Uno, due, tre, quattro... cento, duecento, trecento...Le pecore ad una ad una, in fila come tante formichine,
salgono sul camion. Tutto è pronto. Si parte. Destinazione Tavoliere di Puglia.
Inizia così la Transumanza, quella che i pastori del Gran Sasso vivono ormai da decenni. Certo sono cambiati i modi - un tempo si faceva a piedi, poi fu l'avvento dei treni, oggi si fa con confortevoli Tir - ma non è cambiata la passione per quest'attività millenaria, così come salva è l'identità e la fierezza dei pastori. Mariano Amatario, sessantotto anni, è uno dei pochi transumanti rimasti.
Gli altri allevatori sono tutti stanziali. Prima di lui, suo padre e prima ancora suo nonno, a piedi, anno dopo anno, avevano guidato "la carovana" delle greggi lungo il Tratturo Magno, una sorta di "autostrada", che andava dai pascoli montani dell'Abruzzo alle verdeggianti distese della Puglia.
Duecentocinquanta chilometri da percorrere in circa tre settimane, agli inizi dell'autunno e alla fine della primavera, alla ricerca di pascoli verdi e rigogliosi. "Ho un gregge di 600 pecore - dice Mariano - ma mio padre aveva sfiorato anche il numero di 2800 capi. Ricordo che mi raccontava di essere scappato da scuola, all'età di sette anni, per raggiungere i suoi genitori diretti a Foggia. Ricordo le storie dei suoi "viaggi".
Quando partivano erano come marinai che, accompagnati dai fedeli cani pastori, passavano di regione in regione arricchendosi di esperienze, di conoscenze. In ogni viaggio vi era una cultura di incontri e di scambi soprattutto perché, lungo il cammino, si fermavano presso delle altre aziende agricole per riposare.
Io ho iniziato questo lavoro dopo gli studi, ma ormai è come se lo facessi da una vita. Ho persino sposato una donna di Foggia (nozze tra uomini abruzzesi e donne pugliesi sono molto frequenti) e che vive lì, così ho ancora più stimoli a partire". Mariano è di Castel del Monte, la capitale di questa transmigrazione dell'Italia centro meridionale per numero di ovini svernanti e per numero di pastori.
Cinquant'anni fa, negli anni d'oro, si contavano centomila ovini, oggi poco più di settemila. "Purtroppo la pastorizia - aggiunge Mariano - versa in uno stato di crisi e si guadagna ben poco tra costi di trasporto, manodopera, tosatura. La lana di una pecora, circa quattro chili, è venduta a poco più di due euro. Ci aiutiamo con la produzione di formaggi".
È soprattutto sua sorella, Maddalena, a produrre oltre cinquanta tipi di formaggi. Estrosa, creativa, fantasiosa nelle ricette, Maddalena, nell'azienda di famiglia che mantiene le dimensioni artigianali (via S.Donato 2, Castel del Monte, a 40 km dall'Aquila, tel. 0862-938179, 338-7125156), propone pecorini e caprini stagionati, aromatizzati con erbe montane, ricotte allo zafferano, alla menta, al limone. Persino un formaggio al cioccolato.
Da lei si può trovare anche la musciska, carne secca di pecora, di tradizione nord europea, ridotta a listarelle, salata in salamoia o a secco. Un tempo i pastori se la portavano al pascolo: veniva spezzettata e si lasciava ammorbidire in bocca, per avvertire così un senso di sazietà.
Oggi si può mangiare arrosto oppure si reidrata e si soffrigge con pomodori e patate. Segno che la continuità della tradizione è ancora garantita. Struttura moderna e tecnica di lavorazione all'avanguardia, invece, per l'Azienda zootecnica Gran Sasso. Giulio Petronio, il proprietario, ultima generazione degli allevatori della zona, di latte e formaggi se ne intende parecchio, seguendo le orme del nonno e del padre.
Usi centenari, trasmessi e rielaborati con l'esperienza e la curiosità di un appassionato. Alleva millesettecento pecore, tra cui quattrocento della "Gentile di Puglia", una razza quasi estinta. Lui però non trasporta gli armenti, se non con una transumanza verticale, cioè le greggi restano nelle stalle in inverno e poi vengono portate in estate in montagna.
Il suo vanto - e quello di tutta la zona - è la produzione del Canestrato, ottimo pecorino già presidio Slow Food e famoso sin dall'epoca romana. Recente è la formazione del Consorzio di Tutela e Valorizzazione, ed è in corso la procedura per il conseguimento della D.O.P..
