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Luoghi - Panama

Oltre il Canale

Il Paese non è solo l'istmo, è anche natura incontaminata e architettura coloniale. I Kuna, indigeni di antica origine che vivono in villaggi di capanne e rivendicano l'autonomia dal governo centrale, gestiscono un turismo rispettoso dell'ambiente

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Il destino di Panama è racchiuso nella sua geografia: l'istmo di Panama è il punto più stretto del continente, una lingua di terra che divide l'Atlantico e il Pacifico e unisce le masse continentali del Centro e del Sud America. È perciò il luogo che ha tentato di più politici e ingegneri nel trovare una soluzione per stabilire una via di comunicazione tra i due oceani che potesse rappresentare una valida alternativa alla circumnavigazione del continente. Fin dalla scoperta del Mare del Sud, nel secolo XVI, si vagheggiò di costruire un canale, un "ponte d'acqua" dolce che, sfruttando il corso del fiume Chagres che taglia a metà l'istmo e sfocia nell'Atlantico, collegasse i due oceani.

A costruire una via d'acqua, creando un lago artificiale al centro, avevano provato per primi i francesi, alla fine dell'800. Ma gli ingegneri Gustave Eiffel (quello della famosa Torre) e Ferdinand de Lesseps (già costruttore del Canale di Suez) erano andati incontro a un tragico fallimento, che causò più di 20 mila morti, principalmente a causa delle malattie tropicali, febbre gialla e malaria, che infestavano l'area.

Gli statunitensi, potenza regionale, ripresero il progetto all'inizio del '900, soprattutto a scopo militare, e riuscirono a portarlo a termine nel 1914. Da allora, fino al 31 dicembre 1999, lo hanno amministrato direttamente. Dal 2000 il Canale è stato restituito ai panamensi, ma cento anni di presenza americana hanno plasmato la società. Ancora oggi la moneta locale - il balboa - ha lo stesso valore del dollaro, ma è raro trovarla; le banconote non esistono e si usano regolarmente i dollari americani.

Il Canale, finora bene amministrato dalle autorità locali, continua a essere il motore dell'economia nazionale, accanto alle attività bancarie e al regime da paradiso fiscale senza eccessivi controlli da parte dello Stato. Un costosissimo ma lungimirante progetto di allargamento è stato approvato lo scorso ottobre in un referendum popolare per incrementare il traffico marittimo commerciale e si prevede che entro il 2014 un nuovo sistema di chiuse permetterà il transito alle superpetroliere e superportacontainer di ultima generazione.

Ma Panama non è solo il Canale, sebbene attorno ad esso si sia sviluppata una discreta industria dell'Ottava (ennesima) Meraviglia del Mondo, fatta di visite alle chiuse e gadget conseguenti. Al viaggiatore offre molto di più: un Paese in buona parte selvaggio, appena lasciata la capitale; una straordinaria densità biologica non ancora esplorata a fondo, con la selva più ricca del pianeta in termini di numero di specie per chilometro quadrato; quartieri e città coloniali, memorie di Conquistadores e pirati; popolazioni indigene salvatesi dall'estinzione che conservano significative modalità di organizzazione sociale; mari da poster.

Il punto di partenza non può essere che Panama City, la capitale antica e moderna che continua a espandersi: grattacieli e testimonianze coloniali, uno skyline da New York dei tropici della zona delle banche, dei centri commerciali, dei grandi alberghi e grattacieli residenziali, e quartieri - come El Chorrillo e Barrança - dove molti consigliano di non affacciarsi. Un milione di abitanti che si concentra nella metropoli, un terzo dei tre milioni di abitanti distribuiti su 75 mila chilometri quadrati di superficie, e il resto del Paese quasi vuoto, dove la natura ristabilisce gerarchie primordiali. La vita che vibra la sera tra ristoranti, discoteche e casinò; i "diavoli rossi", autobus dipinti multicolori che sfrecciano strombazzanti tra le Avenida centrali dedicate allo shopping popolare; le meraviglie coloniali rimaste in piedi: il sito archeologico di Panama Viejo, rovine open-air della città cinque-seicentesca capitale del Nuovo Mondo degli spagnoli, saccheggiata da Henry Morgan nel 1671, il primo insediamento europeo sul Pacifico, case reali, caserme, chiese, conventi coperti di vegetazione; e poi Casco Antiguo, la capitale spostata e ricostruita sul promontorio di San Felipe, il Palazzo Presidenziale, teatri e chiese, palazzi in rovina, altri in restauro, antiche mura di fronte a porti semiabbandonati e, sullo sfondo, la teoria di grattacieli dei quartieri alla moda che continuano a nascere attorno a Punta Paitilla. Ricchezza e indigenza, due facce di Panama. Molti denunciano una distribuzione squilibratissima, ("qui il povero è più povero, il ricco è più ricco", confida un tassista), si stima che più di un terzo della popolazione viva sotto la soglia della povertà. Un tempo la capitale era pericolosa; oggi si può circolare abbastanza tranquillamente, una polizia turistica veglia sulle zone più frequentate dai forestieri, ma è meglio usare prudenza di sera e nelle zone più isolate.

