Eccoci in volo da Londra per Reykjavik su un aereo delle linee islandesi. Man mano che andiamo avanti le lancette dell’orologio scivolano indietro e la notte non arriva mai. Dopo tre ore atterriamo all’aeroporto di Kaflevic in una luce d’alba plumbea. All’una siamo con le valigie in mano davanti al citofono del n. 18 della Laugavegur in attesa che Arni, il nostro padrone di casa, risponda. Starà dormendo? Macché, si materializza di colpo alle nostre spalle. Quella di apparire dal nulla come un elfo sarà una delle sue caratteristiche. Nella strada, è sabato notte, c’è grande euforia, girano drappelli di ragazzi con bottiglie di birra e cellulari. Indossano magliette e sandali; noi siamo equipaggiati con maglioni e giacche a vento. Invece l'aria è fine, dolce, primaverile.
PRIMO GIORNO
Puntiamo verso le acque calde della Laguna Blu. È una vera e propria pozza naturale di acque solforose circoscritta da argini di pietre laviche. Qui si sente parlare in tutte le lingue, sembra di stare in piazza S. Pietro. All’interno di un grosso edificio a forma di L un po’ tetro si possono acquistare i miracolosi prodotti cosmetici di questa Fonte dell’Eterna Giovinezza. Passiamo la serata a fare piani di viaggio sulle carte e a cercare di capire qual’è il rapporto tra l’euro e la corona islandese. Comunque tutto è carissimo. Meglio quindi, anche dal punto di vista economico, noleggiare una macchina e dividere la spesa in tre.
SECONDO GIORNO
Partiamo da Reykjavik con una Micra. Giuseppe è al volante, Dacia al suo fianco guida la marcia come un generale di corpo d’armata. L’uscita per imboccare la Ring Road, la I, è laboriosa. Il primo obiettivo centrato seguendo la 36 è il lago di Pingvallatan che inquadriamo dall’alto di una terrazza panoramica molto ventosa. Scavati nelle rocce ai bordi di questo che è il lago più grande dell’Islanda si possono vedere i seggi del primo Parlamento, che verso l’anno Mille decise di adottare il cristianesimo importato dai monaci irlandesi. Qui si annegavano streghe ed adultere. Un’ usanza che il partito islandese di sole donne, l’unico al mondo, con il 10% dei seggi dell’attuale Parlamento, non avrebbe approvato. Proseguendo più a nord oltre il parco naturale di Tingvellir arriviamo al Grande Geyser, una meta turistica tra le più frequentate capace tuttavia di emozionare anche il riluttante afflato paesaggistico di Aldo Busi che nel suo “Altri abusi” dedica a questa fontanona una pagina entusiastica piuttosto “hard” che si conclude: «resto lì inquieto, eccitato come un regista porno un po’ naif a rivedere la stessa scena due, tre volte .. questa poderosa vagina che finisce per diventare un fallo è divertente da morirci sopra».
Andiamo avanti fino alla cascata di Gullfoss dove il tempo diventa freddo e burrascoso. Tra le raffiche fortissime di vento e il furibondo frastuono dell’enorme massa d’acqua che precipitando da due sponde opposte s’unisce rimbalzando e incanalandosi in uno stretto canyon, l’effetto è davvero impressionante. Per Dacia che di cascate ne ha viste tante, dal Niagara («deludente..») all’Iguatzù in America Latina, Gullfoss resta una meraviglia ineguagliabile.
Dal macro al micro, dai giganteschi prodigi naturali alle casette in miniatura di un villaggio di pescatori sulla costa. A Stokkseyri, il villaggio dove ci fermiamo per cenare sulla via del ritorno, c’è un romantico ristorantino rinomato per i “lobsters” che non sono aragoste ma scampi molto grossi e polposi. Merita una visita il cimitero di croci bianche vicino al mare. «Non c’è nulla di monumentale o di luttuoso – nota Dacia – l’idea della morte sembra semplice, sobria, colloquiale».Passeggiando fra le lapidi troviamo la tomba povera più commovente e bizzarra che si possa immaginare: gli sposi riposano nel recinto di ferro del loro letto matrimoniale.
