Viaggi

Mancha (Spagna)

I mulini e don Chisciotte

Argamasilla de Alba, da dove partì per il suo lungo viaggio. Puerto Lapice, dove fu investito cavaliere dall'oste di una locanda. El Toboso, dove viveva Dulcinea. Campo de Criptana dove combattè la sua prima battaglia contro i mulini a vento. Villanueva de los Infantes, dove viveva il Cavaliere dal Verde Gabbano. Alla scoperta di una regione che in ogni paese racconta la storia "del ingenioso hidalgo" a 400 anni dalla pubblicazione del libro più famoso del mondo

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Cammina lenta, Ana María Peña. Cammina lenta, si appoggia al bastone, si ferma. Si guarda intorno, osserva il pullman pieno di giapponesi che apre le porte nella plaza Alonso Quijano ad Argamasilla de Alba, segue con gli occhi le donne e gli uomini che le passano davanti parlando quella lingua strana.

 

Qualcuno si ferma con la cartina in mano, sta cercando la Cueva del Medrano; qualcun'altro la fotografa: lei, lì, con il bastone in mano e quell'aria così manchega. Scuote la testa Ana María, e riprende a camminare. Scuote la testa perché è la scena che si ripete ogni giorno: cartine, fotografie, sguardi curiosi.

Se le si chiede di Don Chisciotte ne parla come di un amico di famiglia, un antenato: e lo fa con quel suo spagnolo che sa di terra e di pioggia, di vento e di tramonti infuocati. Lo spagnolo della Mancha, al centro della Spagna, dopo Madrid e prima di Granada, un'area vasta, pianeggiante, con distese che a primavera improvvisamente diventano verdi e terra di Siena, mentre il cielo esplode di indaco e bianco, come i colori che qui stanno sui muri e le finestre di tante case.

"El està alla, eccolo laggiù" dice Ana María, indicando la statua di Don Chisciotte che si trova proprio nella piazza: ha un libro in mano e sembra decantare versi. "Però no!, no! no es un personaje inventado! Ma no! No! Non è un personaggio inventato, altrimenti che senso avrebbero tutte queste statue, tutti questi ricordi? Lui c'è stato veramente. Tambien mi nieta dice que saliò de un libro... Anche mia nipote dice che è uscito da un libro. Ma io no, io non ci credo, no lo puedo creer... E poi anche lei, la mia Florida, la mi nieta, sueña, sogna: e da chi avrà preso?".

I giapponesi passano accanto a Ana María, la guardano, lei scuote la testa, dice ancora: "todos, somos todos asì, siamo tutti così" e se ne va, la abuelita, portandosi via il vento e i tramonti, la pioggia, la terra. E la consapevolezza di far parte della storia, la storia più strana che si possa dire: una storia di libri, di immaginazione.

Non la storia che può raccontare Firenze, con le sue mura e le sue piazze come salotti; non la storia di Roma con le campane che suonano e l'aria frizzante o quella di Venezia con i canali e i palazzi come marzapane: ma una storia fatta del nulla delle parole.

La storia del Don Chisciotte: "En un lugar de la Mancha, de cuyo nombre no quiero acordarmeno... In un paese della Mancha, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia".

Quel lugar di cui Cervantes non volle dire il nome, tanti studiosi del Don Quijote l'hanno individuato proprio in Argamasilla de Alba, diventata meta di un vero pellegrinaggio. Che ha inizio con la visita alla piazza principale per mirar la statua del Chisciotte.

Che continua con la ricerca di quella di Cervantes in plaza Alonso Quijano, cui hanno staccato dalla mano la pergamena e che oggi stringe il pugno a vuoto. Che passa attraverso la visita alla chiesa di San Giovanni Battista in plaza España per ammirare l'ex voto di Rodrigo de Pacheco che, guarito da una malattia, offrì alla chiesa oltre che una pingue somma di denaro anche questo dipinto in cui egli stesso è ritratto, in basso, sulla destra: si dice che proprio Rodrigo de Pacheco abbia ispirato Cervantes per il suo cavaliere stralunato e sognatore.

E che finisce pochi metri più in là nella Casa de Medrano, museo e galleria d'arte ma soprattutto ex prigione, la Cueva de Medrano, dove proprio Cervantes passò un allegro periodo rinchiuso per debiti in una buia cella, strafotografata come una star di Hollywood. Appena fuori dal paese, tra ciminiere e alberi un po' spogli, alla fine di una strada polverosa e sterrata un'enorme pietra stabilisce che "qui", proprio qui, ha inizio la routa del Quijote.

