Viaggi

Marocco nascosto

Ritorno a Fès, città delle città

Un grande scrittore misura con i suoi passi e i suoi sguardi la medina dell'antica capitale dove è nato. Un viaggio che incrocia la memoria e il presente, un arco di anni che ha trasformato questo dedalo-gioiello pulsante di vita e di storie in una vetrina dal cuore straziato e dall'anima assente


12 minuti di lettura
E' passato molto tempo prima che riuscissi a ritornare a Fès che, con i miei genitori, avevo lasciato nel 1955. Un bambino di dieci anni non può apprezzare le bellezze e il valore di una medina fondata nell'808 e che da allora non è cambiata. È come se, per imparare a leggere, ti dessero da decifrare un immenso manoscritto la cui bellezza e ricchezza non appaiono immediatamente. Non eravamo consapevoli di abitare in una città storica, culla dei principali elementi della cultura araba e musulmana. Ricordo una città dalle viuzze strette, con i quartieri definiti dalle corporazioni artigiane. Ricordo che le famiglie di Fès avevano un'alta opinione delle proprie origini e che le altre città del Marocco non potevano che essere sbiadite repliche della città delle città, Fès. Ho vissuto la mia infanzia in questa medina e non ricordo di essere stato molto felice. D'inverno faceva molto freddo, d'estate molto caldo. Tuttavia nella mia memoria sono rimaste le pepite di qualche ricordo.

Fès, primavera 1951
Stamattina mia madre si è alzata molto presto. Fa le pulizie di casa. Mio padre è andato a fare la spesa al mercato. Mi ricordo che è uscito con due grosse sporte in mano. Mia madre è nervosa. Ha saputo soltanto ieri che il mio zio di Tangeri sarebbe venuto a passare qualche giorno di vacanza da noi. È un uomo esigente. Bisogna riceverlo come si deve. Non una nota stonata. Non una traccia di polvere. Si dice che sia maniacale, e lo stesso vale per sua moglie. Arrivano con tre dei loro bambini. Panico. È la prima volta che vengono a casa nostra. L'anno scorso hanno ospitato i miei genitori nella loro casa di Tangeri per quasi un mese. Mia madre è sola. Sale sulla terrazza e chiama la vicina migliore: mi aiuti? Puoi chiedere a Fdela di venire a darmi una mano? Ma certo, siamo vicine e amiche.

Mio padre arriva seguito da un portatore, che a Fès chiamano zerzay. Ha comperato tutto ma ha dimenticato il coriandolo e lo zafferano puro. Ah, la rabbia di la mia madre quando se ne accorge! Hai dimenticato le cose più importanti! Mio padre cerca di placarla. Niente da fare, bisogna tornare al mercato, nel quartiere Rciff da Si Larbi, l'unico ad avere lo zafferano puro, non adulterato, mentre il coriandolo occorre andarlo a prendere a Benjbara. Il treno arriva a fine giornata. Fdela prepara il salotto e le camere. Per fortuna, il periodo del grande freddo è finito. I bambini dormiranno sui materassi del salotto, mio zio e sua moglie nella camera dei miei genitori, segno di grande ospitalità. Mio padre osa ricordare a mia madre che loro avevano dormito nella camera del figlio maggiore di mio zio, che studiava in Spagna. Mia madre protesta: io, quando ricevo qualcuno, ai miei ospiti offro il meglio, preferisco privarmi di qualcosa ma voglio che siano ricevuti nelle migliori condizioni e si trovino bene. I miei principi, la mia educazione sono così. Mangerò gli avanzi. Esageri, le dice mio padre. Faccio quel che faccio perché è la tua famiglia, è normale che sia nervosa e attenta al minimo dettaglio.