TERZO GIORNO
Si riparte verso il nord seguendo la I. Una lunga tappa di trasferimento per arrivare in serata al lago Myvatn. Nel tardo pomeriggio, dopo l’attraversamento di Akuryreiri, a una trentina di chilometri, ci sgranchiamo finalmente le gambe intorno all’ampio bacino formato con le sue sette bocche dalla cascata di Godafloss.
«Alla fattoria Stong si può dormire e fare il bagno in una piscinetta calda», ci aveva consigliato Valeria Viganò. La troviamo, miracolosamente, circondata da una coltre ovattata di nebbia. Il clima è intimo, un po’ spartano: stanze piccole, una decina di tavoli nella sala dove abbiamo gustato la cena migliore preparata dalle donne di casa.
QUARTO GIORNO
Due pescatori con una sorta di celata sul viso ci annunciano che siamo vicini a Myvatn, il Lago delle Mosche. Oltre alle mosche il lago, costellato di tanti atolli formati dalle bocche dei vulcani spenti, è pieno di uccelli e cigni selvatici. Sfumato, reso impalpabile nei suoi contorni dai veli di nebbia, Myvatn ha la grazia incantata di un paesaggio giapponese reso dalle comitive dei turisti equipaggiati di zanzariere sul viso leggermente infetto, sinistro. Salendo verso le solfatare di Namaskard passiamo dalla nebbia ai fumi che tra rombi e gorgoglii di fango bollente escono dalle fessure del terreno. «Pasolini –ricorda Dacia- cercava in Africa delle tracce di fumo su sfondi desertici di questo genere per ambientare un film su Abramo che poi non ha mai fatto. Danno l’idea di un mondo sotterraneo fiabesco, parallelo e anteriore alla storia dell’uomo...» Diretti alla cascata di Dettifoss ripiombiamo in una nebbia fittissima. Dopo circa un’ora di guida quasi a volo cieco lungo una strada di campagna non asfaltata, l’864, arriviamo sullo spiazzo del parcheggio dove i proprietari di una roulotte stanno consumando il loro pic-nic sulla terrazza panoramica affacciata su un nulla lattiginoso, sotto una pioggia leggera. Non ci resta che arrenderci e immaginare anche noi di aver visto la cascata di Dettifoss ..
QUINTO GIORNO
Si riparte da Reykjavik in una mattinata azzurra e tersa. Siamo diretti a sud-est verso la zona di Landmannalaugar in cerca di una fonte d’acqua calda che Dacia ha scovato sulla pubblicità di un fuori strada. Noi abbiamo una macchina comune ma ci avventuriamo ugualmente. Il panorama cambia e apre sempre nuovi orizzonti sconfinati. Qui le pietre, come le nuvole , parlano, sembrano modellate dai più grandi scultori, tracciano un filo diretto fra la preistoria e l’arte moderna astratta. In questi deserti lavici, in questi altopiani immensi e spopolati veniva spedito con tutta la famiglia chi commetteva qualche grave colpa. Vicino ad un albergo della catena Edda c’è un gruppo statuario di Einar Jonsson , "Il fuorilegge", che mostra la partenza per l’esilio, verso una morte quasi sicura, del colpevole con moglie, figlio e cane.
Ci fermiamo davanti al guado di un corso d’acqua. Dall’altra parte arriva un fuori strada che passa senza problemi. Il guidatore però ci sconsiglia di tentare la sorte.
SESTO GIORNO
Nei pressi di Vik c’è una piccola collina, quasi un altare di rocce nere, e intorno a cerchi concentrici, ordinati come le tombe di un cimitero di guerra, delle montagnole di pietre laviche. Chiunque passa, spiega un cartello, può aggiungere una pietra in memoria della grande fattoria con 90 porte che sorgeva in quel posto, ed ora non si vede più, cancellata da un eruzione. Anche del vecchio ponte che esisteva più avanti, sulla I, è rimasto, dopo una colata di lava e ghiaccio, soltanto un traliccio di ferro piegato e modellato quasi ad arte. A poche decine di metri una delle tre enormi colate di ghiaccio liquido e bollente scese dalle falde del Vatnajukull, un ghiacciaio grande quanto l’Umbria. Leopardi nel suo "Dialogo della Natura e di un Islandese", senza muoversi da Recanati, aveva scelto questi posti per ambientare la lotta dell’uomo con la cecità e la crudeltà degli elementi naturali.
