In questo preciso istante a Phnom Penh, capitale della Cambogia, il tempo sembra essersi fermato. La scena, infatti, ricorda molto il modo in cui doveva svolgersi la vita 70 o 80 anni fa, quando il Paese faceva parte dell'Indocina, allora controllata dai francesi, e la città era nota come la Perla dell'Asia. Ma poi ci si accorge dello sportello A.T.M. nel negozio qui accanto, degli internet café pieni di ragazzi vestiti fashion che controllano le e-mail, dei bar eleganti con aria condizionata e nomi occidentali come Metro e Heart of Darkness. E tutto intorno, una babele di idiomi - inglese, francese, coreano, spagnolo, cinese - che testimoniano il ritorno della città sulla mappa del turismo mondiale.
Infatti, dopo pochi giorni di permanenza, si ha come la sensazione che Phnom Penh stia diventando una "nuova-Praga", un posto dove molti giovani di diverse nazionalità, inebriati dall'eccitazione e dal brivido di trovarsi in un mondo nuovo, arrivano per reinventarsi. Almeno questa è l'impressione che si ha osservando i gruppi di americani all'interno dei piccoli night-club sparsi lungo Sisowath Quay, o gareggiando con i numerosi australiani che ora vivono qui, per accaparrarsi un tavolo durante gli affollatissimi happy hour all'Elephant Bar del Raffles Hotel; o ancora scorrendo rapidamente gli annunci di lavoro sul Cambodia Daily, il quotidiano locale in inglese.
Nuovi ristoranti di lusso sorgono a pochi passi da semplici chioschi che vendono per strada cibi tipici. Un elegante boutique hotel, il Pavilion, ha aperto di recente, andando così a colmare il gap tra il sontuoso Raffles e le spartane camere per backpackers.
Il Museo Nazionale sta lentamente riaprendo al pubblico dopo gli anni di abbandono e l'incomparabile collezione di antica arte khmer attira centinaia di visitatori al giorno. Durante la visita potreste incontrare un gruppo di giovani monaci seduti tranquillamente in un angolo del delizioso giardino, perfetto per la meditazione, mentre poco lontano una madre e il suo bambino schiacciano un pisolino e una coppia di inglesi gioca a gin rummy.
Grazie all'influenza dei francesi e al reticolato di ampi viali e strade laterali numerate, d'influenza transalpina, Phnom Penh è una città facile da girare a piedi. Ma è molto divertente anche sgusciare nel traffico con il tuk tuk, l'ape-taxi. Indipendentemente dal mezzo che sceglierete, prima o poi finirete al Foreign Correspondents' Club a tutti noto come FCC.
Il cibo è mediocre (nel migliore dei casi), e i succhi di frutta, incredibilmente dolci, dovrebbero lasciare il posto a una bottiglia ghiacciata di birra Angkor, ma comunque è qui che si trova il posto migliore di tutta la capitale: un qualsiasi sgabello del bar al terzo piano dell'FCC durante l'happy hour.
(Sì, sembra proprio che l'happy hour sia una cosa grossa a Phnom Penh; quasi tutti i bar e ristoranti della città ne hanno uno). Da qui, mentre il sole tramonta alle vostre spalle, si può osservare l'attività sul molo proprio mentre le occupazioni diurne (venditori ambulanti che girano con le loro merci sottobraccio, giovani monaci che passeggiano lungo il fiume) lasciano lentamente il posto alla vita by night (i frequentatori dei club che alzano il livello di energia e di schiamazzi).
L'FCC ha aperto nel 1993 e dunque non esisteva durante il periodo dei Khmer rossi negli anni '70; tuttavia il suo nome leggendario riporta alla memoria il recente passato di lacerazioni e di brutale repressione sofferto dal popolo cambogiano durante la guerra. Espressione di questi anni bui è il Tuol Sleng, più comunemente noto come il "museo del genocidio".
Dimenticate quanto avete imparato dai libri di storia o dai reportage giornalistici, niente può prepararvi alla scoperta di ciò che i cambogiani hanno dovuto subire nei quattro anni di potere di Pol Pot: 1 milione e 700 mila persone (il 21 per cento dell'intera popolazione) vennero sterminate. Il Tuol Sleng sorge in un tranquillo quartiere residenziale ma immediatamente si viene richiamati alla realtà da un cartello che ammonisce: "è severamente proibito ridere o parlare ad alta voce". Per accorgersi di quanto necessario sia l'avviso, basta salire al primo piano ed entrare nelle sale di esposizione: le pareti sono ricoperte di fotografie in bianco e nero che ritraggono le vittime dei Khmer rossi. La maggior parte, tra cui molti ragazzi e ragazze, sono terribilmente giovani e alcuni, per quanto sembri impossibile, accennano un sorriso al fotografo. Il silenzio sembra essere l'unica risposta sensata. Al piano di sopra, una raccolta di fotografie di alcune delle vittime e la loro storia, raccontata da parenti o amici sopravvissuti.
L'istinto ti dice di distogliere lo sguardo, ma non puoi, quindi leggi di una figlia strappata ai genitori e di cui non si è saputo più nulla, o di un figlio che una mattina uscì di casa per recarsi al lavoro e il cui corpo fu ritrovato selvaggiamente mutilato a distanza di anni. Si esce, come gli altri visitatori, alquanto scossi e ci si ritrova al Bodhi Tree, un caffè-giardino poco distante, quasi un rifugio naturale per accogliere chi come me ha appena assistito a tanto orrore: mi guardo intorno e vedo molti sguardi persi nel vuoto.
INHOTEL - Raffles Le Royal (www.phnom penh.raffles.com): costruito nel 1929 e rinnovato in grande stile nel 1997, è tra i principali punti di ritrovo di Phnom Penh. Durante i weekend l'area piscina è spesso frequentata dagli stranieri che risiedono nella capitale.
Anche l'Elephant Bar è solitamente affollato, in particolare durante l'happy hour, e il Royal è uno dei ristoranti più gradevoli (e più cari) della città.
- The Pavilion, 227 (Street 19 (www.pavilion-cambodia.com): un piccolo ma ben arredato boutique hotel poco distante dal Royal Palace. Il suo bel giardino è molto frequentato all'ora dell'aperitivo.
AL RISTORANTE - Friends (215 Street 13): uno dei tanti ristoranti no profit che assumono giovani cambogiani per aiutarli a iniziare una carriera. Eccellente la zuppa ai frutti di mare con lime.
- Per provare l'autentica cucina khmer, basta andare in uno dei tanti posticini della città dove spenderete meno di 0,75 centesimi di euro. Un'alternativa, più raffinata, è il Mali(136 Norodom Boulevard), altamente raccomandato per la cucina khmer tradizionale e moderna, sapientemente preparata e servita in un elegante giardino.
Per una cena per due si spendono circa 23 euro.