Mio padre ha assoldato uno zerzay e un mulattiere. È andato alla stazione. Mia madre ha finito di preparare tutto e si riposa in un angolo del salotto. Si è assopita. Arrivano a tarda sera. Nessuna voglia di cenare. Mia madre è delusa. No, crolliamo dal sonno. Tutto il cibo cucinato è rimasto nelle pentole. Per fortuna che non era estate. Non avevamo un frigorifero. La mattina dopo, mio zio ha distribuito i regali. Un bel tessuto per mia madre, un taglio di flanella per mio padre, per me e mio fratello e una stilografica Parker e due vasetti di marmellata di fragole.
Ah, la marmellata! Che sapore raffinato, con quei pezzi di frutti di cui non conoscevo l'esistenza, quel retrogusto ruvido e morbido allo stesso tempo, che cosa nuova e buona… Mia madre aveva nascosto i barattoli in cima alla credenza. La notte, mio fratello e io ci alzavamo e partivamo alla ricerca di quei vasi che contenevano il sapore del paradiso.

Fès, febbraio 2007
Vista dal terrazzo dell'hôtel Palais Jamaï, la medina è una vecchia signora di un silenzio e di una calma sorprendenti. Se non ci fossero sullo sfondo le stratificazioni del fumo nero liberato dai forni dei vasai, verrebbe da credere che Fès fosse morta, di trovarsi davanti a una tomba fatta di pezzi accatastati uno sopra l'altro e di tetti ingombri - ahimè - di parabole e di antenne. La medina è un mistero muto. Non lascia trasparire nulla. Nessuna spiegazione, nessun segno che ti guidi sul percorso per comprendere la città e ciò che nasconde dietro le sue pietre e i suoi silenzi. Fès è lì, imperiale come dicono gli opuscoli turistici, indifferente al mondo diremmo noi, ma di un'indifferenza che deriva più dalla maestosità che da una volontà di essere al di sopra delle altre città.

Per molto tempo i nativi di Fès sono stati convinti che la loro città fosse speciale e fuori portata, che le altre città non potessero essere che surrogati della città delle città.

La medina è incustodita. È stata abbandonata. Quelli che l'hanno amata non ci sono più. Le famiglie si sono spostate verso l'uscita, dove i Francesi hanno costruito delle case. La chiamano "la città nuova". Non è più nuova, ma sempre brutta, senza interesse. Quelle stesse famiglie si sono spostate ancora più lontano, a Casablanca, città degli affari, del commercio e dell'innovazione. Ci si è abituati ad assistere all'agonia della medina. Le pareti si sono crepate, le terrazze si sono infossate, le viuzze sono diventate strette. Pilastri di legno e di ferro tengono in piedi case stanche che minacciano di crollare. Dodici secoli di vita e l'assenza di manutenzione hanno finito per sfigurare una civiltà. È il tempo della sopravvivenza. Va tutto al rallentatore. I quartieri che portano il nome dei mestieri non hanno più rapporto con il significato originario. Si fa artigianato ma i turisti scarseggiano e la medina soffoca.

Sono le ingiurie del tempo. Si tenta di rimediare, di apportare qualche correzione. Questo recente sussulto lo chiamano restauro. La pietra, il legno, il marmo e lo stucco vi si prestano, ma l'uomo, il bambino dei vicoli bui, il gruppo dei ricordi, le esalazioni di odori nauseabondi o di profumi sofisticati, tutto quello che costituisce il cuore di una città, come restaurarlo? Da che parte cominciare? È un'altra questione, una sfida difficile.

Una città così carica di storia che vacilla sotto il peso di ciò che porta o di ciò che le fanno portare, un peso che varia secondo gli sguardi che l'attraversano. Cosa mostrerà a quell'americano fiero di aver osato fare il turista in un paese musulmano, un uomo che osserva la pietra e cerca in un libro la pagina corrispondente? Fès non mostra niente. Certo, espone i suoi mestieri più o meno ben fatti, vende i prodotti dei suoi artigiani e passa il tempo ad aspettare. Forse a un profeta verrà l'idea di fermarsi a Bab Mahrouk, una specie di risposta a Eboli, dove, almeno in un romanzo, sembra che Cristo si sia fermato. Bab Mahrouk! La Porta del Bruciato! Chi sarà stato l'infelice che ha dato questo nome a un posto così importante, in mezzo all'arteria più lunga della medina?

