Prima che arrivasse lui con il suo piglio teutonico e la sua ancor più germanica precisione, quei libriccini che in breve diventavano consunti e spiegazzati, guide ante litteram e ante tutto, erano pieni di retorica, ridondanze, inutili chiose.
Per girare l'Europa o qualche altro continente, ci si doveva anche fare un giro nella prolissa mente dell'autore, fino, spesso, a perdersi. Scritti com'erano questi Manuali per viaggiatori da professori con la passione per l'aggettivo, la nozione, le descrizioni inutili.
Ma poi, eccolo, Karl Baedeker. Figlio di un libraio che era anche editore come quasi tutti i librai dell'epoca, era nato nel 1801 a Essen. Studiò ad Heidelberg. Entrò nell'esercito, fu tenente. Poi buttò alle ortiche laurea e spade, fondò una sua casa libraria a Coblenza e si diede anima e corpo a fare ciò che amava di più: il viaggio. Era il terrore di alberghi e ristoranti.
Sul suo taccuino segnava tutto. Soprusi, eccellenze, alta o bassa qualità. Osservava, annotava, scrutava. Con le sue indicazioni dirottava i turisti in viaggio verso una locanda o un ristorante e li teneva lontani da altri. Decretandone così il successo o il fallimento.
La leggenda vuole che per far meglio il suo lavoro viaggiasse modestamente vestito, senza bauli e con il portafoglio rigonfio. E narra anche di come il governo tedesco, addirittura, lo avesse fornito di diversi passaporti per aiutarlo a svolgere meglio il suo lavoro.
Antesignano di tutti i moderni viaggiatori, ideatore della "stella" Baedeker, sinonimo di certa e chiara qualità, copiata poi dalla Michelin, Karl Baedeker inventò caratteristiche che hanno lasciato il segno: l'assoluta qualità dei posti segnalati con aggiornamenti continui (e anonimi). Una grande quantità di fatti e cifre. E racconti eseguiti, come si diceva, con il minor numero di parole possibile. Una vera rarità, in quei tempi, appunto, di ridondante retorica linguistica.
Le Baedeker fecero scuola; così tanta che ancora oggi se si vuole indicare qualcosa di completo e di qualità, un passpartout in qualunque campo, si dice che è una sorta di baedeker. E anche se le Baedeker hanno fatto la storia, la grande tradizione italiana è affidata alle Guide Rosse del Touring Club Italiano, che hanno avuto, negli anni, quasi un secolo, riconoscimenti di tutti i tipi.
L'Economist le ha indicate come "le guide più dettagliate e approfondite del patrimonio dei beni culturali" del nostro paese. Eppure nacquero da una lacuna. All'inizio del Novecento il viaggiatore italiano doveva ricorrere a volumi tedeschi, inglesi o francesi (alle tedesche Baedeker, innanzitutto, o Meyer; all'inglese Murray; o alle francesi Joanne-Hachette) per visitare il suo paese.
Ma se quei volumi andavano bene per il visitatore d'oltralpe, per gli italiani erano assolutamente insufficienti, come scriveva Giuseppe Vota nel 1954 nel volume I sessant'anni del T.C.I.: "Le guide Baedeker, come del resto le Joanne, le Meyer e le Murray, a prescindere dalla lingua in cui erano redatte, non erano guide adatte per gli italiani.
Gli aspetti naturali erano per lo più trascurati, tutta la zona alpina era trattata, nei volumi sull'Italia, con pochi cenni lungo le vie di accesso, salvo rimandare il lettore ai volumi descriventi territori stranieri". A fare qualcosa di diverso ci avevano provato i Fratelli Treves, di Milano; ma il loro riferimento erano pur sempre le Baedeker.
Fu Luigi Vittorio Bertarelli, socio del consiglio fondatore del Touring Club Italiano, ad avere l'idea, già nel 1903, di pubblicare una guida d'Italia. L'idea fu approvata nel 1912. Il primo volume venne dato alle stampe nel 1914. Da allora la passione italiana per il viaggio si è andata ampliando e approfondendo.
E perciò non poteva non accadere. Accanto alle case editrici storiche come il Touring Club Italia, ne sono nate tante altre che raccontano il mondo ognuno da una visuale e con caratteristiche diverse. Il Touring Club ha tantissime collane, dalle visuali alle essenziali, dalle colte alle pratiche. E poi: quelle per i camperisti, quelle per i motociclisti e, persino, quelle per gli appassionati di formaggio.