A Yokulsarlon, un lago fiabesco pieno di iceberg galleggianti di ogni forma e dimensione, piove e tira un vento gelato. Ma il giro guidato, con giubbotti di salvataggio e gommone di scorta, su un anfibio giallo consente di provare il brivido delle avventure polari senza correre rischi.
SETTIMO GIORNO
Giornata di sosta a Reykjevik. Salendo dalla Laugavergur su per la collina, tra linde case di legno dai colori allegri e riposanti, arriviamo sullo spiazzo dell’Hallgrimskirkja, la cattedrale luterana consacrata nell’86. In piedi, con l’ascia in mano sulla prua del suo scafo vikingo, Leifur Eriksson, detto Leifi “il fortunato”, figlio di Erik “il rosso”, protagonista di saghe leggendarie dell’anno Mille, si appresta a scoprire Vinland, da molti identificata con la costa canadese. L’albero della sua nave è il campanile-facciata della chiesa alto 70 m. in cemento armato e decorato a canne d’organo.
In una saletta teatrale non distante, lo Skemmitihuzio (Actor’s Studio), Thoren Clausen offre una prova di buon talento affabulatorio cantando e recitando in inglese “The saga of Gudridur”, scritta e diretta da Brynja Benedidiksdottir. L’intrepida Gudridur approda a Vinland in compagnia del suo secondo marito, Thorsten, fratello di Leifi “il fortunato”. In età avanzata, per incontrare il Papa, arriverà fino a Roma, Rom, posta nella riproduzione di una mappa originale dell’epoca al centro di uno stivale più grosso dell’intera Europa .. Un curioso cartello, “Phallological Institute of Iceland”, ci spinge in una stradina laterale della Laugavergur dove si può visitare il Museo del Pene. Nelle sue due piccole sale, imbalsamati come trofei di caccia o conservati sotto vetro in formalina, ce ne sono di tutte le specie e dimensioni: da quello mastodontico della balena a quello più modesto di un suino, fino al membro immaginario di un uomo invisibile esposto in un barattolo vuoto.
Abbiamo invitato a cena il nostro padrone di casa, Arni Einarsson, che si presenta con un regalo per Dacia, un romanzo di Gudbergur Bergsson, “Il cigno”, tradotto in italiano.Dacia ricambia con il suo “Marianna Ucria” che in Islanda, a differenza degli altri paesi scandinavi, non è mai stato tradotto. Per venti anni Arni ha fatto l’editore pubblicando perfino 200 titoli all’anno. Ora si occupa dei 12 appartamenti panoramici (“Room with a wiew”, & 00354 552 7262, 101 Reykjavik) che affitta ai turisti. Il nostro, dice, era la sede della casa editrice.Si parla ancora di libri. Dacia gli mostra la piccola biblioteca che ha portato dall’Italia («un paese si conosce anche attraverso i libri dei suoi scrittori ..»): ci sono alcune delle antiche saghe pubblicate da Iperborea e due romanzi moderni, “Angeli dell’universo” di Einar M. Gudumundson e “L’onore della casa” di H. Laxenen. Come “Il cigno”, storia di una bambina mandata per un piccolo furto a rieducarsi in campagna dove conosce varie violenze della natura e umane, offrono un’immagine meno armoniosa, da “gente felice”, di quella che appare nelle strade e nei locali. A proposito di locali, è sabato sera, e lungo la Lagavergur è cominciato il “rantar”, il giro delle discoteche e dei pub che durerà fino alle sei, le sette del mattino. In un chilometro scendendo fino alla Piazza del Parlamento e al porto ce ne sono più di novanta ...