La visita, quasi obbligata per accostarsi al mito di queste parti, è alle chiuse del Canale, sorta di ascensori dell'acqua che portano su e giù le navi in transito tra Pacifico e Atlantico immettendole in grandi vasche, passando dal livello più basso delle acque esterne (il mare) a quelle interne (del lago Gatun, bacino creato sbarrando il fiume Chagres). Le chiuse più vicine alla città sono quelle di Miraflores; lì si può assistere da apposite tribune allo sfilare lentissimo dei colossi del mare tra le strette pareti delle chiuse o salire su traghetti che fanno visite guidate "da dentro" della durata di un paio di ore.

Sul lago Gatun si organizzano anche escursioni in piccole imbarcazioni che, quasi zigzagando tra le navi che lo attraversano, raggiungono angoli nascosti per osservare alligatori, tartarughe, falchi, tucani, bradipi, scimmie dalla faccia bianca o urlatrici, farfalle, orchidee, alberi alti fino a 60 metri.

Una linea ferroviaria corre accanto al Canale: la prima linea continentale a collegare i due oceani. Nel 1848 la corsa all'oro in California fece sì che migliaia di americani della costa orientale raggiungessero la costa occidentale attraverso l'istmo di Panama per evitare l'ostilità degli indiani delle regioni centrali. In quel clima gli Stati Uniti decisero di costruire la linea ferroviaria tra Panama City e Colon. Ogni giorno, un treno parte dalla capitale alle 7.15 e torna alle 17.15; serve soprattutto i pendolari che lavorano nella Zona Libre (porto franco) di Colon, ma vi sono vagoni per turisti, con ampie finestre panoramiche.

Sulla costa atlantica Colon è la base per visitare le fortezze edificate a difesa dei carichi d'oro che gli spagnoli inviavano in patria, oggi nella lista del Patrimonio mondiale dell'Unesco: Portobelo, San Lorenzo, San Jeronimo, Santiago, con i cannoni ancora schierati contro le navi bucaniere. Più a occidente, al largo della costa montuosa del nord-est del Paese, le isole San Blas sono il piccolo paradiso del Caribe dove si rifugiarono i Kuna per sfuggire all'avanzata dei Conquistadores. Originari delle montagne del Darién, a cavallo tra Panama e Colombia, i Kuna sono i più organizzati tra i sette diversi gruppi indigeni originari sopravvissuti nel Paese.

Dopo l'insurrezione del 1925 contro il governo centrale e la cacciata di tutti i waga (stranieri), vivono in villaggi di capanne, spostandosi su piroghe ricavate da un unico tronco, vestendosi alla maniera tradizionale, in una sorta di repubblica autonoma chiamata Kuna Yala. Delle 365 isole di sabbia e palme che compongono l'arcipelago, una cinquantina sono abitate. La prima voce della loro economia è il cocco, onnipresente sulle isole; poi vengono i frutti di mare e le molas (pannelli di stoffa coloratissimi, originariamente parte degli abiti tradizionali delle donne); quindi, il turismo, semplice, spartano, che i Kuna gestiscono direttamente, aggiungendo il proprio originale stile di vita, che sembra ancora resistere, alla fatale combinazione spiagge bianche acque turchesi di questo pezzo splendente del Caribe.