Damasco è avvezza ai complimenti da secoli. Mark Twain le giurava: "Damasco non morirà mai. Gli anni qui non sono che attimi, i decenni impalpabili briciole del tempo. È un modello d'immortalità". Un viaggiatore nel Dodicesimo secolo la esaltava: "Se c'è un paradiso in terra, quello è Damasco". E il poeta Ka'ab el Ahbar scriveva che nella Creazione, Dio aveva assegnato a ogni cosa un luogo: a Damasco assegnò la ragione, e l'accompagnò la ribellione.
La città più frequentata dalle guide oggi si raccoglie, serena e indaffarata, attorno al vecchio suq, uno dei più antichi al mondo, ancora abitati. Perciò il viaggiatore punterà verso la via Recta, dove i budelli del suq al Hamidiyeh allineano botteghe e si spalancano sull'incanto dei caravanserragli. Tutt'attorno, il taccuino annoterà le visite da non mancare: come non rendere omaggio alla Moschea degli Omayyadi, primo grandioso monumento della civiltà islamica. Si raggiunge attraverso il suq Madhat Basha, aprendosi il passaggio fra garzoni e carretti ricolmi di mente profumate. L'immensa sala delle preghiere, scintillante di cristalli, mette in mostra l'eleganza dell'Islam sunnita. All'interno di un sacrario è riposto il capo di San Giovanni Battista, portato qui dai Romani. I musulmani lo venerano profeta col nome di Yahia. E gli rendono omaggio assieme ai cristiani, cui è riservato un fonte battesimale. Bastione della convivenza tra fedi, non a caso il Papa lo scelse per compiervi nel 2001 il primo ingresso in una moschea nella storia del papato.
Poco distante s'innalza il cenotafio di Saladino, sepolto sotto i marmi verdi di un tempietto: sempre feroce secondo gli europei, esempio di sublime saggezza per gli orientali che tuttora ne insegnano le gesta, non di guerriero, ma di paciere e di costruttore. Di fianco, nei giardini e nelle stanze del Palazzo Azem, dimora di As'ad Pasha, sultano del Diciottesimo secolo, si ripercorre la gamma dei piaceri voluttuari e dei capolavori d'arte islamica.
E in quella confusione di suoni, nel tocco delle campane che si mescola al canto dei muezzin, nelle croci delle basiliche che svettano assieme ai minariti, il viaggiatore riconoscerà la terra del primo cristianesimo, la porta d'ingresso oltre cui sgusciò anche il primo Islam. Insegna il patriarca greco cattolico Isidore Battikha, nella basilica tra Bab Sharqi e Bab Tuma, non lontano dalla chiesa di San Paolo (accecato dalla luce del Signore sulla via di Damasco) che in quel tempo, nel Settimo secolo, gli insegnamenti del Profeta erano tanto simili alla dottrina dei cristiani che questi ultimi accolsero i seguaci di Mohammed come una delle numerose sette cristiane proliferanti in quegli anni. Da allora le due fedi hanno stretto qui un solidazio. Oggi, nei deserti fuori città, rifugio inalterato di eremiti nei secoli, anacoreti di ogni culto condividono la solitudine e la contemplazione. Ma Damasco, città della ragione, ha preservato la sua fama laica, refrattaria agli estremismi.
I veli neri che affollano l'ingresso del santuario di Saiyida Zenab - risplendenti di argenti e meta di pellegrinaggio degli sciiti iraniani - e certe strade della capitale, non vanno scambiati per un rigurgito fondamentalista siriano: appartengono, piuttosto, agli sciami di turisti approdati dal Golfo richiamati dal più ospitale Levante in seguito alle asprezze e ai sospetti diffusi in Occidente dopo l'11 settembre.
Città dei piaceri, Damasco nasconde il suo volto privato dietro muri all'apparenza uniformi d'argilla. Però a sbirciare oltre gli usci delle case patrizie e popolari, specie la sera quando si smorza il vociare delle botteghe, si attenuano le luci, e i cortili si aprono, si palesano viste d'incanto: scorci di giardini delle meraviglie, e patio di marmi bicromi con fontane scroscianti, rubati attraverso portoncini accostati per accogliere gli amici venuti a giocare a tarnib, il bridge siriano. Quelle case si possono meglio visitare bussando al negozio del commerciante cristiano Salim Nassan, generoso anfitrione nelle stanze decorate del Palazzo Nassan. Un'altra dimora, della famiglia Nizam, fuggita dal centro verso i nuovi quartieri sui colli, è stata restaurata e adibita a biblioteca. Altre ancora, riadattate di recente, ospitano ristoranti di buona cucina: l'Opaline, dietro alla Via Recta, Al Hawali in vista della Grande Moschea (i vini, caso raro, sono vietati per la prossimità al luogo di culto).
Quanto allo shopping, il precetto è presto impartito: "Andate e comprate". Damasco è la capitale della più antica società mercantile al mondo. E perciò sete, soprattutto damaschi, cotoni, legni intarsiati, vetri soffiati (l'antico commercio con Venezia fioriva grazie all'artigianato locale), monili e spezie - dall'ambra alla mirra all'incenso e al giacinto e al muschio - che qui sono più fresche, abbondanti e profumate rispetto all'Europa. Le prede più ambite e preziose sono i vetri e gli argenti antichi, e i legni antiquari intarsiati di madreperla: il turismo di massa non li ha ancora raggiunti. Due indirizzi cui rivolgersi per un consiglio: Selim Nassan, erede dei grandi mercanti cristiani, e l'antiquario George Dabdoub, accanto alla Grande Moschea, ultimo di numerose generazioni di commercianti ebraici.
Ma non si lascia Damasco senza aver prima sostato davanti alle vetrine di un raro dispensatore di delizie: Ghraoui, l'impareggiato confiseur d'Oriente, accanto a piazza Yusuf al Azmeh. Le sue rose dorate di Damasco deliziavano già nell'Ottocento le corti europee, i palati raffinati di Hédiard a Parigi e di Harrod's a Londra. Il marzapane, regale golosità dei Califfi, mosse da qui verso l'Europa. Così pure la frutta candita, la cui radice etimologica è nel verbo arabo kandu. Risalire alle origini, ritrovarne il sapore autentico, è una scoperta davvero memorabile.
(10 mar 2005)