OTTAVO GIORNO
Ancora una giornata di fuori strada in macchina prima di partire. ..la chiesa più piccola, a misura dei Sette Nani, la scopriamo a Krysnivik su una collina che domina un altopiano pieno di soffioni tellurici e vasche di fango bollente come Namaskard. Gli abitanti del villaggio non ci sono più, dormono sotto tumuli coperti di zolle erbose intorno alla chiesetta costruita dove una volta c’era l’originale, distrutta, insieme alle loro case, da un terremoto. Li ricorda la vecchia foto di un gruppo di famiglia. «Potrebbero essere – commenta Dacia – i personaggi di un racconto di Verga ambientato nelle campagne malariche dell’entroterra siciliano».Dentro la chiesa, accanto ai libri dei salmi, ci sono anche le foto dei prelati in abiti borghesi degli anni 20 o 30. Tutto è in ordine, pronto, sembra che la cerimonia stia per cominciare..
Ci spingiamo sulla 425 verso Reykjenestà, il faro più antico dell’Islanda. Circondato da stormi di uccelli bellicosi, pronti a scendere in picchiata sulla testa dei curiosi, la torre bianca del faro svetta su una cima verde a qualche centinaio di metri dal mare. Sulla costa due baluardi rocciosi neri, punteggiati di nidi come dei colombari, sembrano i bastioni di un castello stregato, la porta misteriosa e terribile dell’estrema Thule, come Virgilio chiamava l’inesplorata e ancora disabitata Islanda.
NONO GIORNO
Lasciamo Reykjavik in un tripudio di bandiere, carrozzine e palloncini colorati che festeggiano il 44° anniversario della Repubblica. Le vetrine dei negozi sono piene di ritratti del Presidente Olufur Ragmar Grimsson, succeduto nel ’96 a Vinnis Finnibogadottir, la prima donna eletta Presidente di uno Stato democratico. Da qualche giorno le giardiniere comunali in salopette, come se curassero le siepi e i fiori del loro giardino, sono al lavoro fra le aiole.Non c’è una parata, non si vede un militare. Solo madri e padri molto giovani con i figli sulle spalle, bancarelle di dolci e palchi dove menestrelli rockeggianti alla Bjorg e contastorie in abiti da saga celtica intrattengono piccoli e grandi spettatori. Perchè in Islanda la Festa Nazionale è la Festa dei Bambini
Intervista a Dacia Maraini
Ecco un’intervista rilasciata da Dacia Maraini dopo un suo viaggio in Islanda e pubblicata da Viaggi di Repubblica nel luglio del 2002.
La prima immagine che ricorda, arrivando in Islanda?
Un uccello impagliato, un gufo o una civetta, che dondolava appeso da un lato sotto la tettoia esterna dell’aeroporto di Kaflevik, un edificio modernissimo costruito con i materiali e lo stile razionale dei grandi architetti scandinavi. Creava uno strano contrasto, come la scopa di una strega in un negozio di elettrodomestici. E poi, dal finestrino del pullman lungo la strada per Reykjavik, quella distesa a perdita d’occhio, mossa, ondulata come il mare che ci scorreva accanto dall’altra parte, zolle di lava nera coperte di muschio. Anche lì c’era qualcosa d’infernale. ..
Come definirebbe il paesaggio in continua mutazione? Grandioso, sorprendente, lunare, malinconico?
Drammatico. Anche la straordinaria bellezza, come la calma, il silenzio che ti accompagnano per chilometri e chilometri senza incrociare una macchina o un essere umano, nascondono un lato terribile. Senti che stai attraversando una polveriera che può esplodere da un momento all’altro. Senti nei capelli, nei vestiti l’odore di zolfo che viene dalle viscere della terra. Arni, il nostro ospite, ci ha raccontato che stava tranquillamente pranzando all’aperto, nel giardino della casa dei suoi genitori vicino al parco naturale di Skaftafell, quando ha visto la cima di una montagna saltare improvvisamente come un tappo di champagne in un diluvio di fuoco e di lapilli.
Il posto, l’itinerario che l’ha più colpito?
