Un panorama così incasinato non lo avevi mai visto, vero?". "Diciamo indefinibile, Joselino...". Nel caldo umido della sera, attraverso la polvere che sembra farina, allungo lo sguardo oltre le fronde del cespuglio: colli marroni, spogli o al più macchiati da arbusti, poggiano su crepacci di suoli candidi e franosi. Un grande disordine naturale punteggiato da poche capanne e parzialmente delineato da lunghi recinti di fil di ferro. Forse la definizione della mia guida è la più giusta... Un fruscio improvviso, il rumore di una fuga spaventata, ci fanno intuire che la nostra ricerca è finita con successo. Forse. "Non scappi! Non scappi! Non sono un poliziotto! Sono un architetto di Belo Horizonte!". "Be', Joselino, non sono sicuro che questo sia veramente rassicurante". Ignorando il sarcasmo Joselino continua urlando ad ammansire la sua preda. "Vogliamo solo parlarle! Ho un giornalista, anzi, no, un fotografo con me". Incredibilmente il garimpeiro si ferma, ci misura da lontano, e infine decide di fidarsi dell'improbabile terzetto composto da un elegante architetto impolverato, un autista sempre addormentato e uno con una macchina fotografica sempre al collo. Questo cercatore d'oro passa le sue giornate a scavare le rocce friabili dei calanchi appartenenti a qualcuno che non sa dove arrivino esattamente le sue proprietà ma non per questo rinuncia a sguinzagliarvi guardiani con la lupara. Quando è fortunato trova poche pagliuzze setacciando la polvere, le vende, si ubriaca, ricomincia da capo. Così fan tutti i garimpeiros nel Minas Gerais, lo Stato brasiliano delle Miniere Generali, da secoli. E nessuno qui sembra voler cambiare qualcosa.
Quando Joaquim, chiamiamolo così, arriva ancora titubante vicino a noi è chiaro dove l'Aleijadinho trovava ispirazione per i volti che scolpiva con tanta passione: i lineamenti dell'uomo sono sconvolti da giorni di fatica sotto il sole, da notti alcoliche e certo una buona dose di episodi violenti. Ma gli occhi non sono cattivi, rivelano più l'anima della vittima che quella del carnefice, e riflettono con questa tutta la vita vissuta sua e della sua terra. C'è tanta storia nel Minas Gerais, e tante città, chiese, arte e naturalmente miniere. Ma c'è soprattutto una grande umanità. È una storia breve ma intensa, spesso determinata più da forze esterne che indigene, e proprio per questo oggi offre tanti aspetti a un unico ambiente. Furono le risorse del sottosuolo, o meglio l'oro, a trasformare la sperduta regione nel Sudeste in zona di conquista e ricchezza. E con la ricchezza dei colonizzatori arrivarono architettura barocca, arte portoghese, violenza e schiavitù.
Quando il Brasile divenne indipendente scoprì che queste risorse valevano molto meno di un tempo e dovette accontentarsi delle briciole. Oggi restano i segni dello splendore, le cindades históricas, il solo motivo per un turista di spingersi fin qui, e le nuove industrie di Belo Horizonte. Ma restano anche tanti garimpeiros, sorta di abitanti di una infinita favela a cielo aperto che come Joaquim si accontentano delle briciole e sopravvivono. Antonio Francisco Lisboa è un nome che dice ben poco alla gente comune, ma chiamatelo Aleijadinho (il piccolo monco) e vedrete i volti del Minas riconoscere la propria anima. Visse a cavallo tra '700 e '800, nel momento di massimo splendore della zona. Era un mezzosangue, cacciatore di donne e bigotto. L'arte della scultura ereditata dal padre gli fece riempire di opere le chiese di tutta la regione. Poi a metà della sua non breve vita fu aggredito dalla lebbra che gli tolse la poca bellezza e tutte e due le mani. Si rinchiuse nelle oscurità barocche, uscendo solo nel profondo della notte, e continuò a scolpire i volti deformi con gli scalpelli legati a quello che restava delle sue braccia. Ci sono troppe contraddizioni, bellezza e tragedia perché la sua vita non diventi la personificazione stessa di questo Brasile continentale. La sua impronta si trova in ognuna delle mille chiese che spuntano da quartieri e colline, anche da quelle dove non lavorò direttamente.
