Viaggi

La sindrome di Kathmandu

La capitale del Nepal è ancora un laboratorio di sogni e culture. E chi arriva qui è, come sempre, sopraffatto dalla sua bellezza

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Devi raccontarlo: mi vogliono rubare la vita, ma io ho ancora il mio passaporto, c'è il mio codice d'accesso all'esistenza". Francesca mi guarda, sorride. "Sento che di te mi posso fidare. Ecco, ti scrivo il mio codice. Così, se io scompaio, tu potrai dimostrare che io esistevo".

Francesca è italiana, ventisei anni, bionda, vestita con un abito leggero a fiori, dall'aria smarrita. Mi ricorda, in modo triste e dolce, ragazze di troppo tempo fa.

La incontro a Kathmandu, al Ganesh Restaurant. Divide i giorni tra questa sala e una stanza nella guest house Century Lodge, riempiendo di appunti e disegni i suoi quaderni di carta di riso.

Scrive i suoi incubi e la storia di un viaggio iniziato quasi due anni fa e che si è arenato a Jochne, la via di Kathmandu più nota come Freak street. Chissà dove, lungo questo cammino, forse a Goa, forse proprio qui, qualcosa ha definitivamente mandato in corto circuito le sue sinapsi cerebrali.

La storia di Francesca ricorda un po' quella di Flash, il diario di Charles Duchassois, un francese che nel gennaio del 1970 partì da Marsiglia per Kathmandu, allora terminale di viaggio e destino per hippy e junky, santuario magico e Shangri-La acida. C'è solo da sperare che anche la storia di questa ragazza finisca come quella di Duchaussois, che riuscì a riprendersi la vita.

A Kathmandu tutto accade in un'eterna ripetizione. È accaduto così, ad esempio, negli ultimi quindici anni, tormentati da un susseguirsi di colpi di Stato, lotte di potere, guerriglia, intrighi di palazzo, che hanno mietuto oltre dodicimila vittime (le ultime 38 in un attentato agli inizi di giugno, nel distretto di Chitwan, circa 150 km a sud della città).

Ma tutto ciò sembra scorrere sullo sfondo del Nepal, Paese ormai disegnato a pelle di leopardo, mentre Kathmandu resta scena in cui anche la tragedia diviene spettacolo. Come fosse il Ramayana o una storia delle Upanishad.

In questa mutazione storica, ormai, la droga più micidiale di Kathmandu è l'aria che respiri, inquinata da carburanti che sono una miscela di benzina e gasolio. E i nuovi freak somigliano più a David, il francese trentacinquenne che gestisce il Ganesh Restaurant inventando una fusion indomediterranea.

Sono hippy griffati e tecnologici che si muovono tra India e Sud Est asiatico, in quell'immenso parco giochi raccontato da Karl T. Greenfeld in Deviazioni standard. Su e giù per la nuova Asia (Instar Libri), e che fanno stop a Kathmandu prima e dopo i monsoni (tra l'inizio di giugno e quello di settembre), specie in occasione del Dasain, la più grande festa nepalese, che si celebra tra ottobre e novembre, quando il cielo è limpido e l'aria pulita come in nessun altro momento.

Sono personaggi in cerca della spiaggia o della montagna perfetta, di un dio o di un rito che li aiuti a coordinare corpo e mente, di business da gestire in rete, di uno stile di vita codificato dai magazine di ipertendenza. Uno stile riprodotto, in forme approssimative ma a costi minimi, nelle guest house come il Nirvana, la Pagoda, la Nippon Guest House (da annotare: camere nuove, pulite, con doccia, servizi e aria condizionata a sei dollari americani).

È un itinerario esistenziale e culturale che ha contagiato molti nepalesi. "Ero convinto che gli occidentali fossero tutti come gli hippy, vestissero con pantaloni e camicia di garza bianca, dormissero dove capitava e non si lavassero mai", racconta Uttam, che poi ha sposato un'americana, si è trasferito a San Diego e torna periodicamente a Kathmandu per individuare qualche nuova opportunità. "Abbiamo bisogno di marketing, dobbiamo adeguare l'immagine e comunicarla meglio" dice ai suoi interlocutori nepalesi.

"A proposito di ricorsi storici: ormai il movimento freak coinvolge soprattutto i giovani nepalesi. Nei negozi di musica di Kathmandu trovi più scelta che in Occidente del repertorio anni '70", assicura Gianni Ara, romano, che da quindici anni vive in Nepal e ha aperto un'agenzia di viaggi.

"Si esprime con nuovi gruppi come gli Axe Band, Deepak Bazrachaja, i Cadenza, diventati di culto dopo una performance con Sting, di passaggio a Kathmandu sulla via per il Mustang". Per la cronaca: è accaduto lo scorso anno all'Upstair Jazz Bar di Lazimpat (quartiere residenziale a nord della città), dove i Cadenza si esibiscono il mercoledì e il sabato.

Il fenomeno ha dato vita a un festival (normalmente in marzo): "Jazzmandu". Suona bene anche come un marchio di un nuovo stile in cui si mixano tendenze e culture, una forma di globalizzazione che assimila e interscambia est e ovest, pop americano e icone induiste, accelerata dalla comunicazione elettronica.

Insomma quello scenario che lo scrittore indobritannico Pico Iyer aveva anticipato nel libro Video Night in Kathmandu (C'era una volta l'Oriente - Neri Pozza). Kathmandu è diventata un laboratorio antropologico dove s'incontrano tribù di culture diverse che si contaminano a vicenda, ritrovandosi in riti collettivi come l'attesa del tramonto sulle rive del Bagmati, di fronte alle pire delle cremazioni nel tempio di Pashupatinath, o nell'itinerario tra i vicoli della città medievale alla scoperta dei chowk, arcane corti con un tempietto consacrato a una delle mille divinità del pantheon indù e circondate da facciate di mattoni con balconi di legno scolpito.

