ISTANBUL. La notizia gli è arrivata verso sera, da un collega: «Guarda che nella lista c’è anche Orhan». In quel momento, Alper dice di aver capito che non si sarebbe tornati indietro. Nella sua scuola, dove insegna matematica, è convinto che finiranno per sospenderli quasi tutti. «Hanno un elenco: quello forse andava alle riunioni dei gulenisti, quell’altro ai loro pic-nic al parco, per condividere lo spirito della comunità. Prima ci cacceranno, poi magari diranno di essersi sbagliati: per questo ho paura». Dopo il fallito golpe, le purghe del governo turco non l’hanno ancora colpito. Ma secondo lui, in questo clima, è solo questione di tempo. «Io non sono mai stato gulenista. Certo li conosco, molti sono miei colleghi. Anzi, lo erano». Quarantenne, una figlia adolescente e un altro di otto anni, Alper non sa se tra un mese sarà di nuovo in cattedra nella sua scuola sulla sponda asiatica di Istanbul. E se anche lui dovesse finire nel tritacarne, nella «pulizia» promessa dal presidente Tayyip Erdogan, per la sua famiglia non riesce a immaginare un futuro.
Nella Turchia sopravvissuta al colpo di Stato, i regolamenti di conti non vanno per il sottile. «Finora non abbiamo ricevuto minacce, perché non abbiamo mai avuto rapporti con le comunità religiose come quella di Gülen. Ma la paura è che il governo sfrutti questo periodo anche contro il resto dell’opposizione». Nella periferia industriale a sud di Istanbul, Murat ha fondato e dirige una dershane, le diffusissime scuole private che preparano agli esami universitari e costituivano una delle basi dell’impero economico e della penetrazione sociale della cemaat, la confraternita di Fethullah Gülen. Murat, in realtà, non si chiama così. Accetta di raccontare solo se può restare anonimo, come in questi giorni fanno in tanti. Persino chi a parlare in pubblico è abituato da sempre, nelle università o sui giornali, oggi non se la sente più. Anche se con i «gulenisti» non ha mai avuto nulla a che fare. «Nessuno può sentirsi al sicuro, perché nessuno sa fin dove vuole spingersi Erdogan». A fargli paura, sono i mesi a venire. «Una cosa del genere non è mai successa. Io nel 1980 c’ero. Nemmeno dopo quel colpo di Stato sono state attaccate tutte le istituzioni di base: la scuola, la magistratura, l’esercito. In che Paese ci ritroveremo, quando tutto questo sarà finito?».
La fine, comunque, non sembra vicina. «Dobbiamo ripulire la Turchia dai gulenisti» dice Erdogan, scegliendo il verbo con cura. «Sono una metastasi». L’obiettivo che quasi nessuno ha il coraggio di indicare in pubblico fa impressione: 400 mila epurazioni, tra arresti e licenziamenti. Come svuotare d’un colpo Firenze o Bologna. Con le famiglie, una stima di 2 milioni di persone coinvolte. «Senza lo stato d’emergenza, per liquidarli non sarebbero bastati dieci anni» confessa candidamente il vicepremier Canikli. Così invece è più facile. Se serve, prima si arresta e poi si cercano le prove. Perché tanto i gulenisti sono tutti colpevoli. E se qualcuno non lo è, gulenista, poi si vedrà.
Nella prima settimana di lavoro dopo il golpe, Burhan provava a riaffacciarsi alla normalità nel suo ufficio al quinto piano di un palazzo nel quartiere degli affari di Levent. Quando la polizia è arrivata, non sapeva cosa aspettarsi. «Sono piombati qua sotto con una squadra di agenti, credo fossero dell'antiterrorismo. Abbiamo sentito le sirene, poi li abbiamo visti dentro, come in un blitz». Qualche piano più su, c'è uno studio legale. Era quello l'obiettivo del raid. «Avvocati importanti, con clienti internazionali. Li abbiamo visti andare via in manette». Lui che dice di non aver nulla da temere, ha paura lo stesso. Con i nuovi nemici di Erdogan non ha alcun legame. Ma non basta a farlo stare tranquillo. «Perché non è un episodio isolato. In questo momento, non puoi sapere chi sarà il prossimo. Il governo dice di voler intervenire dappertutto, e nel settore privato è appena all'inizio».
