La pira di euforbie è accesa e tutti stanno aspettando un buon segno. Arriva da lì a qualche minuto, quando l'alto falò ormai bruciato inizia a scivolare verso destra, lentamente. La destra in questo caso corrisponde all'est e durante la festa copta del Meskel, "il giorno della Vera Croce", se la pira cade a oriente è segno che l'anno nuovo porterà abbondanza per tutti. Un successo. Era dall'alba che le donne tigrine vestite in bianco pregavano sotto le torri della Nda Mariam, la "casa di Maria", ma l'atmosfera mistica del mattino, nella piana a est di Asmara, si è trasformata ben presto in una bolgia di fedeli.
Danzano, corrono e cercano di sfuggire alle scudisciate della polizia mollate ai ragazzini che sbucano da ogni parte, rubando pezzi di cenere per dipingersi una croce sulla fronte. È il loro modo di festeggiare, ogni 17 settembre, in un miscuglio di paganesimo e tensione mistica, il tempo del raccolto e quello della rinnovata fede nel Dio cristiano. "Sa che il cristianesimo è arrivato in Eritrea per caso?", dice padre Abraha mentre assiste alla sfilata del Meskel. "Sbarcò con un gruppo di mercanti siriani che tornando dall'India naufragarono lungo le coste del Mar Rosso". Mentre parla padre Abraha è appoggiato alla cattedrale cattolica, uno splendido romanico-lombardo che non passa inosservato lungo viale della Liberazione. Adesso questa lunga arteria è aperta a tutti ma quando si chiamava viale Mussolini e Asmara era la "Piccola Roma" le leggi razziali ne impedivano l'accesso agli eritrei.
Altra epoca. Oggi i turisti (pochi) si mischiano ai locali sedendo nei caffè, sorseggiando un cappuccio al mattino, passeggiando e chiacchierando rilassati, e se rimane tempo ci si può sempre infilare in una sala fumosa a giocare a biliardo. Senza buche e rigorosamente "all'italiana". Perché Asmara offre a chi la visita un salto indietro di settant'anni; un salto nell'Italia dei cinema Odeon e degli specchi a smusso, delle officine Tagliero e degli anziani che in paglietta coloniale si gustano un gelato ai tavolini del bar Impero. L'Eritrea se la sono inventata gli italiani, compreso il nome. Un giorno di fine Ottocento il presidente del Consiglio Francesco Crispi stava pensando come battezzare la prima colonia tricolore e qualcuno gli suggerì di usare il termine greco erythros, che significa rosso (l'erythros pontos, il Mar Rosso, era conosciuto da duemila anni per il colore che un'alga gli dona in certi periodi dell'anno). Furono sempre gli italiani a trasformare un piccolo villaggio di pastori a 2.347 metri d'altezza in quella che sarebbe diventata la capitale della "colonia primigenia". "Venga sul campanile", suggerisce padre Abraha, "Asmara va osservata dall'alto". Oltre la cattedrale cattolica il prete mi indica quella copta, poco spostata a est la sinagoga ebraica e subito dietro la grande moschea costruita dagli italiani. I cristiani sono la maggioranza fra il mezzo milione di persone che vivono ad Asmara ma tutte le maggiori fedi sono rappresentate e rispettate in città, e da quassù viene in mente quello che ripeteva il primo sindaco della città subito dopo la liberazione: "Il venerdì vado a pregare nella moschea, il sabato nella sinagoga e la domenica in chiesa. Qualche dio mi aiuterà...".
La vista spazia lontana dalla cima del campanile, fino alle colline orientali oltre le quali il tavoliere eritreo sprofonda improvviso verso il Mar Rosso, come un balcone affacciato a un precipizio di duemila metri. La strada che scende è una delle più magiche dell'Africa e arriva al mare dopo centoventi chilometri di ponti e tornanti. In poche ore si passa dalle nebbie di Asmara all'umidità insopportabile di Massawa, e (a parte una diffusa deforestazione) non è cambiato molto dai tempi dell'Africa Orientale Italiana: ci si imbatte ancora nelle piantagioni di fichi e nei fieri pastori Sahò, un tempo reclutati per scortare le carovane, e arroccato sulla montagna c'è sempre il monastero di Bizen che un tempo chiedeva dazio a chi si spostava dall'altopiano al mare.