Arrivando nel quartiere di Shrabliyen, dove lo Stato sta restaurando la moschea costruita nel 1206, sento delle grida. Un litigio. Alcuni curiosi tendono l'orecchio. Non capisco i termini della lite. Mi fermo e mi appoggio alla porta della bottega di un artigiano che vende graziose babbucce. Mi dice: si vede che sei di Fès, ma di quale quartiere, di quale epoca, di quale ramo? Uno di Fès si riconosce subito: l'eleganza, vecchio mio, e poi la presenza, la raffinatezza... come ti chiami? Ah, sei un jellouni, i tuoi antenati hanno dovuto lasciare la Spagna in fretta e furia, più di cinquecento anni fa! Di quale ramo? Siete fehri, touimi, o benjelloun dell'Andalusia? Tuo padre non è quello che aveva il deposito al Diwane, quel grande negozio di spezie all'ingrosso, erano due fratelli, di fronte alla piccola moschea... persone perbene, gente di qualità... oggi è meglio non andare vedere com'è diventato il loro negozio. Ci vendono plastica importata dalla Cina. Ah, questa Cina che ci invade delicatamente, in silenzio, vedi questi babbucce fatte a mano, certe volte ne trovo a un decimo del costo di produzione, semplicemente fatte in Cina, ma gli esperti non comperano la merce fabbricata in Cina alla bell'e meglio, vengono da me, non sono numerosi quelli che preferiscono la qualità e sono disposti a pagare il giusto prezzo! Me lo ricordo, tuo padre, non è mai stato alla Mecca, era l'unico a dire che il pellegrinaggio era diventato soltanto un pretesto commerciale. Siediti, che ti ordino un tè. Devo raccontarti la storia di queste urla. È la storia di una donna - non è delle nostre parti, voglio dire che non è una di Fès, qui dei dintorni, forse è di Fassjdid, la città nuova, il marito ha divorziato e l'ha lasciata con tre bambini. Succede sempre più spesso, con i tempi che corrono; prima non divorziava nessuno, si litigava ma non si abbandonava per la strada la madre dei propri figli. Il marito, un uomo di Fès, uno istruito, non andava più d'accordo con la moglie e soprattutto con la famiglia di lei che era sempre lì a metter becco nei fatti loro. Alla fine è scappato, ma si è comportato bene: le passa un buon mensile, è un uomo ricco. Le ha lasciato la casa e continua a provvedere alle necessità di tutti. È molto generoso e per nessuna ragione al mondo lascerebbe i suoi figli in condizioni di necessità, ma la donna, istigata dalla madre, è diventata insopportabile. Soffre, grida e vuole distruggere tutto. La sua sofferenza deriva dal fatto che l'ex marito si è risposato e la nuova moglie ha appena partorito. È gelosa da impazzire. Un giorno ha tentato di pugnalare la nuova moglie, ma qualcuno è intervenuto e il dramma è stato evitato. È accecata dalla gelosia. Ha buttato fuori di casa il figlio maggiore perché si è avvicinato al padre ed è diventato suo complice. Lo detesta, lo rinnega e l'altro giorno gli ha strappato tutti i vestiti e i libri. Ha perso la testa e vedeva suo figlio come il suo peggior nemico semplicemente perché andava d'accordo con la nuova moglie del padre.

