Tamerlano è un simbolo. Per noi significa rivincita culturale, autonomia e gloria". Alexander si accalora, ha 22 anni studia ingegneria e non ha un futuro molto roseo. La disoccupazione si fa pesantemente sentire e il regime di Islam Karimov sta governando con il pugno di ferro.
Una ennesima iattura per l'Uzbekistan, Paese martoriato da feroci despoti che per millenni hanno fatto il bello e cattivo tempo su questa terra, cuore dell'Asia. "I simboli parlano al popolo un linguaggio semplice e chiaro: Tamerlano è la nostra speranza anche se le statue le ha erette il regime dopo l'implosione dell'Unione Sovietica.
Lo avevano fatto per ribadire la nostra identità di popolo in contrapposizione a Mosca, ma ora quelle statue rappresentano ben di più". Alexander racconta e si protegge gli occhi con le mani. Una sabbia impalpabile è nell'aria.
Impolvera i vestiti. Imbianca le scarpe. Irrita gli occhi. E fa sputare per terra in continuazione. Tutti qui ormai hanno preso questo vezzo. È la sabbia del deserto che arriva fino in centro a Samarcanda. Ci sono giornate in cui questo pulviscolo diventa come la nebbia e allora non si vede da una parte all'altra della strada.
Uomini e donne si avvolgono nei loro abiti. Il sole si oscura. Si svuotano i mercati. Le cupole acquamarina delle moschee e i minareti diventano pallidi come acquerelli. "Con Tamerlano anche l'islam è risorto. Sono state riaperte le scuole coraniche e laggiù, nella valle del Fergana, la fede nel Corano sta spopolando. Si dice siano comparsi anche i più duri, gli integralisti".
Alexander è certo: il presidente Karimov se la prende con il montante i-slamismo per consolidare il suo potere, per dimostrare agli Usa che anche lui ce l'ha con i terroristi. Ma per la verità ne fa le spese la povera gente che viene ammazzata e fatta prigioniera.
La parola Samarcanda evoca leggende, città favolose, imperi ricchi e potenti. E così è stato. Fu una delle principali città lungo la Via della Seta. Grandioso centro di scienze e cultura. Vi insegnarono illustri letterati, tra questi il filosofo Avicenna e il poeta Khayamm.
Le sue vie e le sue piazze furono calpestate dalle soldataglie di Gengis Khan e, più tardi, dagli eserciti di quel Timur-e lang, condottiero mongolo che in Europa chiamarono Tamerlano. Oggi in tutto l'Uzbekistan la sua figura rivive. È il paradigma di questa terra, l'anima di Samarcanda che fece grande e ricca.
Moschee, monumenti sepolcrali e ricche madrasse, scuole coraniche. Dominano il blu e l'oro sfavillante delle cupole, le pareti ricoperte di mosaici, i marmi e gli arabeschi. Samarcanda ha sofferto l'impatto con la Russia comunista che ha imposto le sue architetture troppo pesanti e megalomani.
Soffre piazza Registan, una specie di San Pietro per i musulmani di questa parte dell'Asia, stretta dagli sgorbi grammaticali degli urbanisti venuti da Mosca. Le tre imponenti scuole coraniche sfidano la modernità imposta dall'esterno con le loro piastrelle multicolori, la ciclicità dei disegni, le colonne solenni, le altissime arcate, la plasticità delle linee.
Sparse per la città le rovine maestose dell'antica Samarcanda sono come corpi estranei, reliquie sopravvissute alla barbarie, testimonianza di raffinatezza perduta. Fanno uno strano effetto.
Al mausoleo Gur Amir è tumulato il corpo di Tamerlano. La sua tomba è meta di continui pellegrinaggi, come se si trattasse di un uomo santo. Un po' più in là, una lunga fila di visitatori si accalca all'entrata della necropoli Shahi Zinda del XIV secolo, dove sono sepolti i timuridi, i suoi discendenti.
Il cimitero è un grande complesso di tombe solenni. Sotto il sole cocente uomini in caftano e turbante salgono la scala che porta in cima alla collina. Borbottano a bassa voce. Potranno ottenere la grazia richiesta solo se il numero degli scalini che hanno contato all'andata corrisponderà con quello del ritorno.
Le rovine scintillanti di blu e oro si stanno prendendo la rivincita. Di Tamerlano non esiste una sola immagine. L'iconografia islamica ne proibì i ritratti. Nacque nel 1336. Era figlio di un khan di una sperduta tribù delle steppe. Si autoproclamò redentore, destinato a restaurare l'impero di Gengis Khan di cui si favoleggiava fosse un lontano pronipote.