Le cittadine di Sabará, Ouro Prêto, Mariana, Congonhas, São João del Rei, Tiradentes sono oggi un circuito storico-artistico completamente avulso dallo sviluppo industriale di Belo Horizonte (si costruiscono qui la maggior parte delle auto che circolano nel Paese) e dalle miniere moderne dell'interno. A volte sono veri e propri gioielli coloniali, come Tiradentes, immersa nel verde delle colline e nella pace della provincia. Altre sono distrutte da architetture scellerate, come il centro di Congonhas che trasforma i suoi monumenti in isole fluttuanti sul cemento. E poi c'è la grandiosità di Ouro Prêto, la vecchia capitale, intrisa di ricchezze barocche, ordine urbanistico, quartieri di bellezza perfetta che salgono e scendono per le colline. Ma sono sempre le braccia-scalpello dell'Aleijadinho che sembrano aver donato la vita a queste forme elaborate e grottesche, a questo barocco che gode di una vitalità da tempo persa nella lontana matrice europea. E proprio perché le figure che lo popolano non sono astratte rappresentazioni religiose, ma autentici ritratti di chi ancora oggi cammina e vive sotto queste sculture. A Congonhas resta solo la basilica del Bom Jesus de Montosinhos a testimoniare lo splendore passato, ma è l'esempio più alto di tutta la regione. Ci si arriva per una lunga scalinata fiancheggiata dalle cappelle della Via Crucis popolate da 64 figure del nostro scultore. Vi lavorò negli ultimi anni della sua vita, al massimo della sua impotenza fisica e maturità artistica. E questa sofferenza traspare dai volti e dai gesti scolpiti nel legno. La soddisfazione sulla faccia del legionario romano intento a inchiodare Cristo alla croce ricorda molto quella di Joaquim, seduto poco distante e impegnato a ingollare l'ennesimo bicchiere di caxassa. I suoi sensi di colpa devono essere numerosi a giudicare dai segni di croce che si è fatto davanti a ogni cappella, ma sa anche che l'espiazione sta per arrivare con la processione che ogni sera sale al suono di trombe e tamburi fino alla basilica, si lascia dietro cumuli di ex voto che rammentano gli arti persi dall'Aleijadinho, e ridiscende per perdersi nei bar e ristoranti della città cementificata. Così è la vita nel Minas di oggi, più terra di frontiera di due secoli fa, più brasiliana della costa turistica. Il sacro e il profano si mescolano nelle notti calde sotto le chiese coloniali, si esaltano in preghiere e sbornie profonde, e lasciano sui selciati ciottolosi i volti contorti che ispirarono il vecchio scultore.
SCINTILLE D'ARTE
Uscire da Belo Horizonte, la capitale dello Stato, per iniziare il circuito storico del Minas Gerais è veramente come cambiare secolo nello spazio di pochi chilometri. Il barocco ha vissuto qui tre periodi distinti nel tempo. Un primo, ispirato dall'opulenza europea, molto ricco all'interno delle chiese ma altrettanto spoglio all'esterno. Nel secondo, le decorazioni si spostarono anche all'esterno, con pannelli di arenaria scolpita e statue di santi. Infine, nel terzo periodo, detto del "barocco mineiro", coincidente con la seconda metà del '700, è proprio l'esterno delle chiese a diventare più importante mentre gli interni sono abbastanza semplici. Ouro Prêto ha esempi di tutti e tre i periodi sparsi nel saliscendi delle colline su cui è adagiata. È una città di grande bellezza, con strade acciottolate che si ramificano da piazza Tiradentes in ogni direzione preservando ovunque la struttura coloniale. Il fatto di non poter crescere a dismisura per l'asprezza del territorio le è costato il ruolo di capitale ma ne ha lasciato intatto lo spirito. Nella chiesa di São Francisco de Assis, si trova la maggior concentrazione dei lavori dell'Aleijadinho. Oggi la città vive di cultura e turismo. Gli studenti dell'università animano le notti in una miriade di locali e bar aperti nelle vecchie casette ristrutturate. A São João del Rei le chiese sono integrate nel tessuto urbano. Ancora una dedicata a São Francisco de Assis è la più mirabile, anch'essa progettata e realizzata dell'Aleijadinho. Ma la cosa più interessante della città è proprio lo stile di vita che non appartiene ad altri tempi o culture ma gode di uno spirito proprio. Attiva e produttiva dal mattino lascia nelle sere calde il posto alla quiete dei parchi e alla devozione. I sacrari vengono decorati con tappeti di segatura colorata e una processione dedicata a qualche santo di turno li distrugge nel frastuono di bande, mortaretti e rosari cantati. Le colline divengono verdi, segnate da torrenti, ed ecco Tiradentes: una cittadina coloniale perfettamente conservata. Offre una scenografia perfetta per immaginare la vita al tempo dello splendore minerario. Casette colorate, poche auto e pedoni, rumori soffusi, nebbia fitta al mattino offrono uno dei pochi paesaggi bucolici del Minas Gerais. Non è difficile nell'ora del crepuscolo immaginare un mantello che nasconde il nostro piccolo monco mentre rientra a casa dopo una notte trascorsa tra rosari e puttane.
