Il giovane si dilettava a fare schizzi di qua e di là, ad aiutare suo padre nella realizzazione di alcune opere e a preparare i colori.
Nel cortile della Casa Natale di Raffaello ad Urbino (via Raffaello, 57 & 0722-320105), in quella che un tempo era la bottega, è possibile ancora ammirare la pietra su cui i due pittori macinavano i pigmenti naturali, soprattutto quelli del guado. All'epoca, infatti, la pianta (un'erba biennale molto comune, l'Isatis Tinctoria, appartenente alla famiglia delle crocifere) rappresentava l'unico colorante in grado di dare una tonalità azzurra.
In tutto il Montefeltro - lembo di terra marchigiana ai confini con la Toscana e la Romagna - il guado rappresentò, per molto tempo, una risorsa economica importantissima, tanto da essere definito "l'oro blu". Lo testimoniano i numerosi documenti d'archivio ritrovati nel tempo, con la descrizione delle modalità di coltivazione e delle unità di misura e le regole per la conduzione dei maceri. Lo testimoniano le numerose (circa 60) "macine da guado", sparse nel territorio e, una volta decaduta l'attività, riconvertite con fantasia in basi per croci davanti alle chiese o in tavoli da giardino.
Così il biglietto da visita del Montefeltro è colorato di blu. Quello del "rigatino", l'abito della festa del contadino (costituito da una stoffa grezza di colore bianco, unito a strisce con il "cilestre" del guado).
Blu è il mantello della Madonna, nell'Annunciazione di Giovanni Santi (conservata al piano superiore della Casa Natale di Raffaello, in un'ampia sala con soffitti a cassettoni).
Blu il colore delle tovaglie finemente ricamate e dei velluti rinascimentali, blu la base di molti dipinti di Piero della Francesca. Ma l'estrazione del guado era molto complessa e quindi molto costosa. Così ben presto questa coltivazione fu sostituita dal meno costoso indaco, proveniente dall'Oriente.
Oggi, a distanza di secoli, questa pianta torna ad essere la protagonista del Montefeltro, attraverso un percorso, "Le strade del guado", dove il filo conduttore è appunto il colore - dalle erbe tintorie, ai pigmenti per preparare e conoscere le tonalità naturali, dalle tinture delle fibre tessili alla cardatura e filatura, dalla tessitura alla stampa a mano su stoffa.
Il guado nella storia, nell'arte, nella natura e nelle tradizioni, in un viaggio tra paesaggi incantevoli, paesini, borghi, castelli, eremi ed abbazie da far invidia a località ben più blasonate, dove i ritmi sono lenti e ovunque è un elogio al relax. La prima sosta è nella piccola frazione di Lamoli di Borgo Pace, dove fare una vera e propria full immersion nella storia dei colori di origine vegetale. è Massimo Baldini, insieme a Marco Fantuzzi, della cooperativa Oasi San Benedetto, ad aver dato vita al progetto delle Strade del Guado e alla creazione del Museo dei Colori Naturali (intitolato a Delio Bischi, colui che ha rinvenuto negli anni le macine da guado; ingresso gratuito, visite guidate a pagamento, & 0722-80133), situato in un locale del chiostro dell'Abbazia di San Michele Arcangelo (la chiesa mantiene l'antica struttura tardo romanica a tre navate).
Al suo interno sono conservati documenti d'archivio e bibliografici sulle antiche tonalità; vi è un erbario, oltre ad un punto shop dove poter acquistare saponi, filati e tessuti, vernici tutto "made in natura".
Oltre ai colori, da queste parti, ci sono i profumi. Una travolgente miriade di essenze che cambia con il susseguirsi dei prati e dei campi. Siamo infatti in una verde vallata, alla confluenza dei torrenti Meta e Auro che si uniscono a formare il fiume Metauro. Poco distante da Borgo Pace, al bivio per Parchiule, vale una sosta rinfrescante la cascatella sul torrente Meta.
