Viaggi

Las Vegas

Nella città della fiction

La città del gioco e dell'azzardo è uno show senza fine, dentro e fuori teatri e casinò. Gli alberghi sono parchi di divertimento in piena regola, progettati per stupire e intrattenere il più a lungo possibile i giocatori

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A Las Vegas si viene per arricchirsi o per sposarsi". Parola (un po' scontata, ammettiamolo pure) di Gil Grissom, nome noto a tutti i fan della squadra di polizia scientifica iper-glamour di C.S.I., il telefilm di culto ambientato sul set fantasmagorico della città del Nevada.

Tornata nelle ultime stagioni a occupare posizioni di vertice tra le destinazioni più trendy del momento anche sull'onda del successo planetario di film e fiction che l'hanno vista spesso nel ruolo di fotogenica coprotagonista. E pensare che ha già girato la boa dei suoi primi 100 anni! E' stata infatti fondata il 15 maggio del 1905 su un lotto di terreno messo all'asta dalla compagnia ferroviaria che proprio in quei giorni inaugurava la linea San Pedro-Los Angeles-Salt Lake.

All'epoca, nulla faceva presagire che quell'insignificante accampamento nel mezzo del nulla del deserto del Nevada sarebbe un giorno diventato la capitale mondiale del gioco d'azzardo e degli eccessi.

Una megalomania che sembra non avere limiti, come testimonia anche la recente inaugurazione del Wynn, l'ultimo dei mega-resort che in poco più di un decennio hanno contribuito all'ennesima metamorfosi di Las Vegas in città luna-park, dove oltre che per tentare la fortuna ai tavoli da gioco o per convolare a nozze lampo si va soprattutto per divertirsi.

Costato 2,5 miliardi di dollari, con 2700 suite e concessionaria di Ferrari e Maserati interna, il nuovo resort è l'ultima follia del magnate del mattone Steve Wynn, erede di quella schiera di leggendari imprenditori e avventurieri dalla fedina penale più o meno pulita che hanno fatto grande Las Vegas.

Nonostante il gioco d'azzardo fosse già stato legalizzato nello stato del Nevada nel 1931, bisogna attendere gli Anni Quaranta e l'arrivo del gangster di Chicago Bugsy Siegel per il decollo della città dei casinò. Le case da gioco sorgono come funghi, seguite a ruota dai primi grandi alberghi.

Come il Flamingo, il "sogno nel deserto" di Bugsy diventato realtà nel 1946 e che, seppure rinnovato più volte, continua a essere un'icona immarcescibile del Las Vegas Boulevard, universalmente noto come The Strip, la strada più spettacolare del mondo.

Nel senso che è uno show continuo, dentro e fuori teatri e casinò, per non parlare degli alberghi, che prima ancora di essere luoghi di riposo sono dei parchi di divertimento in piena regola, progettati per stupire e per trattenere il più a lungo possibile i giocatori tra le mura dei propri casinò. Tanto per avere un'idea, 17 dei 20 alberghi più grandi del mondo hanno il codice postale di Las Vegas.

Un trend, quello degli hotel monstre da migliaia di camere con incorporate attrazioni degne di Disneyland, inaugurato proprio da Mr. Wynn con l'apertura nel 1989 del Mirage, che ricrea l'atmosfera di un paradiso tropicale con tanto di palme, animali esotici, cascate e un vulcano che erutta lava e lapilli ogni quarto d'ora.

E' poi la volta dell'Excalibur, complesso a tema medievale sul modello del regno di Re Artù; del Luxor, celebrazione in chiave kitsch dell'antico Egitto completa di Sfinge e Piramide, cui fanno eco le architetture greco-romane del Caesars Palace; del Treasure Island, ispirato al romanzo di Stevenson, raccolto (si fa per dire) attorno a una laguna in cui ogni sera va in scena l'improbabile battaglia tra una banda di pirati e un gruppo di sexy-sirene; dell'Aladdin in stile Mille e una Notte.

Ultimi arrivati sulla scena sempre più affollata dello Strip su cui ogni anno approdano qualcosa come 37 milioni di turisti, sono gli hotel-replica delle grandi metropoli del mondo.

Il New York-New York progettato a immagine e somiglianza della Grande Mela e attraversato da un roller-coaster mozzafiato; il Paris Las Vegas, dominato da una Tour Eiffel di 50 piani con ristorante gourmet in cima; il Venetian con tanto di Piazza San Marco, Canal Grande e giri in gondola e, last but not least, l'opulento Bellagio che si specchia in un lago che è al tempo stesso palcoscenico di favolosi giochi d'acqua, luci e musiche.

E su uno stage acquatico, sempre al Bellagio, si esibiscono anche gli straordinari artisti del Cirque du Soleil, che da una decina d'anni con i loro quattro show in altrettanti resort diversi hanno rinverdito i fasti dei tempi d'oro del Rat Pack (il leggendario gruppo formato da Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Joey Bishop e Peter Lawford) e di Elvis Presley.

A sottolineare, nel caso ce ne fosse bisogno, che Las Vegas è tornata a essere la capitale incontrastata dell'entertainment contribuisce anche il fitto calendario mensile di musical in stile Broadway, spettacoli di magia degli illusionisti più acclamati, balletti ispirati al Crazy Horse e alle Folies Bergères, per non parlare delle performance di Céline Dion, da alcune stagioni resident-star al teatro Colosseum del Caesars Palace con lo show "A New Day", dove si alterna con un altro big del calibro di Elton John che mette in scena il suo The Red Piano.

Eppure, nonostante un'offerta di intrattenimenti da capogiro, nell'immaginario collettivo Las Vegas resta prima di tutto la capitale mondiale del gioco d'azzardo, del guadagno facile o, se la si guarda da un'altra prospettiva, del "lost wages", dello stipendio buttato al vento, come dicono gli Americani.

Stando alle statistiche, l'87 per cento dei visitatori ammette di venirci per tentare la fortuna al casinò, passando una media di circa quattro ore al giorno tra i tavoli da gioco e le slot machines, dove ogni giocatore finisce col bruciare più o meno 500 dollari. In compenso, però, si risparmia sui pasti.

Sebbene in questi ultimi anni anche la città del Nevada si sia ritagliata un posto al sole sulla scena culinaria internazionale reclutando gli chefs più blasonati d'America, vanno ancora fortissimo i "All-you-can-eat buffet".

Dove per cifre ridicole che partono dai 3,99 dollari o poco più ci si può servire liberamente e senza limiti a ogni ora del giorno e della notte da tavolate pantagrueliche, sistemate strategicamente nei pressi delle principali sale da gioco in modo da tenere i giocatori incollati ai tavoli il più a lungo possibile. Un'idea geniale, frutto dell'intuizione di un certo Beldon Katleman, proprietario negli Anni Quaranta del primo hotel aperto sullo Strip, e che ormai fa parte della storia centenaria di Las Vegas.