È nata poi la Edt che pubblica in Italia le mitiche Lonely Planet che in qualche modo, per il viaggiatore attento e curioso, hanno preso il posto delle Baedeker. Le Lonely Planet furono fondate agli inizi degli anni Settanta da due veri nomadi, Tony e Maureen Wheeler, un po' hippy e tanto curiosi. Giravano il mondo con due lire e se le dovevano far bastare.
E così andavano cercando i ristoranti più economici ma allo stesso tempo di qualità, le locande meno care in cui dormire, però, in un letto vero. E così via. Oggi le Lonely Planet sono tradotte in un numero spropositato di lingue. E hanno fatto scuola.
Le Routard sono simili nella filosofia e nella struttura. Furono inventate in Francia più o meno negli stessi anni diventando in breve "la bibbia dell'autostoppista". Francese anche la Michelin, sinonimo di qualità e accuratezza, che vende una media di un milione di copie l'anno e che vede ristoratori e alberghi fare a gara per accaparrarsi una stella, meglio se due, per non parlar di tre.
Le Michelin nacquero da un pneumatico, fabbricato in Francia dalla famiglia Michelin, appunto: la loro vendita in Italia ebbe inizio il 1 maggio 1901. Già da un anno in Francia l'azienda distribuiva gratuitamente ai suoi clienti delle guide, nella speranza - facendo viaggiare la gente da un paese all'altro - di vendere più pneumatici. La prima stella Michelin per indicare un posto dove valeva la pena fermarsi a mangiare apparve nel 1926.
Americane, invece, le Insight, le Rough, le Fodor's (che in questo momento, anche se ci sono delle rimanenze in libreria, non hanno un editore italiano: fino a qualche tempo fa era la Bonomi Editore).
Italianissime, invece, le ClupGuide che nacquero una decina di anni fa per frenare lo strapotere delle guide straniere e per regalare al viaggiatore italiano volumi scritti da italiani. Le hanno seguite le guide della Ulysse Moizzi e quelle della Airplane. Cosicché oggi le guide sono tante. E, davvero, non fanno più paura a nessuno.
Per girare l'Europa o qualche altro continente, ci si doveva anche fare un giro nella prolissa mente dell'autore, fino, spesso, a perdersi. Scritti com'erano questi Manuali per viaggiatori da professori con la passione per l'aggettivo, la nozione, le descrizioni inutili.
Ma poi, eccolo, Karl Baedeker. Figlio di un libraio che era anche editore come quasi tutti i librai dell'epoca, era nato nel 1801 a Essen. Studiò ad Heidelberg. Entrò nell'esercito, fu tenente. Poi buttò alle ortiche laurea e spade, fondò una sua casa libraria a Coblenza e si diede anima e corpo a fare ciò che amava di più: il viaggio. Era il terrore di alberghi e ristoranti.
Sul suo taccuino segnava tutto. Soprusi, eccellenze, alta o bassa qualità. Osservava, annotava, scrutava. Con le sue indicazioni dirottava i turisti in viaggio verso una locanda o un ristorante e li teneva lontani da altri. Decretandone così il successo o il fallimento.
La leggenda vuole che per far meglio il suo lavoro viaggiasse modestamente vestito, senza bauli e con il portafoglio rigonfio. E narra anche di come il governo tedesco, addirittura, lo avesse fornito di diversi passaporti per aiutarlo a svolgere meglio il suo lavoro.
Antesignano di tutti i moderni viaggiatori, ideatore della "stella" Baedeker, sinonimo di certa e chiara qualità, copiata poi dalla Michelin, Karl Baedeker inventò caratteristiche che hanno lasciato il segno: l'assoluta qualità dei posti segnalati con aggiornamenti continui (e anonimi). Una grande quantità di fatti e cifre. E racconti eseguiti, come si diceva, con il minor numero di parole possibile. Una vera rarità, in quei tempi, appunto, di ridondante retorica linguistica.
