In fila su di un fregio le cinque anatrelle sembrano danzare. Con le loro silhouette stilizzate sono state, per oltre cinquant'anni, le "regine" incontrastate del Parco di Veio, a pochi chilometri a Nord di Roma, fra la Cassia e la Flaminia. Era il 1958 quando furono scoperte all'interno di una tomba etrusca (in località Riserva del Bagno), poi detta, appunto, delle Anatre (una piccola camera quadrata riconducibile, in base al corredo di vasi raccolti all'interno, agli anni 680-670 a.C.) e considerata da allora il più antico luogo di sepoltura dipinto mai ritrovato nell'intero bacino del Mediterraneo occidentale. Oggi le "regine anatre" (figure tracciate solo con linee di contorno, pitturate alternativamente in rosso e giallo) sono state spodestate da "nuovi re", almeno in ordine di datazione: i "Leoni Ruggenti". È recente il rinvenimento, nell'area Grotta Gramiccia, poco distante, di un sepolcro etrusco dipinto ancora più antico: risalirebbe al 700 a.C.. È stata denominata "dei leoni ruggenti" per via delle raffigurazioni pittoriche murali: alcune fiere con artigli e fauci spalancate che simboleggiano quanto sia terribile l'aldilà (vicino ci sono anche degli uccelli acquatici, per indicare il passaggio dalla vita alla morte). Un'eccezionale scoperta (segnalata da un tombarolo pentito, a seguito dell'operazione "Mozart", un'indagine sul traffico di reperti archeologici in tutta l'area nord di Roma, condotta dal Reparto Operativo del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale) come è stata definita dal Ministro dei Beni Culturali, Francesco Rutelli. Veio, l'originaria città etrusca (che dà il nome al Parco), la più meridionale dell'Etruria, considerata grande nemica di Roma, restituisce così un altro frammento del suo passato più glorioso (anche se la zona è ancora ricca di necropoli da esplorare, sempre se arriveranno i finanziamenti). Nell'ampio corridoio di accesso sono stati recuperati i resti di un carro con rivestimento in bronzo, mentre all'interno della camera sepolcrale sono stati rinvenuti ornamenti preziosi e diversi vasi di origine greca. Certo si dovrà aspettare ancora un po' di tempo perché la tomba sia fruibile dal grande pubblico ma si sta lavorando per farla ritornare al più presto al suo splendore originale. Per il momento si può visitare la tomba delle Anatre ma solo su prenotazione (info: Sovritendenza Archeologica per l'Etruria Meridionale, & 06-30890116) e in tutto il territorio del Parco di Veio fare piacevoli escursioni tra archeologia e natura. Alle porte della Città Eterna, non lontano dal centro cittadino, tra le grandi arterie viarie della Flaminia e della Cassia, quest'area protetta e ancora poco conosciuta vanta tante storie da raccontare. Le storie di un grande impero. Dagli storici Veio viene descritta come una delle città più ricche, evolute ed eleganti. Aveva ben dieci chilometri di mura massicce e nove porte che conducevano a strade dirette verso centri economici importanti, quando, era il 396 a.C., abbandonata dai principali alleati, fu conquistata dal console romano Mario Furio Camillo. La letteratura latina e la tradizione popolare l'hanno paragonata a Troia per la strenua difesa che oppose ai Romani che, nella loro espansione a nord, avevano la necessità di portare il loro controllo sulla la riva destra del Tevere, che veniva infatti chiamata Ripa Vejens. Si dice che l'assedio durò dieci anni. Alla fine la città fu conquistata con l'inganno: i Romani avevano scoperto l'esistenza di un vecchio pozzo che passava sotto la città e dopo averlo sgombrato l'utilizzarono per attaccare i nemici alle spalle. Veio sorgeva su un vasto altopiano delimitato dalle ripe scoscese di due corsi d'acqua, il Crèmera (affluente del Tevere) e il fosso della Mola e tutto ruotava intorno al Tempio di Apollo (prima metà del VII secolo a.C., in