Quando Joaquim, chiamiamolo così, arriva ancora titubante vicino a noi è chiaro dove l'Aleijadinho trovava ispirazione per i volti che scolpiva con tanta passione: i lineamenti dell'uomo sono sconvolti da giorni di fatica sotto il sole, da notti alcoliche e certo una buona dose di episodi violenti. Ma gli occhi non sono cattivi, rivelano più l'anima della vittima che quella del carnefice, e riflettono con questa tutta la vita vissuta sua e della sua terra. C'è tanta storia nel Minas Gerais, e tante città, chiese, arte e naturalmente miniere. Ma c'è soprattutto una grande umanità. È una storia breve ma intensa, spesso determinata più da forze esterne che indigene, e proprio per questo oggi offre tanti aspetti a un unico ambiente. Furono le risorse del sottosuolo, o meglio l'oro, a trasformare la sperduta regione nel Sudeste in zona di conquista e ricchezza. E con la ricchezza dei colonizzatori arrivarono architettura barocca, arte portoghese, violenza e schiavitù.
Quando il Brasile divenne indipendente scoprì che queste risorse valevano molto meno di un tempo e dovette accontentarsi delle briciole. Oggi restano i segni dello splendore, le cindades históricas, il solo motivo per un turista di spingersi fin qui, e le nuove industrie di Belo Horizonte. Ma restano anche tanti garimpeiros, sorta di abitanti di una infinita favela a cielo aperto che come Joaquim si accontentano delle briciole e sopravvivono. Antonio Francisco Lisboa è un nome che dice ben poco alla gente comune, ma chiamatelo Aleijadinho (il piccolo monco) e vedrete i volti del Minas riconoscere la propria anima. Visse a cavallo tra '700 e '800, nel momento di massimo splendore della zona. Era un mezzosangue, cacciatore di donne e bigotto. L'arte della scultura ereditata dal padre gli fece riempire di opere le chiese di tutta la regione. Poi a metà della sua non breve vita fu aggredito dalla lebbra che gli tolse la poca bellezza e tutte e due le mani. Si rinchiuse nelle oscurità barocche, uscendo solo nel profondo della notte, e continuò a scolpire i volti deformi con gli scalpelli legati a quello che restava delle sue braccia. Ci sono troppe contraddizioni, bellezza e tragedia perché la sua vita non diventi la personificazione stessa di questo Brasile continentale. La sua impronta si trova in ognuna delle mille chiese che spuntano da quartieri e colline, anche da quelle dove non lavorò direttamente.