Tra le altre specialità (per la vendita, piazzale del Lago 8, Castel del Monte tel. 333-5814030) anche il Marcetto, una prelibata crema piccante che deriva dalla fermentazione indotta nel formaggio stagionato dalla mosca Piophila Casei. Si capisce subito che da queste parti la pastorizia ha plasmato l'ambiente naturale e ne ha segnato l'economia.
Dappertutto è un incontro con gente semplice e generosa che, da secoli, ha imparato ad amare il proprio territorio e a ricavarne i frutti migliori. Ed è qui che nascerà, nella piana di S.Marco, il Museo della Transumanza (si prevede l'apertura ad aprile 2006), dove verrà narrato quel mondo antico e dove sarà possibile assistere a tutte le fasi della lavorazione lattiero-casearia.
Nel paese si può anche seguire il Circuito Culturale-Museo Civico-Etnografico "Un viaggio nella memoria", formato da diversi allestimenti museali che ripercorrono la vita di una volta (info: Associazione Culturale Castrum Montis tel. 339-1104473; www.lanottedellestreghe.it). C'è il Museo della Pastorizia, che raccoglie tutto quanto utile all'armentario, quello della Lana o ancora la casa che ricostituisce l'ambiente domestico degli avi.
L'abitazione è intatta, sembra che sia stata lasciata ieri: la cucina con le stoviglie, la tavola apparecchiata, la cassa per ammassare pasta e pane e ancora la camera da letto con gli abiti appesi e alle pareti le foto dei parenti emigrati. Da non perdere anche una visita alla Chiesa della Madonna del Suffragio o "dei pastori", dove si svolgeva il rito delle "quarant'ore": alla fine dell'estate "il Santissimo" veniva esposto per circa due giorni ed i pastori, prima di intraprendere il lungo viaggio verso la Puglia, vi si recavano a pregare per la sicurezza della famiglia e delle greggi.
Sparsi qua e là sono visibili i resti degli antichi tratturi, le vie armentarie delimitate da termini lapidei su cui spicca l'acronimo RT, Regio Tratturo. La regione Abruzzo ha recuperato queste antiche strade maestre creando un sistema - "Le Vie della Transumanza" - di percorsi da fare a piedi, o a cavallo o, per i più pigri, in auto.
Strade curve e strette che si alternano a immensi rettilinei. Da qualunque parte si guardi, si rimane incantati dalle suggestioni del paesaggio. Come a Campo Imperatore: 27 km di lunghezza e 8 di larghezza sul Massiccio del Gran Sasso ad un'altitudine di circa 1800 metri.
Paradiso della pastorizia, con i suoi immensi pianori delimitati da lievi declini, ricorda le grandi praterie del Pamir (massiccio montuoso dell'Asia Centrale), o un Tibet in versione mignon, e non di rado capita di sentire chiamare il bacino con l'appellativo di "Piccolo Tibet".
Un set cinematografico ideale tanto che più volte l'altopiano deserto è stato "prestato" ai registi per ricreare le atmosfere dei film western o le ambientazioni medievali. Ma non solo cinema. Grandi direttori della pubblicità sono rimasti stregati dalle luci dell'alba e del tramonto, dai colori dei pascoli. Tra i tanti spot girati, uno che tutti ricordano: quello dell'aliante in panne su un'assolata spianata e un gruppo di amici che brinda con un noto amaro al lieto fine della storia.
Poco distante, sorge una delle rocche più fotografate d'Italia: Rocca Calascio. Il vecchio merlato ricanta ad ogni ora la sua antica potenza: svolgeva un'importante funzione di sorveglianza del percorso tratturale aquilano. Tra le pellicole, che hanno sfruttato gli scenari naturali del luogo, torna alla mente Ladyhawk (1985, di Richard Donner) con Michel Pfeiffer. Visibili sono solo i ruderi e i resti del borgo sottostante, al quale il castello è collegato attraverso un ponte di legno.
Alla bellezza del territorio si aggiunge l'eleganza del tempietto di Santa Maria della Pietà, a pianta ottogonale, posto a ridosso dell'antico borgo abbandonato. Da qui lo sguardo spazia sulle vallate e sui gruppetti di pecore che viste dall'alto sembrano davvero un'immensa distesa di sabbia, così come nell'immagine immortalata dai versi di D'Annunzio nella sua poesia I Pastori "il sole imbionda sì la viva lana che quasi dalla sabbia non divaria".