Una passeggiata in macchina fuori pista, non segnalata dalle guide, che abbiamo fatto in cerca di una sorgente di acqua calda nella zona di Landmannalaugar. Prima di entrare in un altopiano sassoso e desertico cosparso di piccoli e grandi crateri come la luna si passa vicino ad un lago nel bacino gigantesco di un vulcano spento. Un contrasto sempre presente in Islanda, ma qui fortissimo, tra abbondanza d’acqua e aridità. E poi, davvero come un miraggio nel deserto, in una cornice verdissima di fiori ed erbe lacustri, i fumi della fonte che con le sue acque bollenti si getta in un gelido e limpidissimo ruscello di montagna. Quello era il Paradiso Terrestre ..
PRIMO GIORNO
Puntiamo verso le acque calde della Laguna Blu. È una vera e propria pozza naturale di acque solforose circoscritta da argini di pietre laviche. Qui si sente parlare in tutte le lingue, sembra di stare in piazza S. Pietro. All’interno di un grosso edificio a forma di L un po’ tetro si possono acquistare i miracolosi prodotti cosmetici di questa Fonte dell’Eterna Giovinezza. Passiamo la serata a fare piani di viaggio sulle carte e a cercare di capire qual’è il rapporto tra l’euro e la corona islandese. Comunque tutto è carissimo. Meglio quindi, anche dal punto di vista economico, noleggiare una macchina e dividere la spesa in tre.
SECONDO GIORNO
Partiamo da Reykjavik con una Micra. Giuseppe è al volante, Dacia al suo fianco guida la marcia come un generale di corpo d’armata. L’uscita per imboccare la Ring Road, la I, è laboriosa. Il primo obiettivo centrato seguendo la 36 è il lago di Pingvallatan che inquadriamo dall’alto di una terrazza panoramica molto ventosa. Scavati nelle rocce ai bordi di questo che è il lago più grande dell’Islanda si possono vedere i seggi del primo Parlamento, che verso l’anno Mille decise di adottare il cristianesimo importato dai monaci irlandesi. Qui si annegavano streghe ed adultere. Un’ usanza che il partito islandese di sole donne, l’unico al mondo, con il 10% dei seggi dell’attuale Parlamento, non avrebbe approvato. Proseguendo più a nord oltre il parco naturale di Tingvellir arriviamo al Grande Geyser, una meta turistica tra le più frequentate capace tuttavia di emozionare anche il riluttante afflato paesaggistico di Aldo Busi che nel suo “Altri abusi” dedica a questa fontanona una pagina entusiastica piuttosto “hard” che si conclude: «resto lì inquieto, eccitato come un regista porno un po’ naif a rivedere la stessa scena due, tre volte .. questa poderosa vagina che finisce per diventare un fallo è divertente da morirci sopra».
Andiamo avanti fino alla cascata di Gullfoss dove il tempo diventa freddo e burrascoso. Tra le raffiche fortissime di vento e il furibondo frastuono dell’enorme massa d’acqua che precipitando da due sponde opposte s’unisce rimbalzando e incanalandosi in uno stretto canyon, l’effetto è davvero impressionante. Per Dacia che di cascate ne ha viste tante, dal Niagara («deludente..») all’Iguatzù in America Latina, Gullfoss resta una meraviglia ineguagliabile.
Dal macro al micro, dai giganteschi prodigi naturali alle casette in miniatura di un villaggio di pescatori sulla costa. A Stokkseyri, il villaggio dove ci fermiamo per cenare sulla via del ritorno, c’è un romantico ristorantino rinomato per i “lobsters” che non sono aragoste ma scampi molto grossi e polposi. Merita una visita il cimitero di croci bianche vicino al mare. «Non c’è nulla di monumentale o di luttuoso – nota Dacia – l’idea della morte sembra semplice, sobria, colloquiale».Passeggiando fra le lapidi troviamo la tomba povera più commovente e bizzarra che si possa immaginare: gli sposi riposano nel recinto di ferro del loro letto matrimoniale.
TERZO GIORNO
Si riparte verso il nord seguendo la I. Una lunga tappa di trasferimento per arrivare in serata al lago Myvatn. Nel tardo pomeriggio, dopo l’attraversamento di Akuryreiri, a una trentina di chilometri, ci sgranchiamo finalmente le gambe intorno all’ampio bacino formato con le sue sette bocche dalla cascata di Godafloss.
