei».
Lawrence ha saputo ritagliarsi un ruolo anche fuori dal set. Come la sua Katniss Everdeen di Hunger Games, anche lei è diventata una specie di eroina rivoluzionaria dopo aver scritto per l'amica Lena Dunham una lettera aperta contro il sessismo hollywoodiano: un gruppo di hacker ha pubblicato sul web migliaia di email riservate della Sony da cui si è scoperto che le protagoniste femminili di American Hustle erano state pagate molto meno degli uomini. Per la Lawrence una discriminazione inaccettabile. «Non avevo pianificato di cominciare questa battaglia. Quando ho cliccato su "invia" non avrei mai immaginato che la mia lettera avrebbe avuto questa eco» commenta Lawrence con una punta di orgoglio. «È bello aver iniziato a portare l'attenzione su questo tema. Almeno se ne parla. Ora sento anche di avere una certa responsabilità. In genere insieme alla fama arriva anche quella. La gente ti guarda. Ti imita. Nel mio caso, grazie a Hunger Games, sono soprattutto le ragazzine a farlo».
E per questo film si è assicurata che la sua paga fosse equa? Finalmente si lascia andare a un sorriso: «Oh, sono stata pagata molto bene. Ma anche per American Hustle, onestamente. Il mio sfogo non riguardava un'ingiustizia personale, non volevo più soldi, non sono avida. Però essere una donna non significa essere per forza una vittima. Volevo dire questo, soprattutto, alle giovani attrici alle prime armi».
(15 gennaio 2016)
Lawrence, appena nominata attrice più pagata di Hollywood, si carica sulle spalle l'intera vicenda – e stavolta senza l'aiuto di arco e frecce come in Hunger Games – interpretando la Mangano dall'adolescenza fino alla maturità, nonostante l'attrice abbia solo 25 anni. L'età d'altronde, per questa ragazza di grande talento, non è mai stata un problema. Russell non avrebbe fatto il film senza di lei, spiega in una lussuosa stanza d'albergo londinese, mentre allunga le gambe su un tavolino. Accanto a lui c'è Jennifer, pantaloni a sigaretta neri, tacco dodici, una lupetto a trame argentate e i capelli raccolti all'indietro in un intricato chignon, che la fa sembrare più grande. Entrambi appaiono esausti. Lui si sbottona i pantaloni troppo stretti, lei, tutta imbronciata come si conviene a una diva, prende in mano il cellulare e non lo poserà mai durante tutta l'intervista.
«Ho sentito una fortissima affinità con la Mangano e ho davvero amato il personaggio, mi ha ispirata» esordisce. «E certamente mi sono potuta immedesimare in lei. So cosa vuol dire quando hai un sogno, e solo tu credi in te stessa e ti dicono "no" mille volte e devi perseverare. Joy ha un'incredibile forza di volontà e va avanti nonostante difficoltà enormi». E poi, senza che nessuno glielo chieda, con un tono solenne che stona con il suo aspetto, scandisce: «Quello che fa andare avanti me? La passione e l'amore per la recitazione e per il cinema, di cui non potrei fare a meno».
Jennifer Lawrence ha 14 anni quando convince i genitori ad accompagnarla a New York per andare a cercarsi un agente e provare a diventare un'attrice. La mamma, impiegata in una colonia per bambini, e il papà muratore, le danno il permesso di lasciare Louisville, in Kentucky, e di vivere per un po' a Manhattan. «Non sarei qui se mia madre non mi avesse lasciato andare» dice, «per lei è stato un sacrificio enorme. È stato un periodo pazzo della mia vita, ma lei mi ha vista felice e si è fidata. Era la sola che credesse in me».
Allora se la passava male. Spesso ha raccontato di aver dovuto condividere il pane con i topi di casa, perché non aveva un dollaro per fare la spesa. Ma dopo una parte in una serie tv poco famosa e, soprattutto, dopo il ruolo di protagonista in Un gelido inverno, la carriera della Lawrence ha subito un'accelerazione vertiginosa. E si è legata a doppio filo con quella di David O. Russell (i suoi The Fighter, Il lato positivo e American Hustle hanno raccolto insieme 25 nomination all'Oscar). Tanto che ormai si inizia a parlare di loro come di una coppia cinematografica di sicuro successo.
