Viaggi

Sudamerica con ogni mezzo/2

Da La Paz a Rio de Janeiro. Ancora curve e curve sulle Ande boliviane in autobus e fuoristrada. I misteri delle missioni dei gesuiti. Il labirinto d'acqua del Pantanal brasiliano. Le pianure infinite del Mato Grosso del Sud. L'avventura coast to coast continua per oltre 4000 chilometri, finché all'orizzonte compare l'Oceano Atlantico

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La Paz/Cochabamba/ Santa Cruz - 950 km Prima di lasciare La Paz con i suoi un milione 200 mila abitanti soffocati dallo smog e dal traffico, scesi a piedi dal Teatro Municipale verso Piazza degli Studenti. In città ci sono almeno 50 mila universitari e un'infinità di omnibus e taxi. Un vero caos motorizzato. Seduto ai tavoli di un bar del centro vidi un paio di ragazzi tentare un borseggio con destrezza ai danni di un turista, ma senza successo. Ovunque lungo la strada i voceador chiamavano le destinazioni dei loro piccoli omnibus a gran voce. In Sudamerica, come in Africa e Asia del resto, la spina dorsale dell'economia spicciola sono i trasporti privati: collectivos, autobus, camion, mototaxi e risciò, arrivano dappertutto trasportando a prezzi modici chiunque in ogni luogo del Paese.
Io e Bernardo, la mia nuova guida, gran alpinista e viaggiatore, ci adeguammo.

 

Alla stazione dei bus, progettata dallo stesso architetto che costruì la Tour Eiffel, c'imbarcammo su uno Scania a due piani (costruito in Brasile) diretto a Cochabamba e Santa Cruz, 950 chilometri di buche e pueblitos più a sud-ovest.
Ci vollero 12 ore per coprire 350 chilometri. Ma dalla prima fila dell'autobus, dal finestrone panoramico, ci godemmo l'altopiano coltivato a quinoa (un tipo di cereale) e patate, frammentato da colline lontane. Piovve un'acquerugiola grigiastra che nascondeva il resto delle montagne. Feci due chiacchiere con calma con Bernardo e scoprii che qui in Bolivia, lui, era una leggenda dell'alpinismo: è stato l'unico boliviano nella storia a scalare l'Everest e mantiene ancora una specie di record dopo essere salito ben 176 volte sull'Illimani.

Iniziammo una lenta discesa sub-andina tra valli brusche e nuvolaglie. La foresta riprese in fretta il sopravvento sulle rocce affilate: in meno di 10 ore ritornammo ai tropici. Il bus bucò una ruota e scendemmo tutti ad assistere al cambio gomme sotto un bel temporale profumato d'erba. Per fortuna c'erano alberi di mango e palme a ombrello.

A Cochabamba, nel buio, scorgemmo una periferia ibrida, operai in bici e piccole industrie. La città è ancora oggi il granaio del Paese. Non per nulla produce ettolitri di chichas cochabambinas, un distillato di mais alcolico che distrugge in breve il senso della realtà. Clima mite, 400 mila abitanti e poco altro da vedere. Riprendemmo la strada verso est che abbandonava le Ande. Cominciò un ambiente disarmonico che trasformò l'altopiano in una discesa inesorabile verso l'Equatore. Entrammo in una Bolivia disordinata e caotica. Fino a Villa Tunari ci furono solo curve vertiginose e strapiombi, pareti rocciose e boschi impenetrabili. Abbandonammo il bus a Chimoé e ci ritrovammo sotto il sole delle due del pomeriggio in attesa di un taxi per Montero.

Ingaggiammo Raul e il suo taxi bianco-verde. Concordammo un passaggio di quasi 200 chilometri per 250 bolivianos (40 dollari), benzina compresa. La strada era ormai in pianura, costeggiata solo da palme e bananeti. Vedemmo accampamenti militari qua e là. Bernardo mi raccontò che questa era zona di petrolio, riso, gas e soprattutto di cocaleros. "Nessun pericolo - mi disse - ma è meglio non andare in giro a curiosare troppo, specialmente con una macchina fotografica al collo".
Raul e Bernardo discussero tutto il tempo di politica, economia, montagna e cibo. Io, sul sedile posteriore, osservai il panorama e scrissi. Il pomeriggio era caldissimo.

Arrivammo in qualche modo a Santa Cruz e ci scolammo una birra Paceña, tanto per festeggiare il ventesimo parallelo sud. La città era un bivio importante. Da qui cominciavano mille chilometri di sterrato che volendo potevano portarmi diritto fino al confine brasiliano.

Ma non era ancora il momento di abbandonare la Bolivia.

Prima volevo vedere la Valle dei Gesuiti, una serie di villaggi che ospitano ancora oggi missioni edificate tra il 1696 e il 1760 dagli evangelisti cristiani, ora Patrimonio storico dell'Umanità Unesco e conservate in ottime condizioni.

Santa Cruz/Conception/San Ignacio /San José de Chiquitos - 700 km
Santa Cruz era gigante e piatta. Poco meno di 800 mila crucenos, vivono oggi vicino alle rive del Rio Piray. Con il fuoristrada lasciammo la periferia della città verso oriente e rimanemmo sull'asfalto fino a Papillon e Los Troncos prima di deviare verso San Javier.

Si trattava di compiere un anello di strada polverosa e poco agevole che aggirava i territori collinosi a nord dei Piani di Chiquitos. Quasi 700 chilometri a ferro di cavallo prima di tornare sulla direttrice principale che conduceva al confine.