«Alla fattoria Stong si può dormire e fare il bagno in una piscinetta calda», ci aveva consigliato Valeria Viganò. La troviamo, miracolosamente, circondata da una coltre ovattata di nebbia. Il clima è intimo, un po’ spartano: stanze piccole, una decina di tavoli nella sala dove abbiamo gustato la cena migliore preparata dalle donne di casa.
QUARTO GIORNO
Due pescatori con una sorta di celata sul viso ci annunciano che siamo vicini a Myvatn, il Lago delle Mosche. Oltre alle mosche il lago, costellato di tanti atolli formati dalle bocche dei vulcani spenti, è pieno di uccelli e cigni selvatici. Sfumato, reso impalpabile nei suoi contorni dai veli di nebbia, Myvatn ha la grazia incantata di un paesaggio giapponese reso dalle comitive dei turisti equipaggiati di zanzariere sul viso leggermente infetto, sinistro. Salendo verso le solfatare di Namaskard passiamo dalla nebbia ai fumi che tra rombi e gorgoglii di fango bollente escono dalle fessure del terreno. «Pasolini –ricorda Dacia- cercava in Africa delle tracce di fumo su sfondi desertici di questo genere per ambientare un film su Abramo che poi non ha mai fatto. Danno l’idea di un mondo sotterraneo fiabesco, parallelo e anteriore alla storia dell’uomo...» Diretti alla cascata di Dettifoss ripiombiamo in una nebbia fittissima. Dopo circa un’ora di guida quasi a volo cieco lungo una strada di campagna non asfaltata, l’864, arriviamo sullo spiazzo del parcheggio dove i proprietari di una roulotte stanno consumando il loro pic-nic sulla terrazza panoramica affacciata su un nulla lattiginoso, sotto una pioggia leggera. Non ci resta che arrenderci e immaginare anche noi di aver visto la cascata di Dettifoss ..
QUINTO GIORNO
Si riparte da Reykjavik in una mattinata azzurra e tersa. Siamo diretti a sud-est verso la zona di Landmannalaugar in cerca di una fonte d’acqua calda che Dacia ha scovato sulla pubblicità di un fuori strada. Noi abbiamo una macchina comune ma ci avventuriamo ugualmente. Il panorama cambia e apre sempre nuovi orizzonti sconfinati. Qui le pietre, come le nuvole , parlano, sembrano modellate dai più grandi scultori, tracciano un filo diretto fra la preistoria e l’arte moderna astratta. In questi deserti lavici, in questi altopiani immensi e spopolati veniva spedito con tutta la famiglia chi commetteva qualche grave colpa. Vicino ad un albergo della catena Edda c’è un gruppo statuario di Einar Jonsson , "Il fuorilegge", che mostra la partenza per l’esilio, verso una morte quasi sicura, del colpevole con moglie, figlio e cane.
Ci fermiamo davanti al guado di un corso d’acqua. Dall’altra parte arriva un fuori strada che passa senza problemi. Il guidatore però ci sconsiglia di tentare la sorte.
SESTO GIORNO
Nei pressi di Vik c’è una piccola collina, quasi un altare di rocce nere, e intorno a cerchi concentrici, ordinati come le tombe di un cimitero di guerra, delle montagnole di pietre laviche. Chiunque passa, spiega un cartello, può aggiungere una pietra in memoria della grande fattoria con 90 porte che sorgeva in quel posto, ed ora non si vede più, cancellata da un eruzione. Anche del vecchio ponte che esisteva più avanti, sulla I, è rimasto, dopo una colata di lava e ghiaccio, soltanto un traliccio di ferro piegato e modellato quasi ad arte. A poche decine di metri una delle tre enormi colate di ghiaccio liquido e bollente scese dalle falde del Vatnajukull, un ghiacciaio grande quanto l’Umbria. Leopardi nel suo "Dialogo della Natura e di un Islandese", senza muoversi da Recanati, aveva scelto questi posti per ambientare la lotta dell’uomo con la cecità e la crudeltà degli elementi naturali.
