La Kamchatka è una penisola che si protende dall'estremo nord-est della Siberia, delimitando così il Mare di Okhotsk, uno di quei mari ignoti ai più ma che riducono il Mediterraneo a dimensioni lacustri, mentre il Mare di Bering lo separa dalla costa ovest del continente americano. Si trova in coincidenza di una delle zolle tettoniche planetarie, che qui hanno generato una catena vulcanica lunga 800 km composta da 29 crateri attivi e circa 300 estinti. È un territorio dinamico di straordinaria bellezza che comprende l'unica valle eurasiatica di geyser, una spettacolare fascia costiera, fiumi e laghi di origine glaciale, un ambiente in cui si fondono gli ecosistemi della tundra artica (con numerose specie vegetali in via di estinzione) e della taiga siberiana, che accoglie la maggior varietà di salmoni della terra, orsi, balene grigie. Ha le dimensioni del Giappone (475.000 kmq) ed è popolato da circa 460.000 esseri umani, concentrati soprattutto nella capitale Petropavlovsk; gli altri sono sparsi in villaggi dove la cultura sciamanica è l'unico medium che possa sintonizzare l'uomo a un ambiente così estremo.
"La Kamchatka è vuota. Ti dà la sensazione di trovarti in un pianeta puro", ricorda Salgado. Ma questa sensazione non è più una sorpresa. "Passo da un mondo a un altro mondo. Cammino sopra qualcosa che per me non era conosciuto. È come se mi trovassi in un Nirvana". Nel suo viaggio alla ricerca dei luoghi-matrice il fotografo brasiliano sta acquistando una nuova consapevolezza. Salgado, però, non è Castañeda. La sua non è una visione indotta, uno stato di coscienza alterato. È determinata dalla concentrazione dello sguardo sull'ambiente attraverso un obiettivo. "Il concetto di fine del mondo è una nostra astrazione, l'idea di un luogo quasi mitico. In realtà le "fini del mondo" sono molto più grandi del nostro mondo, del nostro modo di vedere il mondo. Il problema reale è che anche le fini del mondo possono finire, scomparire".
Se ciò non è accaduto, almeno per la Kamchatka, è grazie a quello che era definito l'equilibrio del terrore. Per la sua posizione all'estremo oriente dell'ex impero sovietico, ben più vicina agli Usa che a Mosca, infatti, quella penisola era di straordinaria importanza strategica, disseminata di postazioni radar che avrebbero dovuto segnalare un attacco americano alla Madrepatria, di basi missilistiche e aeronautiche. Le acque della baia di Avacha, nella base segreta di Rybachy, celavano la flotta sottomarina nucleare del Pacifico. Ma in quel perverso gioco di paradossi caotici che stanno componendo la storia contemporanea, con la fine della guerra fredda, quando l'equilibrio del terrore non era più una necessità strategica, si è come spezzato anche l'equilibrio ecologico.
Con la dissoluzione dell'Urss, nella crisi che ne è seguita, la Kamchatka è diventata un territorio a rischio di contaminazioni. I sottomarini sono abbandonati sui moli, i reattori nucleari sono minacciati dalla corrosione e dai trafficanti di materiale fissile, nel 1997 un classe Charlie è addirittura affondato. Come se ciò non bastasse, per la sua vicinanza al Giappone, la Kamchatka è divenuta un potenziale terreno di conquista per un mercato sempre più avido di legname.
In compenso, nel 1996, proprio per la sua unicità geologica, il complesso dei vulcani della Kamchatka è stato iscritto nella World Heritage List dell'Unesco (che nel 2001 ha compreso anche il parco di Kluchevskoy, ai margini della catena vulcanica centrale che attraversa la penisola). Intanto, nei primi anni '90, la regione è stata aperta a gruppi ristretti di ecoturisti, per quanto rimangano molte enclave militari off limits. Come dire, il luogo di quest'ultima incursione salgadiana, racchiude in sé il nucleo della poetica che, da qualche anno, con le sue immagini, il fotografo brasiliano sta cercando di rappresentare.
In questo caso, come in tutto il progetto Genesi, quello che emerge è l'incontro tra l'armonia di un ecosistema di bellezza ed equilibrio assoluti e i rischi che lo minacciano, così come dai modi di rappresentare quello stesso sistema. "Siamo stati contagiati da un atteggiamento culturale globale, da un sistema di comunicazione che ci porta a uniformare tutto, a dire che tutto è distrutto, mentre quasi la metà del pianeta è rimasta pressoché immutata dal tempo della creazione", dice lui, che alla luce di Genesi sembra voler riconsiderare i suoi precedenti lavori.
"Quando documentavo la fame, l'Aids, le migrazioni umane le mie immagini divenivano il medium per un messaggio esasperato che a volte non corrispondeva a quello che avevo visto. Ci dicevamo che quello era l'unico modo di comunicare, che in caso contrario non avrebbero avuto effetto". Ma ora Salgado non è più convinto che quel modo di comunicare sia giusto. "Bisogna superare la paura, passare a un altro livello. Bisogna uscire dalla visione catastrofica, kafkiana. Entrare in una visione reale". Come a dire: dalla metamorfosi alla genesi.
E forse è stata proprio la Kamchatka a segnare questo passaggio. "È un territorio che ti connette con la natura in senso totale. Giorno dopo giorno, all'avvicinarsi dell'inverno, sparivano le tracce di vita animale lungo il cammino, la natura diventava sempre più pura, era uno specchio". Anche quello specchio in cui si riflettono gli altostrati siberiani rischia di appannarsi, Salgado ne è cosciente, ma è sempre più convinto che la soluzione sia quello di mostrare le luci anziché le ombre. "La soluzione è l'educazione, parlarne.
Dopo la conferenza di Rio del 1992 le cose sono cambiate. Bisogna ridurre i consumi. Ma bisogna anche guardare il pianeta in modo più amorevole, cominciare a pensare in maniera più dolce, avere nuovi occhi che osservino con tenerezza".