località Portonaccio presso Isola Farnese) anche se dedicato a Minerva, protettrice dell'iniziazione dei giovani. Il Santuario, collocato su un'altura al di fuori della cinta muraria, aveva un tetto coronato da statue di terracotta a grandezza naturale di soggetto mitologico. Gli scavi nei primi decenni del Novecento, hanno restituito alcune di queste, tra cui il celebre Apollo, fra le creazioni più famose dell'arte etrusca, ora conservato al Museo Villa Giulia a Roma. Sono tuttora visibili le rovine del tempio, della piscina e dell'area sacra e, come aiuto all'immaginazione, è stata ricostruita una struttura nelle dimensioni reali, formata da una griglia di tondini di ferro con, sulla sommità, la ricostruzione fedele del frontone. Il minimo ingombro visivo rende però bene l'idea dell'ossatura originale del santuario. Ancora, i resti del tempio di Giunone Regina, in Piano di Comunità; i resti della cappella funeraria (eretta per la venerazione di un personaggio importante) in Piazza d'Armi e quelli di una villa romana presso Campetti, su un leggero declivio nell'area sud ovest del pianoro. Ai numerosi ruderi si alternano antichi casali come Malborghetto al cui interno è ospitato un museo archeologico; gallerie naturali come il Ponte Sodo (lungo 76 m. ma in origine doveva essere di più di 100 m.), scavato nella roccia dagli Etruschi per il passaggio del torrente Crèmera ma che al tempo stesso serviva da "ponte". E poi, un insieme di verde tra prati e fitti boschi, fragorose cascate come quella della Mola di Formello (un vecchio mulino ad acqua funzionante fino al 1950); estese vallate come le valli del Sorbo. Arroccato su di uno sperone roccioso spicca in mezzo alla vegetazione il Santuario della Madonna del Sorbo (attualmente in restauro) che fa rivivere il fascino del Medioevo. Il nome si lega ad una leggenda: nella terra di Formello, quando nel 1400 era sotto il dominio della nobile casa Orsini, viveva un povero storpio che faceva la guardia ai maiali. Un giorno notò che una scrofa saliva al monte e, spinto da curiosità, la seguì. Giunse dinnanzi ad un grosso sorbo e lì vide che il maiale, con le zampe di dietro in ginocchio e con quelle davanti sollevate quasi in posizione di preghiera, era fermo di fronte ad una tavola dipinta raffigurante la Madonna. La Vergine Maria si rivolse al pastore promettendo che avrebbe protetto il luogo e gli abitanti se sito si fosse costruita una Chiesa e, per far sì che tutta la popolazione credesse al prodigio, fece miracolosamente ricrescere il braccio del pastore. Da allora il santuario è oggetto di profonda devozione da parte degli abitanti delle comunità di Formello e Campagnano, che per secoli si sono contesi l'onore di "possedere" la chiesa. La disputa territoriale (risolta poi a favore di Campagnano) sfociò a volte in scontri violenti e in una profonda inimicizia la cui eco rivive ancora oggi durante le tradizionali scampagnate di Pasquetta: i campagnanesi si appropriano del prato sottostante al santuario il lunedì di Pasqua, i formellesi il martedì. D'altra parte, tutta questa passione denota un profondo attaccamento al territorio dell'antico agro veientano, un attaccamento che oggi il Parco cerca di valorizzare lanciando varie iniziative. Tra tutte forse la più significativa è la rimozione dei cartelli pubblicitari abusivi che si trovano lungo le strade. Così anche chi visita il Parco in auto, come coloro che lo fanno più da vicino a cavallo o in mountain bike, può godere di un ambiente tornato all'antica integrità, quasi come se il tempo non fosse passato.
Archeologia - Parco di Veio (Lazio)
Ai confini del tempo
Isa GrassanoA pochi chilometri dalla capitale, un'area ricchissima di storia etrusca e romana ha regalato agli studiosi un tesoro inatteso: la scoperta di uno dei più antichi sepolcri del Mediterraneo occidentale