Viaggi

La Mancha (Spagna)

Volver a La Mancha

Nella terra dove Cervantes immaginò l'intrepido Don Chisciotte, le cui gesta e il cui cammino è possibile seguire in tutta la regione. E dove Pedro Almodóvar è nato e ha girato la sua ultima fortunatissima pellicola

3 minuti di lettura
É l'ora di pranzo e il sole infuoca le strade, deserte di uomini, donne, animali e macchine. Poi ecco che passa un vecchio: capelli candidi, un bastone, pantaloni larghi, la camicia bianca aperta fino al terzo bottone.

Si ferma, guarda la macchina fotografica, que hace usted debajo del sol, señorita? (che fa qui sotto il sole?), dice, venga venga que le ofresco un trago (venga venga che le offro un goccetto). Un goccetto a quest'ora farebbe cadere in terra un bue, ma entrare in una casa manchega è un'occasione da non perdere.

Si passa da un androne, fresco e buio, si attraversa un cortile assolato. Un uscio si apre. Ciechi di luce si entra: una cucina con il ripiano in marmo, bottiglie, spezie, barattoli, riso, padelle grigie e pesanti con i manici in ghisa.

Tre donne vestite di nero, le braccia conserte, stanno su sedie di legno: con dita veloci separano quelli che sembrano semi costruendo perfetti mucchietti al centro del tavolo. Una ragazza con aria annoiata legge una rivista. Addossate al muro bottiglie di vino di Valdepeñas, lo stesso che si serve in ogni bodegas spagnola che si rispetti. Lo travasano dalle damigiane che tengono in cantina, spiegherà poi il vecchio, e lo servono fresco per passare indenni le ore del caldo.

Un caldo soffocante, intenso, che avvolge tutto come marzapane, rendendo difficili i movimenti, i pensieri, i gesti. Ma non qui dentro. Qui dentro è fresco, sembra un altro mondo anche se poi a ben guardare il mondo è sempre quello: La Mancha, Spagna centrale, terra di poeti e sognatori, arida e battuta dal vento, fatta di mulini e di grano, intessuta di invenzioni e furore, di generosità strabiliante e improvvise chiusure. La terra di Don Chisciotte che da Argamasilla de Alba partì in sella a un ronzino per conquistare cavalleresca fama, immutabile fortuna e la donna del suo cuore e dei suoi sogni, Dulcinea.

Ed è anche la terra di Pedro Almodóvar, il regista che a Calzada de Calatrava, il paese del vecchio con il bastone, è nato una cinquantina di anni fa. Poco distante da qui, dove se ti vedono sotto il sole di mezzogiorno ti offrono il vino di Valdepeñas come se fossi una di famiglia, fino a qualche anno fa, in calle general Aguilera 7, viveva la madre di Almodóvar, Francisca Caballero. Qui, dove arrivi dopo aver lasciato Almagro e la sua passione per il teatro (a luglio nel Corral de Comedias si tiene un Festival del Teatro), trovi una piazza con giardino che invece è un omaggio al cinema: si chiama Plaza Pedro Almodóvar.

E qui è tornato, oggi, per girare Volver, che non a caso significa tornare, ritornare, pellicola che ha avuto un grandioso successo, che è stata pluripremiata all'ultimo Festival di Cannes, che è stata visto con stupore, lacrime, rabbia, e anche amore da mezzo mondo.

Una storia che a girare per queste strade battute dalla polvere, immerse nel caldo, grondanti sudore, stillanti fatica, si riesce a immaginare con grande naturalezza. Dopo un paese che arriva improvviso come un uragano, prima il nulla dei campi pettinati, dei campi con le zolle arruffate come i capelli di una donna riccia, dei campi che paiono seminati a pietre bianche, dei campi dalle geometrie quasi mistiche, ecco un insieme di case che viste da lontano non significano nulla, sembrano mura imbiancate, finestre blu e niente di più.

Ci entri e scopri una storia generosa e inaspettata, che affonda le radici nel Medioevo, come quella dei monaci guerrieri, un ordine che aveva sede proprio a Calzada de Calatrava. La fortezza di Calatrava la Vieja era la sede dell'ordine e fu rasa al suolo durante una delle tante campagne di Almanzor (che significa il vittorioso con Allah), che fu tra i più importanti leader militari e politici del Califfato di Cordova, che tanta storia di Spagna ha segnato e scritto.

Testardi come la loro gente, i monaci non si diedero per vinti: e costruirono una nuova fortezza, un castello più maestoso di quello raso al suolo, sul Cerro El Alacranejo, con una chiesa a tre navate, un convento: stanno lì, ruderi mossi dal tempo, plasmati dallo scorrere dei secoli, sempre bellissimi, sempre pieni di echi, di storie. Le storie che odi girandoci dentro, in un'ora assolata, deserta perciò di voci e di corpi.

E alla fine ti sembra di essere come Don Chisciotte che combatteva contro i mulini a vento, li scambiava per cavalieri assetati di sangue e li udiva parlare. O come Pedro Almodóvar che fa uscire da un bagagliaio in una notte vuota di luna una donna defunta da tempo. Che camminerà, parlerà, girerà per il mondo come se niente fosse. Questa è La Mancha.