Una vista straordinaria che potrebbe indurre a pensare come accadde al poeta: "Ah perché non son io con i miei pastori?".
Inizia così la Transumanza, quella che i pastori del Gran Sasso vivono ormai da decenni. Certo sono cambiati i modi - un tempo si faceva a piedi, poi fu l'avvento dei treni, oggi si fa con confortevoli Tir - ma non è cambiata la passione per quest'attività millenaria, così come salva è l'identità e la fierezza dei pastori. Mariano Amatario, sessantotto anni, è uno dei pochi transumanti rimasti.
Gli altri allevatori sono tutti stanziali. Prima di lui, suo padre e prima ancora suo nonno, a piedi, anno dopo anno, avevano guidato "la carovana" delle greggi lungo il Tratturo Magno, una sorta di "autostrada", che andava dai pascoli montani dell'Abruzzo alle verdeggianti distese della Puglia.
Duecentocinquanta chilometri da percorrere in circa tre settimane, agli inizi dell'autunno e alla fine della primavera, alla ricerca di pascoli verdi e rigogliosi. "Ho un gregge di 600 pecore - dice Mariano - ma mio padre aveva sfiorato anche il numero di 2800 capi. Ricordo che mi raccontava di essere scappato da scuola, all'età di sette anni, per raggiungere i suoi genitori diretti a Foggia. Ricordo le storie dei suoi "viaggi".
Quando partivano erano come marinai che, accompagnati dai fedeli cani pastori, passavano di regione in regione arricchendosi di esperienze, di conoscenze. In ogni viaggio vi era una cultura di incontri e di scambi soprattutto perché, lungo il cammino, si fermavano presso delle altre aziende agricole per riposare.
Io ho iniziato questo lavoro dopo gli studi, ma ormai è come se lo facessi da una vita. Ho persino sposato una donna di Foggia (nozze tra uomini abruzzesi e donne pugliesi sono molto frequenti) e che vive lì, così ho ancora più stimoli a partire". Mariano è di Castel del Monte, la capitale di questa transmigrazione dell'Italia centro meridionale per numero di ovini svernanti e per numero di pastori.
Cinquant'anni fa, negli anni d'oro, si contavano centomila ovini, oggi poco più di settemila. "Purtroppo la pastorizia - aggiunge Mariano - versa in uno stato di crisi e si guadagna ben poco tra costi di trasporto, manodopera, tosatura. La lana di una pecora, circa quattro chili, è venduta a poco più di due euro. Ci aiutiamo con la produzione di formaggi".
È soprattutto sua sorella, Maddalena, a produrre oltre cinquanta tipi di formaggi. Estrosa, creativa, fantasiosa nelle ricette, Maddalena, nell'azienda di famiglia che mantiene le dimensioni artigianali (via S.Donato 2, Castel del Monte, a 40 km dall'Aquila, tel. 0862-938179, 338-7125156), propone pecorini e caprini stagionati, aromatizzati con erbe montane, ricotte allo zafferano, alla menta, al limone. Persino un formaggio al cioccolato.
Da lei si può trovare anche la musciska, carne secca di pecora, di tradizione nord europea, ridotta a listarelle, salata in salamoia o a secco. Un tempo i pastori se la portavano al pascolo: veniva spezzettata e si lasciava ammorbidire in bocca, per avvertire così un senso di sazietà.
Oggi si può mangiare arrosto oppure si reidrata e si soffrigge con pomodori e patate. Segno che la continuità della tradizione è ancora garantita. Struttura moderna e tecnica di lavorazione all'avanguardia, invece, per l'Azienda zootecnica Gran Sasso. Giulio Petronio, il proprietario, ultima generazione degli allevatori della zona, di latte e formaggi se ne intende parecchio, seguendo le orme del nonno e del padre.
Usi centenari, trasmessi e rielaborati con l'esperienza e la curiosità di un appassionato. Alleva millesettecento pecore, tra cui quattrocento della "Gentile di Puglia", una razza quasi estinta. Lui però non trasporta gli armenti, se non con una transumanza verticale, cioè le greggi restano nelle stalle in inverno e poi vengono portate in estate in montagna.
Il suo vanto - e quello di tutta la zona - è la produzione del Canestrato, ottimo pecorino già presidio Slow Food e famoso sin dall'epoca romana. Recente è la formazione del Consorzio di Tutela e Valorizzazione, ed è in corso la procedura per il conseguimento della D.O.P..