A Yokulsarlon, un lago fiabesco pieno di iceberg galleggianti di ogni forma e dimensione, piove e tira un vento gelato. Ma il giro guidato, con giubbotti di salvataggio e gommone di scorta, su un anfibio giallo consente di provare il brivido delle avventure polari senza correre rischi.
SETTIMO GIORNO
Giornata di sosta a Reykjevik. Salendo dalla Laugavergur su per la collina, tra linde case di legno dai colori allegri e riposanti, arriviamo sullo spiazzo dell’Hallgrimskirkja, la cattedrale luterana consacrata nell’86. In piedi, con l’ascia in mano sulla prua del suo scafo vikingo, Leifur Eriksson, detto Leifi “il fortunato”, figlio di Erik “il rosso”, protagonista di saghe leggendarie dell’anno Mille, si appresta a scoprire Vinland, da molti identificata con la costa canadese. L’albero della sua nave è il campanile-facciata della chiesa alto 70 m. in cemento armato e decorato a canne d’organo.
In una saletta teatrale non distante, lo Skemmitihuzio (Actor’s Studio), Thoren Clausen offre una prova di buon talento affabulatorio cantando e recitando in inglese “The saga of Gudridur”, scritta e diretta da Brynja Benedidiksdottir. L’intrepida Gudridur approda a Vinland in compagnia del suo secondo marito, Thorsten, fratello di Leifi “il fortunato”. In età avanzata, per incontrare il Papa, arriverà fino a Roma, Rom, posta nella riproduzione di una mappa originale dell’epoca al centro di uno stivale più grosso dell’intera Europa .. Un curioso cartello, “Phallological Institute of Iceland”, ci spinge in una stradina laterale della Laugavergur dove si può visitare il Museo del Pene. Nelle sue due piccole sale, imbalsamati come trofei di caccia o conservati sotto vetro in formalina, ce ne sono di tutte le specie e dimensioni: da quello mastodontico della balena a quello più modesto di un suino, fino al membro immaginario di un uomo invisibile esposto in un barattolo vuoto.
Abbiamo invitato a cena il nostro padrone di casa, Arni Einarsson, che si presenta con un regalo per Dacia, un romanzo di Gudbergur Bergsson, “Il cigno”, tradotto in italiano.Dacia ricambia con il suo “Marianna Ucria” che in Islanda, a differenza degli altri paesi scandinavi, non è mai stato tradotto. Per venti anni Arni ha fatto l’editore pubblicando perfino 200 titoli all’anno. Ora si occupa dei 12 appartamenti panoramici (“Room with a wiew”, & 00354 552 7262, 101 Reykjavik) che affitta ai turisti. Il nostro, dice, era la sede della casa editrice.Si parla ancora di libri. Dacia gli mostra la piccola biblioteca che ha portato dall’Italia («un paese si conosce anche attraverso i libri dei suoi scrittori ..»): ci sono alcune delle antiche saghe pubblicate da Iperborea e due romanzi moderni, “Angeli dell’universo” di Einar M. Gudumundson e “L’onore della casa” di H. Laxenen. Come “Il cigno”, storia di una bambina mandata per un piccolo furto a rieducarsi in campagna dove conosce varie violenze della natura e umane, offrono un’immagine meno armoniosa, da “gente felice”, di quella che appare nelle strade e nei locali. A proposito di locali, è sabato sera, e lungo la Lagavergur è cominciato il “rantar”, il giro delle discoteche e dei pub che durerà fino alle sei, le sette del mattino. In un chilometro scendendo fino alla Piazza del Parlamento e al porto ce ne sono più di novanta ...
OTTAVO GIORNO
Ancora una giornata di fuori strada in macchina prima di partire. ..la chiesa più piccola, a misura dei Sette Nani, la scopriamo a Krysnivik su una collina che domina un altopiano pieno di soffioni tellurici e vasche di fango bollente come Namaskard. Gli abitanti del villaggio non ci sono più, dormono sotto tumuli coperti di zolle erbose intorno alla chiesetta costruita dove una volta c’era l’originale, distrutta, insieme alle loro case, da un terremoto. Li ricorda la vecchia foto di un gruppo di famiglia. «Potrebbero essere – commenta Dacia – i personaggi di un racconto di Verga ambientato nelle campagne malariche dell’entroterra siciliano».Dentro la chiesa, accanto ai libri dei salmi, ci sono anche le foto dei prelati in abiti borghesi degli anni 20 o 30. Tutto è in ordine, pronto, sembra che la cerimonia stia per cominciare..