"È la sindrome Kathmandu, un po' come la sindrome di Stendhal. Questo è un punto zero dove tutti arrivano inseguendo un sogno o un equivoco. Ma alla fine tutti sono sopraffatti dalla bellezza di questa città", dice Gianni, che li osserva con un misto d'ironia e d'empatia, forse riconoscendo storie che ha già interpretato.

Personaggi principali di questo spettacolo sono i neo-viaggiatori, la tribù dei backpacker, i "lonely-lover", che contendono ai cyclo, le bici-risciò, le strette vie di Thamel, una sorta di gigantesco bazar, un non-luogo che, cambiate le merci, potrebbe trovarsi in qualunque altra città asiatica.

Passano da una bakery che mette in mostra cheese-cake ed apple-pie a un "ristorantino" (diminutivo adorato dagli estensori della guida culto per tali viaggiatori) dove servono dhal bath, riso e verdure al curry con purè di lenticchie, per 25 rupie (circa 30 centesimi), da un internet-cafè a una bottega di antiquariato tibetano o a una bancarella di magliette con Tintin.

Insegne "North Face" e di altri marchi d'abbigliamento e attrezzature sportive made in Asia, venduti da commercianti che vantano sempre una pura etnia sherpa, sono l'irresistibile richiamo per i tipi outdoorsy, che programmano un rafting lungo il corso del Sun Koshi, il fiume che scende a sud per confluire nel Gange, o avventure nella jungli (in nepali significa selvaggio) della regione del Tarai, transizione tra l'Himalaya e le piane dell'India.

Ma sono soprattutto i trekker, emuli di Jon Krakauer, di passaggio verso l'aria sottile del campo base dell'Everest, e ancor più di Frederick Lenz, il guru degli snowboarder estremi, che da Kathmandu partiva nelle discese di Snowboarding to Nirvana, frullando tecniche di discesa, meditazione e sesso tantrico.

I viaggiatori spirituali più puri si confondono ormai con i sadhu, i "folli di Dio" che si riuniscono in un chiostro dietro Pashupatinath, il più importante luogo di culto consacrato a Shiva di tutto il continente indiano, proprio accanto alla casetta di Milk Baba, un sadhu dall'audience internazionale che si nutre solo di latte.

Chi invece segue la via dell'Illuminato s'incontra nella kora, il circuito di preghiera e prosternazione, attorno a Bodhnath, uno stupa bianco decorato dagli occhi del Buddha e festonato da gran pavesi di bandiere di preghiera, che è uno dei più grandi dell'universo buddista.

Oltre la piazza del tempio, lungo strade che diventano metro dopo metro più dissestate, è un fiorire di monasteri, centri di ritiro spirituale e ostelli dove gli occidentali studiano e pregano con i monaci e i novizi della comunità di profughi tibetani che arrivarono qua dopo la fallita rivolta contro gli invasori cinesi del 1959.

Altri ancora interpretano la Via come un percorso stile "Buddha Ba"r. Ammirano lo stupa dalla piscina dell'Hyatt Hotel, ascoltano i Cd con i mantra di Incantations, vera e propria colonna sonora di Kathmandu, o le più raffinate sonorità di Ani Choying Drolma, la monaca cantante, sfogliano libri di lifestyle alla Pilgrims Book House, visitano gallerie d'arte tibetana quali il Bouda Antique Centre o Deva's, cenano al Naachghar, il ristorante dello Yak and Yeti, grand hotel che Bertolucci aveva totalmente affittato durante le riprese de Il Piccolo Buddha.

Il senso della globalizzazione, l'osmosi tra stili di vita, diventa sempre più forte con il crescere delle caste: che siano "expat" occidentali, affaristi indiani o nepalesi della potente classe dei Thakuri. I loro punti di ritrovo si concentrano ormai nella zona est di Kathmandu: all'health club e al ristorante Bukhara del Crowne Plaza Soaltee Hotel, o al Baber Mahal Revisited, un complesso di boutique, bar e ristoranti in un palazzo ristrutturato della dinastia Rana, i maharaja che hanno regnato sul Nepal per centoquattro anni.

Quelli che ancora non vogliono spostarsi dal centro, s'incontrano in Durbar Marg, la Via Veneto di Kathmandu, al casinò dell'Annapurna, affollato da ingioiellatissime signore di Mumbai, o dal barbiere nello stesso hotel, che conclude il servizio con un massaggio alla testa e alle mani da rimetterti al mondo.

"Peccato che i nepalesi non siano come i cinesi. I cinesi sì che sanno lavorare, non pensano agli scioperi", dice un commerciante pakistano che produce sciarpe pashmina da importare in Germania, mentre gli tingono i capelli di nero lucente. È inferocito perché il ragazzo di bottega non gli ha ancora portato il tè e perché c'è un nepal bandh, uno degli scioperi che trasformano Kathmandu in una città fantasma.

"Tutto sommato durante lo sciopero diminuisce l'inquinamento", osserva Gianni, con quell'ironia che gli permette di esorcizzare la situazione di un Paese dove il reddito annuo pro capite è di meno di 200 dollari, sono state sospese le garanzie costituzionali, è in atto una vera e propria guerra civile dichiarata dal movimento maoista.

"Il Nepal era una società medievale avanzata, oggi è Medioevo prossimo venturo. Kathmandu è una scena alla Blade Runner", dice. "Comincio anch'io ad avere un po' paura. Ma resto qui; è uno di quei posti dove puoi capire il senso dell'esistenza".