Qui, un tempo, c'era l'oceano. Da milioni di anni l'Atacama è un deserto, il più arido del mondo. Un universo di rocce, dune, distese salate - stretto tra la Cordillera della costa e quella delle Ande che non permettono alle nuvole di raggiungerlo - esteso per mille chilometri da sud a nord, a cavallo del Tropico del Capricorno, nel Cile settentrionale che fronteggia il Pacifico.
In alcune sue zone non piove mai o le precipitazioni sono così irrilevanti da non essere registrate dalle stazioni meteorologiche e, prima ancora, dalla memoria dell'uomo. Al suo centro c'è un luogo che gli indigeni chiamano la "doppia ombra della pioggia" e che i climatologi, considerandolo la regione più secca del pianeta (anche più di certe zone dell'Antartide), che definiscono il "deserto assoluto".
Per il clima a tal punto asciutto, il cielo è così straordinariamente limpido che tra le sue montagne sono concentrati alcuni tra i più importanti osservatori astronomici esistenti. "Certi luoghi del mondo hanno ricevuto come destino una crosta terrestre spogliata di ogni grazia vegetale e di ogni tenerezza d'acqua. Solo alzando gli occhi si incontra, a consolazione di questa penitenza, il cielo azzurro, secco e puro", scriveva la poetessa cilena Gabriela Mistral (1889-1957), premio Nobel per la letteratura nel 1945, nata ai suoi margini.
L'Atacama è un unicum desolato, riarso, un regno minerale con caratteristiche vicine a mondi altri come Luna e Marte, tanto che a più riprese scienziati della Nasa vi hanno effettuato prove per testare la tecnologia di nuovi veicoli per future esplorazioni lunari o di robot costruiti per la ricerca di segni di vita sul pianeta rosso.
Un posto ostile, irreale, dalla bellezza spaventosa, attraente. Una destinazione possibile per un viaggio sulla Luna da compiere senza lasciare la Terra. Una combinazione di natura e archeologia.
Perché il clima ha funzionato da formidabile conservatore non solo delle stupefacenti conformazioni geologiche scolpite nei secoli dai venti desertici ma anche delle tracce della presenza dell'uomo: dai resti delle civiltà paleo-indiane e delle città minerarie del secolo scorso ai monumenti pre-ispanici e alle architetture di epoca coloniale.
Il centro da cui partire è il villaggio-oasi di San Pedro de Atacama, all'estremità nord del Salar de Atacama, 2440 metri di altitudine, 5 mila residenti e diverse centinaia di nuovi arrivi ogni giorno attratti dal suo pittoresco (la posizione nel cuore del deserto, il museo con mummie vecchie di migliaia di anni, le case di mattoni cotti al sole, la chiesa coloniale, la presenza indigena) e dai dintorni spettacolari.
A 15 chilometri c'è la Valle della Luna, da raggiungere prima del tramonto per osservare le dune e i canyon inondati di arancio e rosa e la luce degli astri riflettersi sui cristalli di sale sparsi sul fondo della vallata. Circa novantacinque chilometri più a nord, a 4300 metri sull'Altiplano al confine con la Bolivia, si trova il campo di geyser più esteso del pianeta: El Tatio, cento getti d'acqua calda a 85 che all'alba zampillano in colonne alte oltre dieci metri per la differenza di temperatura tra la terra gelata e l'atmosfera esterna.
Gigantesche espressioni di arte pre-colombiana, realizzate con pietre scure disposte sulla sabbia, ornano invece le pendici di molte colline, come El Gigante de Atacama, geoglifo di 86 metri di altezza, la più grande rappresentazione archeologica di una forma antropomorfa. Altra memoria di presenze pre-ispaniche sono le rovine di fortezze indigene, chiamate pukarà, come quella di Quitor, o villaggi andini sviluppatisi in piccole oasi, come Caspana o Toconao, dove gli eredi degli antichi abitanti Aymara, Diaguita e Atacameno continuano a coltivare le terrazze ricavate da millenni sulle montagne e i campi irrigati da una complessa rete di canali.
Ma l'essenza dell'Atacama è essenzialmente minerale. Nutre, negli impressionanti spazi naturali, il sentimento estetico del viaggiatore; e ancor oggi, con le sue miniere, l'economia del Paese. L'emblema è Chuquicamata (da visitare per cogliere una parte dell'attuale genius loci e capire quanto, prima i nitrati e poi il rame dell'Atacama, abbiano segnato profondamente la storia cilena), in assoluto la più grande miniera di rame a cielo aperto del mondo, lunga 4 chilometri, larga 3, profonda 800 metri. Per Ernesto Che Guevara era "lo scenario di un dramma moderno", di cui "non si può dire che manchi di bellezza, ma la sua è una bellezza senza grazia, imponente e glaciale".