Ad accorciare il tempo di percorrenza ci pensarono gli italiani alla fine dell'Ottocento, realizzando una ferrovia della quale restano ancora ben visibili viadotti e gallerie: tre anni fa è stata in parte rimessa in sesto e oggi si può percorrerne un tratto di 25 chilometri. "Sa che quarant'anni fa lungo la strada per Asmara transitavano almeno una cinquantina di macchine al giorno?", esordisce Hamed in un ottimo italiano, dopo aver parcheggiato la sua bicicletta ed essersi seduto nel bar affacciato al porto di Massawa. L'uomo avrà una settantina d'anni e sorseggia l'ennesimo shy, il tè zuccheratissimo che qui bevono tutti in un bicchiere alto tre dita. "Scendevano a Massawa in vacanza, per divertirsi, rimanevano il fine settimana e poi tornavano ad Asmara. C'erano anche gli europei, molti italiani, ma oggi non si vede più nessuno...". Hamed ha una gran nostalgia dei tempi che furono, e ne ha piena ragione. Perché oggi Massawa, violentata dai bombardamenti e abbandonata dal turismo, è solo la brutta copia di ciò che è stata il secolo scorso: la "perla del Mar Rosso", il più grande porto lungo la costa orientale africana.
L'insenatura che accoglie la città, costruita su due isole coralline, è un porto naturale con acque molto profonde. Di qui sono passate le più trafficate vie commerciali del mondo - si esportava l'avorio in India e si importava il cotone dal Sudan, si trattavano seta, armi, spezie e ovviamente schiavi, a migliaia - ed è per questo che arabi, turchi, portoghesi, e poi francesi, inglesi, egiziani e italiani si sono contesi con la forza questa città. È nella vicina isola di Taulud, quella dove gli italiani avevano costruito le loro ville residenziali, che incontro i marinai dei sambuchi intenti a ingrassare le barche con olio di squalo: "Quando non c'erano i ponti che univano le varie isole", racconta uno di loro, "le carovane che arrivavano qui urlavano agli isolani di andarli a prendere sulla terraferma con le barche: metsiwa, da cui deriva il nome Massawa, in lingua tigrina significa proprio "chiamata".
Da sempre rivolta verso l'Arabia, Massawa è l'altra faccia dell'Eritrea cristiana, quella che guarda a oriente e alla civiltà islamica. Una natura che si riflette nel suo stile ottomano fatto di archi e arabeschi alternati a lunghi porticati dal gusto veneziano, e in un labirintico centro storico dove le vie strette con i decrepiti balconcini in legno e i palazzi costruiti con il corallo delle isole Dahlak lasciano il posto a slarghi improvvisi, cattivo ricordo delle bombe eritree. Massawa è il più fragile fra gli ambienti architettonici eritrei e ha urgenza di massicci interventi di restauro. I lavori sono iniziati, certo, ma proseguono lenti, mancano i fondi e il governo - stando a quello che raccontano gli abitanti - nel nome dell'omogeneità d'intervento impedisce opere di ripristino individuali. Insomma, Massawa sta cadendo a pezzi e nessuno fa nulla. O quasi.
Finanziato dalla World Bank, il Carp (Cultural Assets Rehabilitation Project) ha avviato progetti per future ristrutturazioni ma il problema resta sempre lo stesso: soldi per concretizzare i progetti non ce ne sono. "Facile agli ormeggi, quello di Massawa è senza contrasti il più bel porto del Mar Rosso", appuntò nel 1896 il deputato Ferdinando Martini, arrivato in Eritrea per occuparsi di un'inchiesta parlamentare. L'Italia era sbarcata ufficialmente a Massawa undici anni prima, appoggiata dagli inglesi a loro volta interessati a bloccare l'espansionismo francese nell'area. Diventata subito capitale della colonia, durò poco: la calura era eccessiva e nel 1897 fu scelta la più fresca Asmara.
Ma il vero declino, dopo l'apice di sviluppo toccato alla metà del '900, iniziò con la guerra di liberazione dall'Etiopia, la "Guerra dei trent'anni" africana che portò raid aerei e crisi economica. Da 80 mila gli abitanti scesero a meno della metà: "Quando c'era ricchezza qui venivano a farsi tagliare i capelli i marinai, i ferrovieri, i funzionari delle agenzie del porto", racconta Tarek, che ormai è l'unico barbiere di Massawa. Yohnas, che all'alba fa il bagno in mare con uno dei suoi figli, è il più pessimista di tutti: "Con questo caldo, per sei mesi all'anno chi ha i soldi scappa ad Asmara. E chi non li ha dorme per strada, come noi...". Agli ex cantieri Brunelli c'è poca attività, i macchinari sono vecchi e un signore che lavora qui da quarant'anni sostiene che "finché c'erano gli italiani si andava bene poi è subentrato il governo e tutto è cambiato. Loro sono poco diplomatici, così hanno perso le commesse, e il lavoro è andato sempre più calando".