Le cittadine di Sabará, Ouro Prêto, Mariana, Congonhas, São João del Rei, Tiradentes sono oggi un circuito storico-artistico completamente avulso dallo sviluppo industriale di Belo Horizonte (si costruiscono qui la maggior parte delle auto che circolano nel Paese) e dalle miniere moderne dell'interno. A volte sono veri e propri gioielli coloniali, come Tiradentes, immersa nel verde delle colline e nella pace della provincia. Altre sono distrutte da architetture scellerate, come il centro di Congonhas che trasforma i suoi monumenti in isole fluttuanti sul cemento. E poi c'è la grandiosità di Ouro Prêto, la vecchia capitale, intrisa di ricchezze barocche, ordine urbanistico, quartieri di bellezza perfetta che salgono e scendono per le colline. Ma sono sempre le braccia-scalpello dell'Aleijadinho che sembrano aver donato la vita a queste forme elaborate e grottesche, a questo barocco che gode di una vitalità da tempo persa nella lontana matrice europea. E proprio perché le figure che lo popolano non sono astratte rappresentazioni religiose, ma autentici ritratti di chi ancora oggi cammina e vive sotto queste sculture. A Congonhas resta solo la basilica del Bom Jesus de Montosinhos a testimoniare lo splendore passato, ma è l'esempio più alto di tutta la regione. Ci si arriva per una lunga scalinata fiancheggiata dalle cappelle della Via Crucis popolate da 64 figure del nostro scultore. Vi lavorò negli ultimi anni della sua vita, al massimo della sua impotenza fisica e maturità artistica. E questa sofferenza traspare dai volti e dai gesti scolpiti nel legno. La soddisfazione sulla faccia del legionario romano intento a inchiodare Cristo alla croce ricorda molto quella di Joaquim, seduto poco distante e impegnato a ingollare l'ennesimo bicchiere di caxassa. I suoi sensi di colpa devono essere numerosi a giudicare dai segni di croce che si è fatto davanti a ogni cappella, ma sa anche che l'espiazione sta per arrivare con la processione che ogni sera sale al suono di trombe e tamburi fino alla basilica, si lascia dietro cumuli di ex voto che rammentano gli arti persi dall'Aleijadinho, e ridiscende per perdersi nei bar e ristoranti della città cementificata. Così è la vita nel Minas di oggi, più terra di frontiera di due secoli fa, più brasiliana della costa turistica. Il sacro e il profano si mescolano nelle notti calde sotto le chiese coloniali, si esaltano in preghiere e sbornie profonde, e lasciano sui selciati ciottolosi i volti contorti che ispirarono il vecchio scultore.
SCINTILLE D'ARTE
Uscire da Belo Horizonte, la capitale dello Stato, per iniziare il circuito storico del Minas Gerais è veramente come cambiare secolo nello spazio di pochi chilometri. Il barocco ha vissuto qui tre periodi distinti nel tempo. Un primo, ispirato dall'opulenza europea, molto ricco all'interno delle chiese ma altrettanto spoglio all'esterno. Nel secondo, le decorazioni si spostarono anche all'esterno, con pannelli di arenaria scolpita e statue di santi. Infine, nel terzo periodo, detto del "barocco mineiro", coincidente con la seconda metà del '700, è proprio l'esterno delle chiese a diventare più importante mentre gli interni sono abbastanza semplici. Ouro Prêto ha esempi di tutti e tre i periodi sparsi nel saliscendi delle colline su cui è adagiata. È una città di grande bellezza, con strade acciottolate che si ramificano da piazza Tiradentes in ogni direzione preservando ovunque la struttura coloniale. Il fatto di non poter crescere a dismisura per l'asprezza del territorio le è costato il ruolo di capitale ma ne ha lasciato intatto lo spirito. Nella chiesa di São Francisco de Assis, si trova la maggior concentrazione dei lavori dell'Aleijadinho. Oggi la città vive di cultura e turismo. Gli studenti dell'università animano le notti in una miriade di locali e bar aperti nelle vecchie casette ristrutturate. A São João del Rei le chiese sono integrate nel tessuto urbano. Ancora una dedicata a São Francisco de Assis è la più mirabile, anch'essa progettata e realizzata dell'Aleijadinho. Ma la cosa più interessante della città è proprio lo stile di vita che non appartiene ad altri tempi o culture ma gode di uno spirito proprio. Attiva e produttiva dal mattino lascia nelle sere calde il posto alla quiete dei parchi e alla devozione. I sacrari vengono decorati con tappeti di segatura colorata e una processione dedicata a qualche santo di turno li distrugge nel frastuono di bande, mortaretti e rosari cantati. Le colline divengono verdi, segnate da torrenti, ed ecco Tiradentes: una cittadina coloniale perfettamente conservata. Offre una scenografia perfetta per immaginare la vita al tempo dello splendore minerario. Casette colorate, poche auto e pedoni, rumori soffusi, nebbia fitta al mattino offrono uno dei pochi paesaggi bucolici del Minas Gerais. Non è difficile nell'ora del crepuscolo immaginare un mantello che nasconde il nostro piccolo monco mentre rientra a casa dopo una notte trascorsa tra rosari e puttane.