Qualcuno le ha consigliato di sporgere denuncia contro questo figlio che si è messo dalla parte sbagliata. Stamattina è fuori dai gangheri perché, appena ha sporto denuncia, il figlio è stato messo in prigione. Già, devi sapere che, in Marocco, se un genitore denuncia il proprio figlio, la parola del genitore non viene messa in discussione e il giudice non ha bisogno di testimoni per punire il figlio. È molto raro che succeda, qui da noi, ma la follia ha spinto questa donna a commettere l'irreparabile. Nella denuncia, redatta dal padre della donna, il ragazzo era accusato di aggressione all'arma bianca nei confronti della madre. È dovuta andare dal giudice a piangere tutte le sue lacrime davanti a lui per convincerlo a far rilasciare il figlio arrestato. Ha ritirato la denuncia e il giudice ha minacciato di farla perseguire per abuso di ricorso alla giustizia. Ecco perché è tutta la mattina che strilla. Nel frattempo, il figlio si è trasferito definitivamente a vivere dal padre. Vedi, all'epoca dei tuoi genitori queste cose non succedevano. Oggi, i giudici sono sommersi dalle domande di divorzio.

Tutto sta cambiando e Fès non è più in Fès, poveretta, è cambiata molto, si è svuotata dei suoi abitanti, quelli che ne sono degni e la conoscono bene. Oggigiorno quelli che ci abitano sono stranieri, voglio dire contadini, brava gente ma ignoranti che non sanno dove stanno... è su Fès che si dovrebbero versare lacrime, non su un marito che se ne va…

* * *

La fontana Nejjarine è stata restaurata. È su tutte le cartoline. Il ministero degli Habus sta restaurando la Qaraouiyine, la prima università araba e islamica al mondo fondata da una donna. Ci sono i lavori in corso anche in una parte del mausoleo di Moulay Idriss. Ma Fès è stanca, forse malata, e non sopporta più il peso del tempo.

Questo patrimonio universale crolla sotto il peso dei suoi occupanti. Per restituirlo all'estetica e alla bellezza delle origini, occorrerà svuotarlo dei suoi abitanti, cosa impossibile e che nessuno desidera. Infatti Fès è anche gli uomini e le donne che la riempiono, che le infondono il suo soffio umano. Tra la pietra e la persona, la scelta è presto fatta: la persona.

* * *

Dopo questa visita alla medina, esco dallo Rcif passando da Bab Sidi El Aouad e mi ritrovo su una piazza trasformata in parcheggio per automobili. L'asfalto si è mangiato una parte della medina, sul lato verso Bou Ajara. Nella mia infanzia le macchine venivano tenute a distanza. Arrivavano fino alla Batha o davanti alle porte principali della città, come Bab Ftouh, Boujloud, Bab El Khokha.

Quando il marito di mia zia veniva a trovarci, lasciava l'auto all'entrata di Bou Ajara. Io correvo a vederla, a toccarla, ad annusarla. Adoravo l'odore di benzina che sprigionava. Per me era sinonimo d'evasione, di sogno, di viaggio e soprattutto di entrata in un altro mondo, il cosiddetto mondo moderno. La modernità, all'epoca, si definiva con oggetti e tecniche importati dall'Europa. Noi bambini della medina, vivevamo ancora nella Jahilya o quasi. Mio padre mi raccontava di come il figlio primogenito dei nostri vicini fosse riuscito, dopo una lunga lotta, a convincere il nostro vicino, un nazionalista piuttosto rigoroso, a lasciarlo andare in Francia per gli studi superiori. Il ragazzo, vestito in maniera tradizionale, un giorno partì per Casablanca dove prese una nave che lo condusse a Marsiglia, di là poi prese un treno e arrivò a Parigi dove il direttore del Politecnico lo stava aspettando, perché era il primo marocchino a iscriversi in quella scuola importante. Era curioso di vedere che aspetto avrebbe avuto questo giovane che arrivava da un paese vicino, protettorato francese, ma anche da una società rimasta praticamente nel medioevo. Era subito dopo la guerra. Il futuro studente del politecnico aveva dovuto lasciare Fès in jellaba e séroual. Arrivato a Casablanca, si comperò un completo occidentale e passò dal parrucchiere a farsi tagliare la treccia, segno di appartenenza ad una vecchia tradizione.