Eppure qualcosa pian piano pare si stia iniziando a muovere a Massawa. È in costruzione un porto franco che dovrebbe dare una boccata d'ossigeno agli scarsi commerci locali. Alcuni imprenditori italiani sono venuti a investire qui e c'è chi ha rilevato piccole aziende locali. C'è soprattutto chi, come Giovanni Primo, crede nel recupero turistico di questa città: "A Massawa c'è il sole tutto l'anno, le barriere coralline sono fra le migliori del mondo e l'atmosfera della città è affascinante, una volta restaurata questa città diventerà una nuova Venezia".
C'è da credere a questo commerciante 64enne, figlio di un italiano e di una eritrea, che ha vissuto in Italia per quasi quarant'anni? Da caldarrostaio in Stazione Centrale è diventato commerciante di prim'ordine con un negozio a Milano di arte orientale, e nel 1998, quando il discusso presidente eritreo Isias Afeworki è venuto in Italia in cerca di investitori, lui si è fatto avanti. "Penso che ogni eritreo all'estero dovrebbe impegnarsi nel recupero del proprio Paese", dice oggi. La sua parte l'ha fatta: è diventato proprietario dell'Albergo Italia, il più bello di Asmara; ora sta costruendo un villaggio turistico sull'isola Dissei (nell'arcipelago delle Dahlak) e a Massawa sta ristrutturando il Dahlak Hotel, destinato a diventare certamente uno dei più lussuosi del Paese. Seduto ai tavoli del ristorante Sallam tutti lo salutano, lui offre da bere, chiacchiera e sorride: "Vede, qui a Massawa non c'è pericolo, si può girare per il villaggio, bere birra liberamente e se si ha bisogno di una guida si prende sottobraccio un vecchietto: sarà felicissimo di accompagnarvi per queste vie, parlando in italiano". Giovanni si ferma, stringe la mano a un amico. Poi aggiunge: "Voi italiani dovreste tornare qui a investire, e sa perché? Perché sareste i benvenuti. Qui in Eritrea in fondo siamo tutti paisà".
Danzano, corrono e cercano di sfuggire alle scudisciate della polizia mollate ai ragazzini che sbucano da ogni parte, rubando pezzi di cenere per dipingersi una croce sulla fronte. È il loro modo di festeggiare, ogni 17 settembre, in un miscuglio di paganesimo e tensione mistica, il tempo del raccolto e quello della rinnovata fede nel Dio cristiano. "Sa che il cristianesimo è arrivato in Eritrea per caso?", dice padre Abraha mentre assiste alla sfilata del Meskel. "Sbarcò con un gruppo di mercanti siriani che tornando dall'India naufragarono lungo le coste del Mar Rosso". Mentre parla padre Abraha è appoggiato alla cattedrale cattolica, uno splendido romanico-lombardo che non passa inosservato lungo viale della Liberazione. Adesso questa lunga arteria è aperta a tutti ma quando si chiamava viale Mussolini e Asmara era la "Piccola Roma" le leggi razziali ne impedivano l'accesso agli eritrei.