Con una serie di campagne travolgenti conquistò vari khanati. Sottomise l'Armenia, l'Iraq e la Georgia, occupò Mosca. Spinse le sue truppe fino a Delhi, Ankara, Smirne, Damasco e Aleppo. Gli fu fatale la guerra lanciata contro la Cina: morì in seguito alle conseguenze di un banale raffreddore. Tamerlano non si occupò mai di dare una struttura stabile all'impero che dopo la sua morte si dissolse rapidamente sotto il dominio dei successori.
Da Samarcanda 160 chilometri portano a Shakhrisabz, dove Tamerlano vide la luce. Qui c'è un mausoleo, e tanta delusione per aver percorso tutta questa strada. Vi si arriva attraversando un deserto anonimo.
Centri urbani deturpati, nessuna gloria, nessuno splendore. L'Asia centrale è uno spazio nel nulla segnato da città calamita che hanno attirato a sé la vita degli uomini, come buchi neri che tutto inghiottono. Nel calderone sono finite le decine, e più, di etnie che vivono in questa arida terra. Volti squadrati, zigomi sporgenti. Anche occhi celesti, chiarissimi, di una tinta che richiama il cielo terso.
Uzbeki, tagiki, kazaki, afghani, iraniani, arabi, mongoli, tartari, tutti con una loro piccola patria alle spalle, ma pur sempre nomadi come lo sono nei cromosomi. E tutti alla ricerca di un baricentro che dia riposta alle loro aspirazioni, alla loro fame e alla loro dignità di uomini del XXI secolo. Il regime di Karimov sa bene che la parola autonomia potrebbe mandare in frantumi l'Uzbekistan, Paese dai confini inventati e assurdi, che andavano bene solo a Mosca.
Il pericolo è una dissoluzione come quella avvenuta per l'Urss. Le mille patrie sono troppo pericolose nell'Asia centrale, ci sono troppi interessi, troppo gas, troppi metanodotti che legano in una stretta ragnatela le grandi potenze. L'equilibrio è delicato.
Bukhara è risorta così in pochi anni, tra revival nazionalista e voglia di Islam. La polvere dei secoli è stata tolta a suon di investimenti: soldi dei fedeli, ma non solo. Ne ha messi anche lo Stato. E chi ha visitato la città una decina di anni fa, quasi non la riconosce. Allora era il simbolo della decadenza, con facciate scalcinate, piastrelle mancanti, minareti pericolanti e moschee semivuote. Silenzio.
Oggi è diverso. Si oltrepassa la fortezza Ark e si sente il salmodiare dei ragazzi della scuola coranica. Il muezzin innalza la sua lode ad Allah con nuovi altoparlanti. Uomini dal turbante bianco si genuflettono nella moschea Kalyan. Tutto qui è più raccolto e vivo che a Samarcanda.
Il confronto è d'obbligo. Le due città sono una la copia dell'altra. Bukhara crebbe via via che Samarcanda appassiva. Il ciclo dei timuridi finì con Babur che riuscì a detenere il potere su Samarcanda fino al 1512. Dopo di lui la città iniziò a decadere. Il posto di capitale dell'Asia centrale fu preso da Bukhara che, messe da parte le velleità di dominio, divenne sede di un emirato segnato da continue lotte dinastiche.
Strette vie portano verso il centro che si racchiude attorno al Lyabi-Khuaz, luogo di incontro cittadino. Questo è un pezzo di Asia antica sopravvissuto alla falce e martello della rivoluzione atea russa. Gli uomini oziano attorno allo specchio d'acqua artificiale della madrassa. Molti portano la tiubiteica, un cappellino nero su cui sono disegnati due peperoncini, segno di virilità. Le donne indossano colorati costumi di seta.
Alcune hanno stivali neri, lunghi fino al ginocchio. Vengono dal deserto, praticano la pastorizia (qui si producono le pellicce di astrakan con le pelli degli agnelli di razza karakul). Altre donne si coprono la testa con fazzoletti blu o bianchi, segno che sono rimaste vedove. Quelle invece che portano un cappellino ricamato a forma cubica sono spose novelle.
Altre ancora hanno i denti ricoperti d'oro per dimostrare la ricchezza della loro famiglia. Erbe aromatiche e spezie spandono i loro profumi nell'aria. Ai bar il tè si beve seduti su grandi divani ricoperti da tappeti. Il tempo passa giocando al nardì (una specie di dama) ma qui, in questo spazio racchiuso di Bukhara, anziché scorrere sembra che si sia fermato.