Un anno dopo, il giovane tornò a trascorrere le vacanze in famiglia. Il padre, fiero ma ansioso, gli chiese: come hai passato il mese di ramadan? Facevi tutte le preghiere? Aveva paura della contaminazione dell'occidente, paura di perdere il proprio figlio, paura che la lingua francese gli rapisse quel figlio che era stato tanto brillante negli studi della lingua araba.

Aveva motivo di temere tutte queste cose. Citava l'esempio del figlio di un amico, partito per andare a studiare medicina a Bordeaux, che non soltanto perse la fede ma sposò una francese e rinunciò agli studi. Non osava più ritornare a Fès: si vergognava e non aveva il coraggio di affrontare l'ira del padre.

In questa medina, molti uomini sono nati, hanno frequentato la scuola coranica, hanno lavorato duramente, non sono mai andati al mare ma non si sono mai lasciati sfuggire i piaceri della primavera: gite in campagna alle fonti termali di Sidi Harazem per gli uni, soggiorni terapeutici ai bagni di Moulay Yacoub per gli altri. Rituali che i bambini adoravano e che davano molto lavoro alle donne, perché si stava via per due o tre settimane, andando ad abitare in case senza comodità dove, per garantire un soggiorno felice alla famiglia, bisognava farsi in quattro. Oggi le due stazioni balneari sono state modernizzate e il rituale è stato abbandonato. L'acqua di Sidi Harazem viene imbottigliata e Moulay Yacoub è diventato un centro di cure per psoriasi e reumatismi.

A Fès il mistero non c'è più. Si è spostato o forse è proprio scomparso. Quando ti dicono che il nome di Fès non ha alcuna ambiguità perché lo storico di Cordova Er-Razi (Decimo secolo) lo ha spiegato così: «Mentre facevano gli scavi per le fondamenta, portarono alla luce un piccone (fas) così fu chiamata madinat Fas (la città del piccone)», non si può non restarne delusi.

«La Città del Piccone»! La Città delle città porta il nome di un attrezzo! La gente di Fès rifiuta, ovviamente, quella spiegazione. Per loro Fès non ha nessun bisogno di giustificare il suo nome. Non è una questione di logica. A Fès non si chiede conto di nulla. Fès è eterna, con la sua luce filtrata dai graticci di canne, con le sue pietre larghe e i profumi raffinati. La popolazione è cambiata ma i luoghi non si sono mossi. Attraversandoli, si scopre ogni volta un'impressione nuova o si rettifica la dimensione dei ricordi. Per me è un esercizio violento e necessario: la memoria mi raccontava una storia dopo l'altra, mi prendeva in giro, trasformava la casa della mia infanzia in un palazzo immenso, infondeva nel chiaroscuro dei vicoli una luce sublime, spingeva le pareti per allargare gli stretti passaggi in ampi viali inondati dal sole.

Tra la Karaouiyine e il mausoleo di Moulay Idriss ci sono solo negozi. Prima, ogni strada era riservata a un commercio preciso: mercanti di candele, profumieri, venditori di babbucce, tessuti e ricami... oggi, le cose si mescolano e le botteghe artigianali hanno ceduto il posto ai bazar per turisti. La mia memoria si smarrisce, ci annega dentro come per non vedere come è cambiata la mia città. Non ricordo più i posti e le cose. Per ricostituire le tracce d'infanzia mi devo sforzare.

«Si viaggia soltanto per conquistare o per farsi conquistare», scriveva André Suarès in Le voyage du Condottière. Quando torno a Fès sono spinto dall'idea di conquistare non la città ma un aspetto della città che mi è sfuggito molto tempo fa. Ho un bel girovagare, esplorare luoghi e persone, posso anche chiudere gli occhi e cercare in lontananza un profumo, un viso, un'emozione: non trovo nulla. Sconcertato, amareggiato e pieno di rammarico. Non sono più conquistato. Mi sento contraddetto e contrariato. Allora mi dico che dev'essere così per tutti, con la propria città natale.