Ci spingiamo sulla 425 verso Reykjenestà, il faro più antico dell’Islanda. Circondato da stormi di uccelli bellicosi, pronti a scendere in picchiata sulla testa dei curiosi, la torre bianca del faro svetta su una cima verde a qualche centinaio di metri dal mare. Sulla costa due baluardi rocciosi neri, punteggiati di nidi come dei colombari, sembrano i bastioni di un castello stregato, la porta misteriosa e terribile dell’estrema Thule, come Virgilio chiamava l’inesplorata e ancora disabitata Islanda.
NONO GIORNO
Lasciamo Reykjavik in un tripudio di bandiere, carrozzine e palloncini colorati che festeggiano il 44° anniversario della Repubblica. Le vetrine dei negozi sono piene di ritratti del Presidente Olufur Ragmar Grimsson, succeduto nel ’96 a Vinnis Finnibogadottir, la prima donna eletta Presidente di uno Stato democratico. Da qualche giorno le giardiniere comunali in salopette, come se curassero le siepi e i fiori del loro giardino, sono al lavoro fra le aiole.Non c’è una parata, non si vede un militare. Solo madri e padri molto giovani con i figli sulle spalle, bancarelle di dolci e palchi dove menestrelli rockeggianti alla Bjorg e contastorie in abiti da saga celtica intrattengono piccoli e grandi spettatori. Perchè in Islanda la Festa Nazionale è la Festa dei Bambini
Intervista a Dacia Maraini
Ecco un’intervista rilasciata da Dacia Maraini dopo un suo viaggio in Islanda e pubblicata da Viaggi di Repubblica nel luglio del 2002.
La prima immagine che ricorda, arrivando in Islanda?
Un uccello impagliato, un gufo o una civetta, che dondolava appeso da un lato sotto la tettoia esterna dell’aeroporto di Kaflevik, un edificio modernissimo costruito con i materiali e lo stile razionale dei grandi architetti scandinavi. Creava uno strano contrasto, come la scopa di una strega in un negozio di elettrodomestici. E poi, dal finestrino del pullman lungo la strada per Reykjavik, quella distesa a perdita d’occhio, mossa, ondulata come il mare che ci scorreva accanto dall’altra parte, zolle di lava nera coperte di muschio. Anche lì c’era qualcosa d’infernale. ..
Come definirebbe il paesaggio in continua mutazione? Grandioso, sorprendente, lunare, malinconico?
Drammatico. Anche la straordinaria bellezza, come la calma, il silenzio che ti accompagnano per chilometri e chilometri senza incrociare una macchina o un essere umano, nascondono un lato terribile. Senti che stai attraversando una polveriera che può esplodere da un momento all’altro. Senti nei capelli, nei vestiti l’odore di zolfo che viene dalle viscere della terra. Arni, il nostro ospite, ci ha raccontato che stava tranquillamente pranzando all’aperto, nel giardino della casa dei suoi genitori vicino al parco naturale di Skaftafell, quando ha visto la cima di una montagna saltare improvvisamente come un tappo di champagne in un diluvio di fuoco e di lapilli.
Il posto, l’itinerario che l’ha più colpito?
Una passeggiata in macchina fuori pista, non segnalata dalle guide, che abbiamo fatto in cerca di una sorgente di acqua calda nella zona di Landmannalaugar. Prima di entrare in un altopiano sassoso e desertico cosparso di piccoli e grandi crateri come la luna si passa vicino ad un lago nel bacino gigantesco di un vulcano spento. Un contrasto sempre presente in Islanda, ma qui fortissimo, tra abbondanza d’acqua e aridità. E poi, davvero come un miraggio nel deserto, in una cornice verdissima di fiori ed erbe lacustri, i fumi della fonte che con le sue acque bollenti si getta in un gelido e limpidissimo ruscello di montagna. Quello era il Paradiso Terrestre ..