Altra epoca. Oggi i turisti (pochi) si mischiano ai locali sedendo nei caffè, sorseggiando un cappuccio al mattino, passeggiando e chiacchierando rilassati, e se rimane tempo ci si può sempre infilare in una sala fumosa a giocare a biliardo. Senza buche e rigorosamente "all'italiana". Perché Asmara offre a chi la visita un salto indietro di settant'anni; un salto nell'Italia dei cinema Odeon e degli specchi a smusso, delle officine Tagliero e degli anziani che in paglietta coloniale si gustano un gelato ai tavolini del bar Impero. L'Eritrea se la sono inventata gli italiani, compreso il nome. Un giorno di fine Ottocento il presidente del Consiglio Francesco Crispi stava pensando come battezzare la prima colonia tricolore e qualcuno gli suggerì di usare il termine greco erythros, che significa rosso (l'erythros pontos, il Mar Rosso, era conosciuto da duemila anni per il colore che un'alga gli dona in certi periodi dell'anno). Furono sempre gli italiani a trasformare un piccolo villaggio di pastori a 2.347 metri d'altezza in quella che sarebbe diventata la capitale della "colonia primigenia". "Venga sul campanile", suggerisce padre Abraha, "Asmara va osservata dall'alto". Oltre la cattedrale cattolica il prete mi indica quella copta, poco spostata a est la sinagoga ebraica e subito dietro la grande moschea costruita dagli italiani. I cristiani sono la maggioranza fra il mezzo milione di persone che vivono ad Asmara ma tutte le maggiori fedi sono rappresentate e rispettate in città, e da quassù viene in mente quello che ripeteva il primo sindaco della città subito dopo la liberazione: "Il venerdì vado a pregare nella moschea, il sabato nella sinagoga e la domenica in chiesa. Qualche dio mi aiuterà...".
La vista spazia lontana dalla cima del campanile, fino alle colline orientali oltre le quali il tavoliere eritreo sprofonda improvviso verso il Mar Rosso, come un balcone affacciato a un precipizio di duemila metri. La strada che scende è una delle più magiche dell'Africa e arriva al mare dopo centoventi chilometri di ponti e tornanti. In poche ore si passa dalle nebbie di Asmara all'umidità insopportabile di Massawa, e (a parte una diffusa deforestazione) non è cambiato molto dai tempi dell'Africa Orientale Italiana: ci si imbatte ancora nelle piantagioni di fichi e nei fieri pastori Sahò, un tempo reclutati per scortare le carovane, e arroccato sulla montagna c'è sempre il monastero di Bizen che un tempo chiedeva dazio a chi si spostava dall'altopiano al mare.
Ad accorciare il tempo di percorrenza ci pensarono gli italiani alla fine dell'Ottocento, realizzando una ferrovia della quale restano ancora ben visibili viadotti e gallerie: tre anni fa è stata in parte rimessa in sesto e oggi si può percorrerne un tratto di 25 chilometri. "Sa che quarant'anni fa lungo la strada per Asmara transitavano almeno una cinquantina di macchine al giorno?", esordisce Hamed in un ottimo italiano, dopo aver parcheggiato la sua bicicletta ed essersi seduto nel bar affacciato al porto di Massawa. L'uomo avrà una settantina d'anni e sorseggia l'ennesimo shy, il tè zuccheratissimo che qui bevono tutti in un bicchiere alto tre dita. "Scendevano a Massawa in vacanza, per divertirsi, rimanevano il fine settimana e poi tornavano ad Asmara. C'erano anche gli europei, molti italiani, ma oggi non si vede più nessuno...". Hamed ha una gran nostalgia dei tempi che furono, e ne ha piena ragione. Perché oggi Massawa, violentata dai bombardamenti e abbandonata dal turismo, è solo la brutta copia di ciò che è stata il secolo scorso: la "perla del Mar Rosso", il più grande porto lungo la costa orientale africana.
L'insenatura che accoglie la città, costruita su due isole coralline, è un porto naturale con acque molto profonde. Di qui sono passate le più trafficate vie commerciali del mondo - si esportava l'avorio in India e si importava il cotone dal Sudan, si trattavano seta, armi, spezie e ovviamente schiavi, a migliaia - ed è per questo che arabi, turchi, portoghesi, e poi francesi, inglesi, egiziani e italiani si sono contesi con la forza questa città. È nella vicina isola di Taulud, quella dove gli italiani avevano costruito le loro ville residenziali, che incontro i marinai dei sambuchi intenti a ingrassare le barche con olio di squalo: "Quando non c'erano i ponti che univano le varie isole", racconta uno di loro, "le carovane che arrivavano qui urlavano agli isolani di andarli a prendere sulla terraferma con le barche: metsiwa, da cui deriva il nome Massawa, in lingua tigrina significa proprio "chiamata".