In alcune sue zone non piove mai o le precipitazioni sono così irrilevanti da non essere registrate dalle stazioni meteorologiche e, prima ancora, dalla memoria dell'uomo. Al suo centro c'è un luogo che gli indigeni chiamano la "doppia ombra della pioggia" e che i climatologi, considerandolo la regione più secca del pianeta (anche più di certe zone dell'Antartide), che definiscono il "deserto assoluto".
Per il clima a tal punto asciutto, il cielo è così straordinariamente limpido che tra le sue montagne sono concentrati alcuni tra i più importanti osservatori astronomici esistenti. "Certi luoghi del mondo hanno ricevuto come destino una crosta terrestre spogliata di ogni grazia vegetale e di ogni tenerezza d'acqua. Solo alzando gli occhi si incontra, a consolazione di questa penitenza, il cielo azzurro, secco e puro", scriveva la poetessa cilena Gabriela Mistral (1889-1957), premio Nobel per la letteratura nel 1945, nata ai suoi margini.
L'Atacama è un unicum desolato, riarso, un regno minerale con caratteristiche vicine a mondi altri come Luna e Marte, tanto che a più riprese scienziati della Nasa vi hanno effettuato prove per testare la tecnologia di nuovi veicoli per future esplorazioni lunari o di robot costruiti per la ricerca di segni di vita sul pianeta rosso.
Un posto ostile, irreale, dalla bellezza spaventosa, attraente. Una destinazione possibile per un viaggio sulla Luna da compiere senza lasciare la Terra. Una combinazione di natura e archeologia.
Perché il clima ha funzionato da formidabile conservatore non solo delle stupefacenti conformazioni geologiche scolpite nei secoli dai venti desertici ma anche delle tracce della presenza dell'uomo: dai resti delle civiltà paleo-indiane e delle città minerarie del secolo scorso ai monumenti pre-ispanici e alle architetture di epoca coloniale.
Il centro da cui partire è il villaggio-oasi di San Pedro de Atacama, all'estremità nord del Salar de Atacama, 2440 metri di altitudine, 5 mila residenti e diverse centinaia di nuovi arrivi ogni giorno attratti dal suo pittoresco (la posizione nel cuore del deserto, il museo con mummie vecchie di migliaia di anni, le case di mattoni cotti al sole, la chiesa coloniale, la presenza indigena) e dai dintorni spettacolari.
A 15 chilometri c'è la Valle della Luna, da raggiungere prima del tramonto per osservare le dune e i canyon inondati di arancio e rosa e la luce degli astri riflettersi sui cristalli di sale sparsi sul fondo della vallata. Circa novantacinque chilometri più a nord, a 4300 metri sull'Altiplano al confine con la Bolivia, si trova il campo di geyser più esteso del pianeta: El Tatio, cento getti d'acqua calda a 85 che all'alba zampillano in colonne alte oltre dieci metri per la differenza di temperatura tra la terra gelata e l'atmosfera esterna.
Gigantesche espressioni di arte pre-colombiana, realizzate con pietre scure disposte sulla sabbia, ornano invece le pendici di molte colline, come El Gigante de Atacama, geoglifo di 86 metri di altezza, la più grande rappresentazione archeologica di una forma antropomorfa. Altra memoria di presenze pre-ispaniche sono le rovine di fortezze indigene, chiamate pukarà, come quella di Quitor, o villaggi andini sviluppatisi in piccole oasi, come Caspana o Toconao, dove gli eredi degli antichi abitanti Aymara, Diaguita e Atacameno continuano a coltivare le terrazze ricavate da millenni sulle montagne e i campi irrigati da una complessa rete di canali.
Ma l'essenza dell'Atacama è essenzialmente minerale. Nutre, negli impressionanti spazi naturali, il sentimento estetico del viaggiatore; e ancor oggi, con le sue miniere, l'economia del Paese. L'emblema è Chuquicamata (da visitare per cogliere una parte dell'attuale genius loci e capire quanto, prima i nitrati e poi il rame dell'Atacama, abbiano segnato profondamente la storia cilena), in assoluto la più grande miniera di rame a cielo aperto del mondo, lunga 4 chilometri, larga 3, profonda 800 metri. Per Ernesto Che Guevara era "lo scenario di un dramma moderno", di cui "non si può dire che manchi di bellezza, ma la sua è una bellezza senza grazia, imponente e glaciale".