Una ennesima iattura per l'Uzbekistan, Paese martoriato da feroci despoti che per millenni hanno fatto il bello e cattivo tempo su questa terra, cuore dell'Asia. "I simboli parlano al popolo un linguaggio semplice e chiaro: Tamerlano è la nostra speranza anche se le statue le ha erette il regime dopo l'implosione dell'Unione Sovietica.
Lo avevano fatto per ribadire la nostra identità di popolo in contrapposizione a Mosca, ma ora quelle statue rappresentano ben di più". Alexander racconta e si protegge gli occhi con le mani. Una sabbia impalpabile è nell'aria.
Impolvera i vestiti. Imbianca le scarpe. Irrita gli occhi. E fa sputare per terra in continuazione. Tutti qui ormai hanno preso questo vezzo. È la sabbia del deserto che arriva fino in centro a Samarcanda. Ci sono giornate in cui questo pulviscolo diventa come la nebbia e allora non si vede da una parte all'altra della strada.
Uomini e donne si avvolgono nei loro abiti. Il sole si oscura. Si svuotano i mercati. Le cupole acquamarina delle moschee e i minareti diventano pallidi come acquerelli. "Con Tamerlano anche l'islam è risorto. Sono state riaperte le scuole coraniche e laggiù, nella valle del Fergana, la fede nel Corano sta spopolando. Si dice siano comparsi anche i più duri, gli integralisti".
Alexander è certo: il presidente Karimov se la prende con il montante i-slamismo per consolidare il suo potere, per dimostrare agli Usa che anche lui ce l'ha con i terroristi. Ma per la verità ne fa le spese la povera gente che viene ammazzata e fatta prigioniera.
La parola Samarcanda evoca leggende, città favolose, imperi ricchi e potenti. E così è stato. Fu una delle principali città lungo la Via della Seta. Grandioso centro di scienze e cultura. Vi insegnarono illustri letterati, tra questi il filosofo Avicenna e il poeta Khayamm.
Le sue vie e le sue piazze furono calpestate dalle soldataglie di Gengis Khan e, più tardi, dagli eserciti di quel Timur-e lang, condottiero mongolo che in Europa chiamarono Tamerlano. Oggi in tutto l'Uzbekistan la sua figura rivive. È il paradigma di questa terra, l'anima di Samarcanda che fece grande e ricca.
Moschee, monumenti sepolcrali e ricche madrasse, scuole coraniche. Dominano il blu e l'oro sfavillante delle cupole, le pareti ricoperte di mosaici, i marmi e gli arabeschi. Samarcanda ha sofferto l'impatto con la Russia comunista che ha imposto le sue architetture troppo pesanti e megalomani.
Soffre piazza Registan, una specie di San Pietro per i musulmani di questa parte dell'Asia, stretta dagli sgorbi grammaticali degli urbanisti venuti da Mosca. Le tre imponenti scuole coraniche sfidano la modernità imposta dall'esterno con le loro piastrelle multicolori, la ciclicità dei disegni, le colonne solenni, le altissime arcate, la plasticità delle linee.
Sparse per la città le rovine maestose dell'antica Samarcanda sono come corpi estranei, reliquie sopravvissute alla barbarie, testimonianza di raffinatezza perduta. Fanno uno strano effetto.
Al mausoleo Gur Amir è tumulato il corpo di Tamerlano. La sua tomba è meta di continui pellegrinaggi, come se si trattasse di un uomo santo. Un po' più in là, una lunga fila di visitatori si accalca all'entrata della necropoli Shahi Zinda del XIV secolo, dove sono sepolti i timuridi, i suoi discendenti.
Il cimitero è un grande complesso di tombe solenni. Sotto il sole cocente uomini in caftano e turbante salgono la scala che porta in cima alla collina. Borbottano a bassa voce. Potranno ottenere la grazia richiesta solo se il numero degli scalini che hanno contato all'andata corrisponderà con quello del ritorno.
Le rovine scintillanti di blu e oro si stanno prendendo la rivincita. Di Tamerlano non esiste una sola immagine. L'iconografia islamica ne proibì i ritratti. Nacque nel 1336. Era figlio di un khan di una sperduta tribù delle steppe. Si autoproclamò redentore, destinato a restaurare l'impero di Gengis Khan di cui si favoleggiava fosse un lontano pronipote.