Ma ne valse la pena. I villaggi erano di un altro mondo e le chiese edificate dai gesuiti che visitai erano un raro esempio di conservazione architettonica e storica. Intorno sonnecchiava una regione formata da pascoli e fazendas gigantesche, piene di tori brahma e mandrie di bufali. Colline boscose erano tagliate in due dallo sterrato d'argilla rosso-sangue. Villaggi insignificanti e mese rocciose sullo sfondo. San Ignacio, Santa Ana, San Miguel, San Rafael erano frazioni che si assomigliavano tutte: una grande piazza quadrata, portici e abitazioni semplici a un piano, qualche negozio, un meccanico e un campanile. A 45 chilometri da San José ci fermammo a bere qualcosa nell'unico chiosco aperto che trovammo in tutta la valle. Tra le chiacchiere dell'ultimo sole della giornata apparvero due carri trainati da cavalli pieni di Mennoniti vestiti a festa e diretti in città. Bambine con cappelli e nastri colorati, donne con le gonne lunghe, uomini austeri: tra la polvere e i raggi obliqui del tramonto sembravano usciti tutti da una macchina del tempo.

San José de Chiquitos/Puerto Suarez - 400 km
A San José trovammo l'ultima e forse la più grande delle missioni gesuite. Dalla grande piazza porticata, con il campanile, filammo via lungo la pista che costeggiava la ferrovia a scartamento ridotto che porta al confine brasiliano. Nuguli immensi di farfalle gialle e blu si posavano sul ciglio della strada, tra l'argilla e la foresta. A Chuchis un enorme monolite di pietra s'innalzò nella pianura, appena oltre la linea ferroviaria. A Roboré trovammo ancora carburante e ci fermammo a chiedere informazioni sulla strada. Versioni contrastanti: un camionista ci rise in faccia quando spiegammo che eravamo diretti in Brasile in quella stagione. Un tassista ci rincuorò assicurandoci che non ci sarebbero stati problemi a passare i guadi e il fango. La pista divenne un'ossessione di buche e polvere, sabbia bagnata, fiumiciattoli e pietre che sembrò non finire proprio mai. Cominciò una discesa interminabile lungo una campagna invisibile. Quando cadde la notte, non venne fuori nemmeno la luna.

Uscire dalla Bolivia, il mattino successivo fu un attimo. Salutai Bernardo (che doveva tornare da solo a La Paz lungo la stessa strada e non era per nulla contento), cambiai dei dollari in reali brasiliani (rapporto 1 a 3), controllai la mail in un internet café e assieme alla mia nuova guida partii verso Corumbá. Ero già nel Pantanal, una regione straordinaria grande metà della Francia, che si trova a cavallo tra Mato Grosso, Bolivia e Paraguay. Un intrico di canali, lagune, piane alluvionali e fiumi che scendono dalla Sierra di San Jeronimo e si riversano nel gigantesco fiume Paraguay, trasformando l'intera area in un ambiente unico al mondo, paragonabile forse solo al delta dell'Okawango in Botswana.

Pantanal / Bonito / Campo Grande/ San Paolo - 1500 km
Ma non c'era tempo per le esplorazioni. Lasciai il Pantanal al suo destino di zanzare e capibara (i giganteschi roditori della zona) e guidai ancora verso est. Attraversai pianure coltivate a mais e pascoli grandi come il Piemonte e fino a Campo Grande il panorama fu più o meno questo.

Il capoluogo del Mato Grosso del Sud è una città moderna, abbastanza anonima, con un sacco di studenti e poche attrazioni turistiche servita benissimo da bus e aerei. Stufo di guidare lungo pianure e campagne ormai antropizzate, decisi di imbarcarmi su una corriera notturna per San Paolo. Ci vollero 12 ore di buio e asfalto per raggiungere l'incubo metropolitano di una megalopoli da 18 milioni di abitanti.

San Paolo/Rio de Janeiro - 350 km
Migliaia di condomini e grattacieli mi accolsero sotto un cielo gonfio di nubi grigie.
Dopo settimane di natura e aria buona non resistetti più di qualche ora. Salutai un amico italiano trapiantato da quelle parti e scappai alla prima occasione verso l'Atlantico.

Di fronte a Ilha Bela la costa si frastagliò in insenature rocciose, isolotti e baie battute dall'oceano. Mi fermai a Parati, un incanto d'architettura coloniale affacciato sul mare. Era rimasto tutto intatto, come tre secoli addietro: chiese barocche, case color pastello, muri e piazzette aperte sul mare.

Ci volevano ancora cinque ore per raggiungere Ipanema.
Me la presi calma per godermi gli ultimi chilometri. Il traffico si fece intenso.
Poi, inesorabili, apparvero i rilievi inconfondibili della Baia di Guanabana, la culla di Rio de Janeiro. Il Pacifico ormai si trovava 7 mila chilometri dietro le mie spalle.

Il sole sparì svelto dietro le favelas illuminate che sembravano lucciole.
Scesi dalla macchina e mi tolsi le scarpe poco prima del buio.
Mi sedetti sulla sabbia a rimasi a guardare il sorgere della luna che si specchiava, finalmente, in un altro oceano.
(Fine. La prima puntata è stata pubblicata sul n. 440 del 5/3/05. Le fotografie sono dell'agenzia Aura)

(12 mar 2005)