Le Baedeker fecero scuola; così tanta che ancora oggi se si vuole indicare qualcosa di completo e di qualità, un passpartout in qualunque campo, si dice che è una sorta di baedeker. E anche se le Baedeker hanno fatto la storia, la grande tradizione italiana è affidata alle Guide Rosse del Touring Club Italiano, che hanno avuto, negli anni, quasi un secolo, riconoscimenti di tutti i tipi.
L'Economist le ha indicate come "le guide più dettagliate e approfondite del patrimonio dei beni culturali" del nostro paese. Eppure nacquero da una lacuna. All'inizio del Novecento il viaggiatore italiano doveva ricorrere a volumi tedeschi, inglesi o francesi (alle tedesche Baedeker, innanzitutto, o Meyer; all'inglese Murray; o alle francesi Joanne-Hachette) per visitare il suo paese.
Ma se quei volumi andavano bene per il visitatore d'oltralpe, per gli italiani erano assolutamente insufficienti, come scriveva Giuseppe Vota nel 1954 nel volume I sessant'anni del T.C.I.: "Le guide Baedeker, come del resto le Joanne, le Meyer e le Murray, a prescindere dalla lingua in cui erano redatte, non erano guide adatte per gli italiani.
Gli aspetti naturali erano per lo più trascurati, tutta la zona alpina era trattata, nei volumi sull'Italia, con pochi cenni lungo le vie di accesso, salvo rimandare il lettore ai volumi descriventi territori stranieri". A fare qualcosa di diverso ci avevano provato i Fratelli Treves, di Milano; ma il loro riferimento erano pur sempre le Baedeker.
Fu Luigi Vittorio Bertarelli, socio del consiglio fondatore del Touring Club Italiano, ad avere l'idea, già nel 1903, di pubblicare una guida d'Italia. L'idea fu approvata nel 1912. Il primo volume venne dato alle stampe nel 1914. Da allora la passione italiana per il viaggio si è andata ampliando e approfondendo.
E perciò non poteva non accadere. Accanto alle case editrici storiche come il Touring Club Italia, ne sono nate tante altre che raccontano il mondo ognuno da una visuale e con caratteristiche diverse. Il Touring Club ha tantissime collane, dalle visuali alle essenziali, dalle colte alle pratiche. E poi: quelle per i camperisti, quelle per i motociclisti e, persino, quelle per gli appassionati di formaggio.
È nata poi la Edt che pubblica in Italia le mitiche Lonely Planet che in qualche modo, per il viaggiatore attento e curioso, hanno preso il posto delle Baedeker. Le Lonely Planet furono fondate agli inizi degli anni Settanta da due veri nomadi, Tony e Maureen Wheeler, un po' hippy e tanto curiosi. Giravano il mondo con due lire e se le dovevano far bastare.
E così andavano cercando i ristoranti più economici ma allo stesso tempo di qualità, le locande meno care in cui dormire, però, in un letto vero. E così via. Oggi le Lonely Planet sono tradotte in un numero spropositato di lingue. E hanno fatto scuola.
Le Routard sono simili nella filosofia e nella struttura. Furono inventate in Francia più o meno negli stessi anni diventando in breve "la bibbia dell'autostoppista". Francese anche la Michelin, sinonimo di qualità e accuratezza, che vende una media di un milione di copie l'anno e che vede ristoratori e alberghi fare a gara per accaparrarsi una stella, meglio se due, per non parlar di tre.
Le Michelin nacquero da un pneumatico, fabbricato in Francia dalla famiglia Michelin, appunto: la loro vendita in Italia ebbe inizio il 1 maggio 1901. Già da un anno in Francia l'azienda distribuiva gratuitamente ai suoi clienti delle guide, nella speranza - facendo viaggiare la gente da un paese all'altro - di vendere più pneumatici. La prima stella Michelin per indicare un posto dove valeva la pena fermarsi a mangiare apparve nel 1926.
Americane, invece, le Insight, le Rough, le Fodor's (che in questo momento, anche se ci sono delle rimanenze in libreria, non hanno un editore italiano: fino a qualche tempo fa era la Bonomi Editore).
Italianissime, invece, le ClupGuide che nacquero una decina di anni fa per frenare lo strapotere delle guide straniere e per regalare al viaggiatore italiano volumi scritti da italiani. Le hanno seguite le guide della Ulysse Moizzi e quelle della Airplane. Cosicché oggi le guide sono tante. E, davvero, non fanno più paura a nessuno.