* * *

Anima ardente, spirito di una passione o di una nevrosi incurabile, Fès abita il cuore e la sensibilità di tutti coloro che ci sono nati. Il mondo si rivela lì, la vita si manifesta in un'evidenza contagiosa. Anche dopo che l'hai lasciata, non si assenta mai, rifiuta ogni tentativo di oblio, si erge nella memoria e non si lascia intaccare.

Mi ricordo i giardini interni e quegli appartamenti quasi sospesi in mezzo agli alberi rigogliosi. Li chiamavano messryia, con una parola che probabilmente viene da Massr, l'Egitto. Ma per quale motivo? La messryia fungeva da rifugio per un ragazzo, un po' come una garçonnière o un monolocale per studenti.

D'estate, la siccità delle pietre si combina con l'ebbrezza della luce che scende diretta nelle case senza tetto, case aperte sul cielo, che ricevono più sole che pioggia, una siccità che malgrado tutto rende le case felici. Tutte le famiglie si conoscono, si osservano e si giudicano. Guai a colui che esce dal cerchio, a colei che prende la strada dell'avventura verso un paese straniero, che magari è poi la città accanto o la collina che la separa da Fès. A Fès, non ci si mescola con nessuno, si persevera nella stirpe, si coltiva l'origine, si affinano i legami, si canta insieme, si piange insieme, ci si sposa e non si divorzia.

Quell'epoca è passata. Fès non è più un gioiello prezioso ed unico. Ormai è soltanto una vetrina dal cuore straziato, forse perfino dall'anima assente, disillusa, inconsolabile.

Vedere la medina da una terrazza lontana, osservarla come una natura morta animata dalle piccole luci che disegnano finestre minuscole, lucernai dai quali passa la felicità. Si immagina che le piccole case siano felici, piene di bambini e di allegria. In arabo, quando si vuole augurare del bene a qualcuno, si dice «Dio riempia la tua casa». La solitudine non è gradita né ricercata.

A Fès, l'individuo non esiste. Non è assolutamente riconosciuto. La prima domanda che ti fanno è: di che famiglia sei? Di quale ramo, precisamente? Ah, sei il figlio di... Ah, che famiglia, che Dio riempia eternamente la sua casa! Esiste invece la famiglia, la grande famiglia, quella che dà il senso alle cose, quella che disegna le linee e i percorsi, quella che decide e tiene le fila.

Fès è stata per molto tempo un raggruppamento di grandi famiglie, quelle venute dall'Arabia, discendenti della stirpe del profeta, i chorfas, i nobili, e quelle espulse dall'Andalusia da Isabella la Cattolica. Queste ultime si sono mescolate: musulmani ed ebrei hanno vissuto insieme la tragedia. Alcuni ebrei si sono convertiti all'islam e questo spiega come grandi famiglie musulmane di Fès portino nomi d'origine ebrea: i Kohen, i Ben Chakroun, eccetera.

Tutte le famiglie si conoscono, si rispettano, si osservano, talvolta si invidiano, si frequentano e naturalmente si sposano. A tenerle unite è soprattutto un codice di civiltà, leggi non scritte ma seguite con eleganza e naturalezza. Le feste rituali sono momenti in cui queste leggi entrano in gioco. Questo codice comprende anche quello dell'abbigliamento e quello delle spezie, cioè della cucina.

La cucina di Fès è un punto d'orgoglio, come un vestito da cerimonia, un caffettano ricamato di fili d'oro e d'argento, una sorta di alchimia in cui l'arte della buona tavola è fondamentale. Per fare qualsiasi cosa bisogna prima sedersi attorno a un tavolo basso e rotondo. La cucina di Fès è la sorgente principale della cucina marocchina che ha il senso della diversità, dell'innovazione e della ricerca. Oggi che le grandi famiglie di Fès hanno lasciato la città, la sua cucina viaggia con loro attraverso il Paese.

Traduzione di Elda Volterrani Il testo fa parte dell'opera Marocco Roman che l'autore sta preparando per Einaudi