Tra le altre specialità (per la vendita, piazzale del Lago 8, Castel del Monte tel. 333-5814030) anche il Marcetto, una prelibata crema piccante che deriva dalla fermentazione indotta nel formaggio stagionato dalla mosca Piophila Casei. Si capisce subito che da queste parti la pastorizia ha plasmato l'ambiente naturale e ne ha segnato l'economia.
Dappertutto è un incontro con gente semplice e generosa che, da secoli, ha imparato ad amare il proprio territorio e a ricavarne i frutti migliori. Ed è qui che nascerà, nella piana di S.Marco, il Museo della Transumanza (si prevede l'apertura ad aprile 2006), dove verrà narrato quel mondo antico e dove sarà possibile assistere a tutte le fasi della lavorazione lattiero-casearia.
Nel paese si può anche seguire il Circuito Culturale-Museo Civico-Etnografico "Un viaggio nella memoria", formato da diversi allestimenti museali che ripercorrono la vita di una volta (info: Associazione Culturale Castrum Montis tel. 339-1104473; www.lanottedellestreghe.it). C'è il Museo della Pastorizia, che raccoglie tutto quanto utile all'armentario, quello della Lana o ancora la casa che ricostituisce l'ambiente domestico degli avi.
L'abitazione è intatta, sembra che sia stata lasciata ieri: la cucina con le stoviglie, la tavola apparecchiata, la cassa per ammassare pasta e pane e ancora la camera da letto con gli abiti appesi e alle pareti le foto dei parenti emigrati. Da non perdere anche una visita alla Chiesa della Madonna del Suffragio o "dei pastori", dove si svolgeva il rito delle "quarant'ore": alla fine dell'estate "il Santissimo" veniva esposto per circa due giorni ed i pastori, prima di intraprendere il lungo viaggio verso la Puglia, vi si recavano a pregare per la sicurezza della famiglia e delle greggi.
Sparsi qua e là sono visibili i resti degli antichi tratturi, le vie armentarie delimitate da termini lapidei su cui spicca l'acronimo RT, Regio Tratturo. La regione Abruzzo ha recuperato queste antiche strade maestre creando un sistema - "Le Vie della Transumanza" - di percorsi da fare a piedi, o a cavallo o, per i più pigri, in auto.
Strade curve e strette che si alternano a immensi rettilinei. Da qualunque parte si guardi, si rimane incantati dalle suggestioni del paesaggio. Come a Campo Imperatore: 27 km di lunghezza e 8 di larghezza sul Massiccio del Gran Sasso ad un'altitudine di circa 1800 metri.
Paradiso della pastorizia, con i suoi immensi pianori delimitati da lievi declini, ricorda le grandi praterie del Pamir (massiccio montuoso dell'Asia Centrale), o un Tibet in versione mignon, e non di rado capita di sentire chiamare il bacino con l'appellativo di "Piccolo Tibet".
Un set cinematografico ideale tanto che più volte l'altopiano deserto è stato "prestato" ai registi per ricreare le atmosfere dei film western o le ambientazioni medievali. Ma non solo cinema. Grandi direttori della pubblicità sono rimasti stregati dalle luci dell'alba e del tramonto, dai colori dei pascoli. Tra i tanti spot girati, uno che tutti ricordano: quello dell'aliante in panne su un'assolata spianata e un gruppo di amici che brinda con un noto amaro al lieto fine della storia.
Poco distante, sorge una delle rocche più fotografate d'Italia: Rocca Calascio. Il vecchio merlato ricanta ad ogni ora la sua antica potenza: svolgeva un'importante funzione di sorveglianza del percorso tratturale aquilano. Tra le pellicole, che hanno sfruttato gli scenari naturali del luogo, torna alla mente Ladyhawk (1985, di Richard Donner) con Michel Pfeiffer. Visibili sono solo i ruderi e i resti del borgo sottostante, al quale il castello è collegato attraverso un ponte di legno.
Alla bellezza del territorio si aggiunge l'eleganza del tempietto di Santa Maria della Pietà, a pianta ottogonale, posto a ridosso dell'antico borgo abbandonato. Da qui lo sguardo spazia sulle vallate e sui gruppetti di pecore che viste dall'alto sembrano davvero un'immensa distesa di sabbia, così come nell'immagine immortalata dai versi di D'Annunzio nella sua poesia I Pastori "il sole imbionda sì la viva lana che quasi dalla sabbia non divaria".
Una vista straordinaria che potrebbe indurre a pensare come accadde al poeta: "Ah perché non son io con i miei pastori?".
(22 settembre 2005)