In Turchia sono anche i giorni della delazione. In una calda mattina di fine luglio, Esra, manager nell'ambiente artistico di Istanbul, sale su un taxi. L'autista inizia a chiederle cosa ne pensi di tutto questo caos dopo il golpe, e se in fondo è davvero convinta che la colpa sia degli uomini di Gülen. E siccome lei non vuole parlarne, lui accosta, si gira e spiega di essere un poliziotto in borghese, con il compito di «scovare» simpatizzanti dei golpisti. Come lui, sostiene, in giro per la città ce ne sono tanti. È la verità? Di certo a Istanbul, dove i taxi li prendono tutti, di episodi simili se ne raccontano di continuo.
Nella zona turistica di Sultanahmet, vicino al Gran Bazar, d'un tratto una pattuglia di poliziotti ferma una coppia di amici. Uno dei tanti venditori di pannocchie lesse, tutto il giorno col suo carrello all'angolo della strada, aveva avvisato gli agenti di alcuni discorsi sospetti. Certamente in cambio di una mancia. Solo zelanti cittadini? «I gulenisti sono così bravi a infiltrarsi, che ce ne sono anche nel nostro stesso partito» spiega un funzionario dell'Akp di Erdogan. Se il nemico può essere ovunque, anche le spie devono esserlo.Da qualche giorno, i tre figli di Asli hanno iniziato a farle domande. Il più grande, 12 anni, voleva sapere perché il padre del suo amico, un funzionario pubblico, avesse perso il lavoro. Lei ha provato a fargli capire la situazione, finché si è resa conto di non riuscirci. Chi sono i nemici dello Stato? Perché noi li conoscevamo? «Non sapevo che dirgli. Perché quelli della cemaat sono milioni di persone. Spesso solo simpatizzanti, gente che magari condivideva un certo stile di vita. Così gli ho detto che per adesso è meglio non parlarne. Ci sarà tempo per spiegarlo, quando anche noi avremo capito davvero».
Sevgi è responsabile delle risorse umane in uno dei più grandi atenei di Istanbul. Come per tutti i dipendenti delle università, le hanno cancellato le vacanze. Tutti precettati dallo Stato, che vuole tenerseli vicini. I professori universitari non possono espatriare, come i dipendenti pubblici e altre decine di migliaia di turchi cui sono stati revocati i passaporti. «Non so quale sia il vero obiettivo di questa caccia alle streghe. Ma penso che l'effetto sarà di non tollerare più nessuna forma di protesta, anche quando lo stato d'emergenza sarà finito». Alla sua università, come a tante altre, le autorità hanno chiesto una lista dei dipendenti, accompagnata da possibili affiliazioni politiche o religiose. «Cercano i gulenisti, ma io sono convinta che prima o poi verrà anche il nostro turno».
(19 agosto 2016)
Nella Turchia sopravvissuta al colpo di Stato, i regolamenti di conti non vanno per il sottile. «Finora non abbiamo ricevuto minacce, perché non abbiamo mai avuto rapporti con le comunità religiose come quella di Gülen. Ma la paura è che il governo sfrutti questo periodo anche contro il resto dell’opposizione». Nella periferia industriale a sud di Istanbul, Murat ha fondato e dirige una dershane, le diffusissime scuole private che preparano agli esami universitari e costituivano una delle basi dell’impero economico e della penetrazione sociale della cemaat, la confraternita di Fethullah Gülen. Murat, in realtà, non si chiama così. Accetta di raccontare solo se può restare anonimo, come in questi giorni fanno in tanti. Persino chi a parlare in pubblico è abituato da sempre, nelle università o sui giornali, oggi non se la sente più. Anche se con i «gulenisti» non ha mai avuto nulla a che fare. «Nessuno può sentirsi al sicuro, perché nessuno sa fin dove vuole spingersi Erdogan». A fargli paura, sono i mesi a venire. «Una cosa del genere non è mai successa. Io nel 1980 c’ero. Nemmeno dopo quel colpo di Stato sono state attaccate tutte le istituzioni di base: la scuola, la magistratura, l’esercito. In che Paese ci ritroveremo, quando tutto questo sarà finito?».