Da sempre rivolta verso l'Arabia, Massawa è l'altra faccia dell'Eritrea cristiana, quella che guarda a oriente e alla civiltà islamica. Una natura che si riflette nel suo stile ottomano fatto di archi e arabeschi alternati a lunghi porticati dal gusto veneziano, e in un labirintico centro storico dove le vie strette con i decrepiti balconcini in legno e i palazzi costruiti con il corallo delle isole Dahlak lasciano il posto a slarghi improvvisi, cattivo ricordo delle bombe eritree. Massawa è il più fragile fra gli ambienti architettonici eritrei e ha urgenza di massicci interventi di restauro. I lavori sono iniziati, certo, ma proseguono lenti, mancano i fondi e il governo - stando a quello che raccontano gli abitanti - nel nome dell'omogeneità d'intervento impedisce opere di ripristino individuali. Insomma, Massawa sta cadendo a pezzi e nessuno fa nulla. O quasi.
Finanziato dalla World Bank, il Carp (Cultural Assets Rehabilitation Project) ha avviato progetti per future ristrutturazioni ma il problema resta sempre lo stesso: soldi per concretizzare i progetti non ce ne sono. "Facile agli ormeggi, quello di Massawa è senza contrasti il più bel porto del Mar Rosso", appuntò nel 1896 il deputato Ferdinando Martini, arrivato in Eritrea per occuparsi di un'inchiesta parlamentare. L'Italia era sbarcata ufficialmente a Massawa undici anni prima, appoggiata dagli inglesi a loro volta interessati a bloccare l'espansionismo francese nell'area. Diventata subito capitale della colonia, durò poco: la calura era eccessiva e nel 1897 fu scelta la più fresca Asmara.
Ma il vero declino, dopo l'apice di sviluppo toccato alla metà del '900, iniziò con la guerra di liberazione dall'Etiopia, la "Guerra dei trent'anni" africana che portò raid aerei e crisi economica. Da 80 mila gli abitanti scesero a meno della metà: "Quando c'era ricchezza qui venivano a farsi tagliare i capelli i marinai, i ferrovieri, i funzionari delle agenzie del porto", racconta Tarek, che ormai è l'unico barbiere di Massawa. Yohnas, che all'alba fa il bagno in mare con uno dei suoi figli, è il più pessimista di tutti: "Con questo caldo, per sei mesi all'anno chi ha i soldi scappa ad Asmara. E chi non li ha dorme per strada, come noi...". Agli ex cantieri Brunelli c'è poca attività, i macchinari sono vecchi e un signore che lavora qui da quarant'anni sostiene che "finché c'erano gli italiani si andava bene poi è subentrato il governo e tutto è cambiato. Loro sono poco diplomatici, così hanno perso le commesse, e il lavoro è andato sempre più calando".
Eppure qualcosa pian piano pare si stia iniziando a muovere a Massawa. È in costruzione un porto franco che dovrebbe dare una boccata d'ossigeno agli scarsi commerci locali. Alcuni imprenditori italiani sono venuti a investire qui e c'è chi ha rilevato piccole aziende locali. C'è soprattutto chi, come Giovanni Primo, crede nel recupero turistico di questa città: "A Massawa c'è il sole tutto l'anno, le barriere coralline sono fra le migliori del mondo e l'atmosfera della città è affascinante, una volta restaurata questa città diventerà una nuova Venezia".
C'è da credere a questo commerciante 64enne, figlio di un italiano e di una eritrea, che ha vissuto in Italia per quasi quarant'anni? Da caldarrostaio in Stazione Centrale è diventato commerciante di prim'ordine con un negozio a Milano di arte orientale, e nel 1998, quando il discusso presidente eritreo Isias Afeworki è venuto in Italia in cerca di investitori, lui si è fatto avanti. "Penso che ogni eritreo all'estero dovrebbe impegnarsi nel recupero del proprio Paese", dice oggi. La sua parte l'ha fatta: è diventato proprietario dell'Albergo Italia, il più bello di Asmara; ora sta costruendo un villaggio turistico sull'isola Dissei (nell'arcipelago delle Dahlak) e a Massawa sta ristrutturando il Dahlak Hotel, destinato a diventare certamente uno dei più lussuosi del Paese. Seduto ai tavoli del ristorante Sallam tutti lo salutano, lui offre da bere, chiacchiera e sorride: "Vede, qui a Massawa non c'è pericolo, si può girare per il villaggio, bere birra liberamente e se si ha bisogno di una guida si prende sottobraccio un vecchietto: sarà felicissimo di accompagnarvi per queste vie, parlando in italiano". Giovanni si ferma, stringe la mano a un amico. Poi aggiunge: "Voi italiani dovreste tornare qui a investire, e sa perché? Perché sareste i benvenuti. Qui in Eritrea in fondo siamo tutti paisà".