Basterà immergere un piede nelle sue acque, con il colpo d'occhio delle montagne che sbucano sopra ai rami dei salici, per ritrovarsi in un'altra dimensione. Poco distante, a Sant'Angelo in Vado, domina la Cascata del Sasso, immersa tra pioppi e acacie.
Con un'altezza di dieci metri, le acque del Metauro si gettano sugli strati scoscesi di calcare, dando luogo ad una cascata considerata tra le dieci più grandi d'Italia. In questa valle si può scoprire anche l'arte dei carbonai: qui la produzione del carbone e della carbonella vegetale rappresenta ancora un'importante attività economica.
Un altro luogo simbolo della zona è Urbania, l'antica Casteldurante. La ceramica è una peculiarità autentica del luogo (è uno dei 33 comuni italiani che hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento del "doc", come "Città di antica tradizione ceramica"; fu famosissima nel '500) dove i colori minerali prendono forma e lucentezza in anfore, vasi e piatti.
Maioliche realizzate in diversi toni, dal verde al giallo, dall'arancione al blu, accostati nel gioco delle mezze tinte, fino al raffinato bianco su bianco. Famose le belle, coppe amatoriali nelle quali era dipinto un volto di donna e che venivano regalate alle ragazze come pegno d'amore. Tra il reticolato di viuzze proliferano le botteghe che ripropongono lo stile inconfondibile dell'istoriato e il decoro a "raffaellesche". Solo per citare un nome - ma tutte meritano una visita - segnaliamo "Ceramiche d'Arte Violini" (via Bramante, 6; & 0722-312065), dove Chiara decora in stile classico, seguendo le preziose indicazioni contenute nel manuale del durantino (si chiamano così gli abitanti di Urbania) Cipriano Piccolpasso Li tre libri dell'arte del vasaio (scritto nella metà del '500) e suo padre Antonio, ricerca e foggia oggetti moderni, anche in stile (giapponese) raku.
Un altro grande gioiello d'arte è Palazzo Ducale che si specchia sul Metauro. Ospita preziose collezioni di disegni rinascimentali dei Della Rovere e la Pinacoteca, ricca di disegni, incisioni, manoscritti e una raccolta di grafica del '900. Fuori dal tema, ma molto densa di mistero e di fascino è la visita al cimitero delle Mummie, nella Chiesa dei Morti. Diciotto corpi mummificati, integri nelle fattezze e negli abiti, che rivelano, attraverso le spiegazioni della guida che accompagna i visitatori, le loro tragiche storie: c'è la ragazza morta di parto cesareo, il ragazzo accoltellato durante una festa danzante e tanti altri.
Continuando il viaggio in questa terra "variopinta" si arriva a Piobbico. Il vecchio borgo è un grumo di case dalle spesse mura, addossate l'una all'altra, che si ergono a picco fino ad abbracciare il palazzo dei Brancaleoni. Conserva capolavori rinascimentali, barocchi e neoclassici con opere di Federico Barocci (l'artista utilizzò il guado per i suoi schizzi). Al Museo del Castello si può vedere da vicino la tessitura a telaio.
Il paese si caratterizza per le forre maestose, le cattedrali di roccia, guglie e pinnacoli di calcare. E quasi per fare da contrappeso a tanta scenografica bellezza qui è nato il curioso Club dei Brutti, che associa persone da tutto il mondo ed ha ben 25 mila iscritti.
Infine si ritorna ad Urbino, centro irradiante della zona, protetto dall'Unesco. Nel saliscendi delle strade, tra gli anfratti invitanti e le vedute infinite si respira la serena lentezza della nobiltà. Una sosta golosa si può fare alla pasticceria "I dolci di Battista" (via Raffaello Sanzio, 19), dove tra le numerose dolcezze si trova anche un gelato dalla classica colorazione blu, in omaggio al guado ma in realtà a base di sciroppo di borraggine.
Ovunque, nel Montefeltro, la luce satura i colori e dona al cielo un azzurro profondo. Sembra di vivere in un dipinto rinascimentale, dove il colore si raccoglie al centro della tela, raggrumandosi in emozione pura.