La fine, comunque, non sembra vicina. «Dobbiamo ripulire la Turchia dai gulenisti» dice Erdogan, scegliendo il verbo con cura. «Sono una metastasi». L’obiettivo che quasi nessuno ha il coraggio di indicare in pubblico fa impressione: 400 mila epurazioni, tra arresti e licenziamenti. Come svuotare d’un colpo Firenze o Bologna. Con le famiglie, una stima di 2 milioni di persone coinvolte. «Senza lo stato d’emergenza, per liquidarli non sarebbero bastati dieci anni» confessa candidamente il vicepremier Canikli. Così invece è più facile. Se serve, prima si arresta e poi si cercano le prove. Perché tanto i gulenisti sono tutti colpevoli. E se qualcuno non lo è, gulenista, poi si vedrà.
Nella prima settimana di lavoro dopo il golpe, Burhan provava a riaffacciarsi alla normalità nel suo ufficio al quinto piano di un palazzo nel quartiere degli affari di Levent. Quando la polizia è arrivata, non sapeva cosa aspettarsi. «Sono piombati qua sotto con una squadra di agenti, credo fossero dell'antiterrorismo. Abbiamo sentito le sirene, poi li abbiamo visti dentro, come in un blitz». Qualche piano più su, c'è uno studio legale. Era quello l'obiettivo del raid. «Avvocati importanti, con clienti internazionali. Li abbiamo visti andare via in manette». Lui che dice di non aver nulla da temere, ha paura lo stesso. Con i nuovi nemici di Erdogan non ha alcun legame. Ma non basta a farlo stare tranquillo. «Perché non è un episodio isolato. In questo momento, non puoi sapere chi sarà il prossimo. Il governo dice di voler intervenire dappertutto, e nel settore privato è appena all'inizio».
In Turchia sono anche i giorni della delazione. In una calda mattina di fine luglio, Esra, manager nell'ambiente artistico di Istanbul, sale su un taxi. L'autista inizia a chiederle cosa ne pensi di tutto questo caos dopo il golpe, e se in fondo è davvero convinta che la colpa sia degli uomini di Gülen. E siccome lei non vuole parlarne, lui accosta, si gira e spiega di essere un poliziotto in borghese, con il compito di «scovare» simpatizzanti dei golpisti. Come lui, sostiene, in giro per la città ce ne sono tanti. È la verità? Di certo a Istanbul, dove i taxi li prendono tutti, di episodi simili se ne raccontano di continuo.
Nella zona turistica di Sultanahmet, vicino al Gran Bazar, d'un tratto una pattuglia di poliziotti ferma una coppia di amici. Uno dei tanti venditori di pannocchie lesse, tutto il giorno col suo carrello all'angolo della strada, aveva avvisato gli agenti di alcuni discorsi sospetti. Certamente in cambio di una mancia. Solo zelanti cittadini? «I gulenisti sono così bravi a infiltrarsi, che ce ne sono anche nel nostro stesso partito» spiega un funzionario dell'Akp di Erdogan. Se il nemico può essere ovunque, anche le spie devono esserlo.Da qualche giorno, i tre figli di Asli hanno iniziato a farle domande. Il più grande, 12 anni, voleva sapere perché il padre del suo amico, un funzionario pubblico, avesse perso il lavoro. Lei ha provato a fargli capire la situazione, finché si è resa conto di non riuscirci. Chi sono i nemici dello Stato? Perché noi li conoscevamo? «Non sapevo che dirgli. Perché quelli della cemaat sono milioni di persone. Spesso solo simpatizzanti, gente che magari condivideva un certo stile di vita. Così gli ho detto che per adesso è meglio non parlarne. Ci sarà tempo per spiegarlo, quando anche noi avremo capito davvero».
Sevgi è responsabile delle risorse umane in uno dei più grandi atenei di Istanbul. Come per tutti i dipendenti delle università, le hanno cancellato le vacanze. Tutti precettati dallo Stato, che vuole tenerseli vicini. I professori universitari non possono espatriare, come i dipendenti pubblici e altre decine di migliaia di turchi cui sono stati revocati i passaporti. «Non so quale sia il vero obiettivo di questa caccia alle streghe. Ma penso che l'effetto sarà di non tollerare più nessuna forma di protesta, anche quando lo stato d'emergenza sarà finito». Alla sua università, come a tante altre, le autorità hanno chiesto una lista dei dipendenti, accompagnata da possibili affiliazioni politiche o religiose. «Cercano i gulenisti, ma io sono convinta che prima o poi verrà anche il nostro turno».
(19 agosto 2016)