La gente si ferma, si guarda intorno un po' spaurita, non c'è proprio nulla a parte un giardinetto qualche metro più in là con giochi per bambini e due panchine. E così si riprende la strada, con le parole di Cervantes che rimbombano in testa - "per quasi tutto il giorno camminò senza che gli succedesse nulla di degno d'esser narrato, del che si disperava" - alla ricerca di una locanda.

La strada corre tra i campi, gira, tira dritta, e infine eccolo il paese di Puerto Lapice: e laggiù, bianca e indaco, una locanda, la stessa che avvista Don Chisciotte dopo un giorno di cavallo: "Fu come se avesse visto una stella che lo guidasse non alle soglie soltanto, ma all'alta rocca della sua salvezza". Qui Don Chisciotte si fa investire cavaliere dal locandiere: e qui, oggi, si fermano altri pullman carichi di turisti che fotografano la statua che si trova nella corte, la rastrelliera e lo scudo posati in un angolo, i locandieri di oggi cui nulla è rimasto di quelli di ieri.

Nella piazza del paesotto una fontana che sembra la stramba armatura di un cavaliere, panchine con azulejos che narrano le gesta del hidalgo, tre vecchi seduti che guardano la strada. Quella strada dove d'estate il sole dà alla testa: lo stesso sole sotto cui partì Alonso Quijano, diventando lungo il cammino Don Quijote: quel sole che è forse tra le poche cose che restano dell'epoca, insieme al cielo e alle nubi, ai colori e agli umori.

Non ci sono più mugnai, non ci sono quasi più pastori, ne asinai, né contadini, né barbieri. I paesi sembrano deserti, si animano la sera, d'improvviso: come quando, senza saperlo, si tira una pedata a un formicaio causando d'un tratto un brulichio di macchie nere che iniziano a muoversi tutt'intorno come impazzite.

Accade a El Toboso, altra cittadina deserta, che si anima con l'apertura delle porte di un ennesimo pullman: questo è il paese di Dulcinea, l'amata di Don Chisciotte. C'è persino la sua casa visitata religiosamente, come se davvero fosse esistita. E c'è il Museo Cervantino con copie del Quijote in tutte le lingue possibili, proprio come a Esquivias, la casa natale di Cervantes, pochi chilometri da Madrid.

C'è la copia appartenuta a Francisco Franco, autografata dal caudillo, come quella appartenuta a Mussolini che reca la maschia firma del Duce, accanto a tomi in finnico, ebraico, egiziano, islandese, norvegese, giapponese, cinese, qualunque lingua possa venire in mente qui o a Esquivias si troverà.

Una cacofonia di suoni che raccontano "i trenta o quaranta mulini a vento" di Campo de Criptana, in realtà neanche una decina, che appaiono d'improvviso dopo una curva, e sono i primi che si incontrano, ed emozionano: giganteschi, "dalle smisurate braccia", portentosi nemici contro cui Don Chisciotte, scambiandoli, appunto, per giganti pronti ad attaccarlo, "lancia in resta", si scaglia: "spinse Ronzinante a gran galoppo e investì il primo mulino che si trovò davanti; e avendo dato un gran colpo di lancia alla pala, il vento la fece ruotare con tal furia che fece in pezzi la lancia, trascinandosi dietro cavallo e cavaliere, che rotolò tramortito per terra".

Povero cavaliere, povero Don Quijote, poveri sognatori, che girano il mondo protetti da una corazza che non servirà a nulla e armati di una lancia pronta a spezzarsi: se ne vanno per la Spagna, di questi tempi, per il quarto centenario dalla pubblicazione del libro più letto e più famoso del mondo, e si fermano a Quintanar de la Orden, alla ricerca di un bambino, di due cani.

A Mota del Cuervo, e fotografano i sette mulini. A Ciudad Real, e si riposano sotto la statua di Cervantes o quella di Quijano. A Consuegra, dove comprano lo zafferano. A Viso del Marques, per udire strani rumori. Nella Sierra Morena, per trovare camice di lino. Mentre i vecchi del posto, il bastone in mano, scuotono la testa e continuano il loro cammino nel mondo del Quijote.

(26 maggio 2005)