«Il film ci è stato offerto insieme, abbiamo discusso, ci siamo chiesti: cosa può esserci di speciale in questa vita?» prosegue il regista. «Joy ha un sacco di gente pazza intorno, ma lei non lo è. È una madre di famiglia single, è disperata. E a un certo punto decide di costruire da sola il suo sogno. Ma anche quando ci riesce i problemi non sono finiti. Perché deve difenderlo e lo fa come un gangster. Joy è una specie di Michael Corleone. Non ho mai visto questo spirito in una donna e in una famiglia ordinaria, non criminale. La seconda parte del film è una sorta di western, con una resa dei conti finale, dove Joy esercita il suo potere in modo silenzioso, contenuto, ma estremamente efficace. Jennifer ha subito accettato la parte. L'unica cosa che non le è piaciuta è che le ho chiesto di cantare. Ma alla fine si è convinta e lo ha fatto».
A quanto pare, l'attrice ha capitolato dopo un'epica lite sul set che ora i due tendono a minimizzare. Le riprese, in mezzo alla neve del Massachusetts, sono state intense e faticose, soprattutto per la Lawrence che appare in ogni singola scena. «È stato estenuante» ammette Russell, «ma Jennifer è rimasta sempre concentrata. Ha l'abilità di sapere usare l'energia di una scena – rabbia, disperazione, gioia – per girare la successiva e per far maturare il personaggio. Alla fine del film sembrava davvero una persona più vecchia, affaticata dagli anni. Forse perché era affaticata dal girare questo film che ha costruito con il cuore dall'inizio alla fine».
Con Russell tornano anche Robert De Niro (che interpreta il padre di Joy) e Bradley Cooper nel ruolo di un dirigente di Qvc, il canale di shopping che per primo ha iniziato a vendere il Miracle Mop trasformando la Mangano in una star della tv. C'è anche Isabella Rossellini, nella parte della ricca fidanzata del padre di Joy («Ho sempre voluto lavorare con lei» dice il regista). Grazie al mocio della Mangano, Lawrence punta all'Oscar (uno lo ha già vinto per Il lato positivo).
Ma è cambiata in questi intensi dieci anni? «L'ho vista crescere sui miei set. Era giovane, carina, innocente, ma aveva qualcosa di speciale. Un'anima vissuta. Poteva avere 40 anni come 14» ricorda il regista, guardandola con tenerezza, «oggi è una donna matura. È ancora selvaggia, ma non ha paura di guardarti negli occhi e mostrarti il suo potere. In lei c'è qualcosa di magico e nessuno riuscirà a rubarglielo, credo. Lo protegge a tutti i costi. È un aspetto che ho voluto anche nel personaggio di Joy. Perché quando scrivo un film lo faccio con Jennifer in mente. Tutti i miei ruoli femminili sono per lei».
Lawrence ha saputo ritagliarsi un ruolo anche fuori dal set. Come la sua Katniss Everdeen di Hunger Games, anche lei è diventata una specie di eroina rivoluzionaria dopo aver scritto per l'amica Lena Dunham una lettera aperta contro il sessismo hollywoodiano: un gruppo di hacker ha pubblicato sul web migliaia di email riservate della Sony da cui si è scoperto che le protagoniste femminili di American Hustle erano state pagate molto meno degli uomini. Per la Lawrence una discriminazione inaccettabile. «Non avevo pianificato di cominciare questa battaglia. Quando ho cliccato su "invia" non avrei mai immaginato che la mia lettera avrebbe avuto questa eco» commenta Lawrence con una punta di orgoglio. «È bello aver iniziato a portare l'attenzione su questo tema. Almeno se ne parla. Ora sento anche di avere una certa responsabilità. In genere insieme alla fama arriva anche quella. La gente ti guarda. Ti imita. Nel mio caso, grazie a Hunger Games, sono soprattutto le ragazzine a farlo».
E per questo film si è assicurata che la sua paga fosse equa? Finalmente si lascia andare a un sorriso: «Oh, sono stata pagata molto bene. Ma anche per American Hustle, onestamente. Il mio sfogo non riguardava un'ingiustizia personale, non volevo più soldi, non sono avida. Però essere una donna non significa essere per forza una vittima. Volevo dire questo, soprattutto, alle giovani attrici alle prime armi».
(15 gennaio 2016)