Con una serie di campagne travolgenti conquistò vari khanati. Sottomise l'Armenia, l'Iraq e la Georgia, occupò Mosca. Spinse le sue truppe fino a Delhi, Ankara, Smirne, Damasco e Aleppo. Gli fu fatale la guerra lanciata contro la Cina: morì in seguito alle conseguenze di un banale raffreddore. Tamerlano non si occupò mai di dare una struttura stabile all'impero che dopo la sua morte si dissolse rapidamente sotto il dominio dei successori.
Da Samarcanda 160 chilometri portano a Shakhrisabz, dove Tamerlano vide la luce. Qui c'è un mausoleo, e tanta delusione per aver percorso tutta questa strada. Vi si arriva attraversando un deserto anonimo.
Centri urbani deturpati, nessuna gloria, nessuno splendore. L'Asia centrale è uno spazio nel nulla segnato da città calamita che hanno attirato a sé la vita degli uomini, come buchi neri che tutto inghiottono. Nel calderone sono finite le decine, e più, di etnie che vivono in questa arida terra. Volti squadrati, zigomi sporgenti. Anche occhi celesti, chiarissimi, di una tinta che richiama il cielo terso.
Uzbeki, tagiki, kazaki, afghani, iraniani, arabi, mongoli, tartari, tutti con una loro piccola patria alle spalle, ma pur sempre nomadi come lo sono nei cromosomi. E tutti alla ricerca di un baricentro che dia riposta alle loro aspirazioni, alla loro fame e alla loro dignità di uomini del XXI secolo. Il regime di Karimov sa bene che la parola autonomia potrebbe mandare in frantumi l'Uzbekistan, Paese dai confini inventati e assurdi, che andavano bene solo a Mosca.
Il pericolo è una dissoluzione come quella avvenuta per l'Urss. Le mille patrie sono troppo pericolose nell'Asia centrale, ci sono troppi interessi, troppo gas, troppi metanodotti che legano in una stretta ragnatela le grandi potenze. L'equilibrio è delicato.
Bukhara è risorta così in pochi anni, tra revival nazionalista e voglia di Islam. La polvere dei secoli è stata tolta a suon di investimenti: soldi dei fedeli, ma non solo. Ne ha messi anche lo Stato. E chi ha visitato la città una decina di anni fa, quasi non la riconosce. Allora era il simbolo della decadenza, con facciate scalcinate, piastrelle mancanti, minareti pericolanti e moschee semivuote. Silenzio.
Oggi è diverso. Si oltrepassa la fortezza Ark e si sente il salmodiare dei ragazzi della scuola coranica. Il muezzin innalza la sua lode ad Allah con nuovi altoparlanti. Uomini dal turbante bianco si genuflettono nella moschea Kalyan. Tutto qui è più raccolto e vivo che a Samarcanda.
Il confronto è d'obbligo. Le due città sono una la copia dell'altra. Bukhara crebbe via via che Samarcanda appassiva. Il ciclo dei timuridi finì con Babur che riuscì a detenere il potere su Samarcanda fino al 1512. Dopo di lui la città iniziò a decadere. Il posto di capitale dell'Asia centrale fu preso da Bukhara che, messe da parte le velleità di dominio, divenne sede di un emirato segnato da continue lotte dinastiche.
Strette vie portano verso il centro che si racchiude attorno al Lyabi-Khuaz, luogo di incontro cittadino. Questo è un pezzo di Asia antica sopravvissuto alla falce e martello della rivoluzione atea russa. Gli uomini oziano attorno allo specchio d'acqua artificiale della madrassa. Molti portano la tiubiteica, un cappellino nero su cui sono disegnati due peperoncini, segno di virilità. Le donne indossano colorati costumi di seta.
Alcune hanno stivali neri, lunghi fino al ginocchio. Vengono dal deserto, praticano la pastorizia (qui si producono le pellicce di astrakan con le pelli degli agnelli di razza karakul). Altre donne si coprono la testa con fazzoletti blu o bianchi, segno che sono rimaste vedove. Quelle invece che portano un cappellino ricamato a forma cubica sono spose novelle.
Altre ancora hanno i denti ricoperti d'oro per dimostrare la ricchezza della loro famiglia. Erbe aromatiche e spezie spandono i loro profumi nell'aria. Ai bar il tè si beve seduti su grandi divani ricoperti da tappeti. Il tempo passa giocando al nardì (una specie di dama) ma qui, in questo spazio racchiuso di Bukhara, anziché scorrere sembra che si sia fermato.