"In Italia avete il Colosseo. Ad Atene c'è il Partenone, in Egitto le mummie di quattromila anni fa. Da queste parti è un po' diverso: le nostre, di mummie, sono ancora in vita. E così i monumenti. Sono gli indigeni quechua, sono i grandi alberi kapok. Sono i rumori e i silenzi della selva. I maestosi uccelli preistorici, il sangue di drago che sgorga dalle cortecce, la medicina tradizionale indigena". Lenin Moreno, vice-presidente dell'Ecuador, propone un'alternativa alle Galapagos. "Visitate la nostra Amazzonia. È un altro modo per conoscere la storia dell'uomo, del mondo. E collaborando ad un turismo intelligente, ci aiuterete a "sfrattare" le multinazionali del petrolio".
Portavoce del Paese latino-americano, che da qualche mese ha serenamente preso le distanze dagli Usa alla ricerca di un'alternativa di sviluppo ed emancipazione che sia il meno consumistica possibile, Moreno ha un'idea ben precisa. Originario dell'Amazzonia ecuadoriana, sta cercando di trasformare quel milione di ettari di foreste ad oriente, al confine con il Brasile, in un grande centro di eco ed etno-turismo. Ridimensionando l'indotto petrolifero, per arrivare un giorno all'inaugurazione di una Università dell'Amazzonia e cioè della Madre Terra. "Perché questo è il polmone del mondo, ed è anche il vostro polmone. Venite a rendervene conto, prima che sia troppo tardi".
Accettare l'invito significa - inevitabilmente - partire dalla città di Coca, a solo mezz'ora di volo dalla capitale, Quito. È dal porto fluviale di questa cittadina che nel 1541 salpò lo spagnolo Francisco de Orellana, compagno di conquista di Pizarro: navigando il rio Napo finì nel Marana e sfociò nel più grande fiume che avesse mai visto. Rio delle Amazzoni, lo chiamò: intravedendo sulle rive alcuni aggressivi indigeni dai capelli lunghi, credeva di aver riconosciuto le guerriere della mitologia greca. Sulla rotta di Orellana, è sufficiente un'ora e mezzo di canoa a motore per penetrare nel cuore della selva amazzonica, ed è quasi come tornare indietro di cinquecento anni. I turisti possono scegliere se fermarsi in uno dei lodge allestiti negli ultimi anni lungo il fiume, o continuare a navigare a bordo di un suggestivo albergo flottante, in Manatee Explorer. Manatee è il nome di un mammifero timidissimo di reminescenza salgariana, il dugongo o lamantino, che da queste parti chiamano vaca marina. L'hotel viaggiante, a due piani, può ospitare al massimo ventisei persone, in piccole ma comode stanze con aria condizionata, ribattezzate con i nomi degli animali della regione: formica e anaconda, pappagallo e piranha, tucano e delfino, scimmia, giaguaro o salamandra.
Con la navigazione verso oriente comincia un altro viaggio straordinario, una scoperta continua che è anche un po' quella di cinque secoli prima, perché nulla sembra essere cambiato. L'albergo galleggiante cerca la terraferma e attracca, permettendo di muoversi più agilmente con le canoe ed esplorare gli affluenti del Napo o penetrare nella boscaglia. Le condizioni climatiche sono meno complicate del previsto: caldo e umidità si fanno sentire, ma le due escursioni giornaliere - più qualche passeggiata notturna a sorpresa - non sono mai troppo faticose. A seconda delle stagioni è possibile partecipare a programmi che durano da cinque a dieci giorni. Le guide e il personale di bordo parlano inglese e spagnolo, spesso francese, raramente italiano. Le comitive sono spesso composte da ecuadoriani o da nordamericani, più raramente da europei. Per i bambini - è consigliabile che abbiano almeno compiuto i sei anni - è naturalmente un'esperienza indimenticabile. Delfini rosa d'acqua dolce, scimmie-scoiattolo, caimani, circa seicento varietà di uccelli. Ma ci vuole rispetto e pazienza, non siamo allo zoo.
Il governo ha voluto che fossero gli indigeni delle varie etnie - huaorani, shuar, cofan, secoya, cayapa e altri - a gestire un patrimonio mondiale come la riserva biologica di Limoncocha (laguna verde) o il Parco nazionale Yasunì, o ancora il Panacocha, che in quechua significa lago dei piranha. Rispetto e pazienza sono dovuti anche alle popolazioni locali, gentili ma timide. Come il manatee. "Sono i padroni di casa da migliaia d'anni, bisogna avere fiducia in questa gente: loro sanno cosa è meglio fare", spiega Roberto Cedeno, guida naturalista che nelle escursione è sempre accompagnato da uno o più nativi. "Da qualche tempo sono stati coinvolti economicamente nei progetti governativi. Stanno imparando che si può guadagnare qualcosa - quanto basta per sopravvivere, non serve di più - senza essere costretti a regalare le terre alle compagnie petrolifere, ma preservando l'ambiente e collaborando a farlo conoscere. Sono stati "responsabilizzati" solo di recente. E forse non è ancora troppo tardi".
Con i quechua è possibile osservare da vicino animali e piante, seguire l'immergersi di un caimano, scorgere un bradipo mimetizzato tra le fronde o attendere al mattino presto l'arrivo di centinaia di pappagalli, che si nutrono di argilla rossa per combattere l'acidità causata dalle scorpacciate di semi di frutta. Si possono scoprire i poteri cicatrizzanti di una linfa rossa - il sangue di drago - che gocciola da alcuni tronchi e può essere utilizzata anche per combattere l'ulcera, o imparare che gli impacchi in acqua calda di una grossa liana - l'unghia di gatto - servono a curare i dolori al ventre e ai reni. Si può provare a lavorare certi tuberi con una particolare corteccia di spine, o assistere al fenomeno di alberi che "camminano" sulle lunghe e verticali radici in direzione del sole.
In barba agli studi ambientali, secondo cui le risorse petrolifere di questa parte dell'Amazzonia si esauriranno nei prossimi venti anni, le multinazionali straniere (Repsol, Encana, Petrograss, Alberta Investing) cercano a tutti i costi di aumentare la produzione, continuando a costruire strade dall'impatto devastatore, o piscine per le acque residuali che non tengono conto della piovosità della regione, con inevitabili straripamenti ed inquinamenti. Meglio ascoltare Lenin Moreno: "L'Ecuador ha le Galapagos che sono straordinarie, è vero. Ma non ci sono solo le nostre isole. Venite qui in Amazzonia, non ve ne pentirete. È meglio per tutti".
- LE HACIENDAS -
Andando a cavallo tra i vulcani
La sierra ecuadoriana, in particolare la zona a est di Quito - a meno di un’ora di macchina dalla capitale, passando per la Panamericana - è un paradiso per chi ama i cavalli, e dove anche i neofiti dell’equitazione possono passare giornate indimenticabili. Nella regione dei vulcani ci sono decine di eleganti ed economiche haciendas che offrono pernottamento, buona cucina e la possibilità di cavalcare - per ore, giorni o un’intera settimana, a seconda del programma - in un fantastico scenario naturale, ad un’altitudine compresa tra i 3000 ed i 4000 metri. Si attraversa a cavallo l’area del Parco nazionale Cotopaxi, circondati dall’omonimo vulcano (5.897 m. meta di molti alpinisti europei: il nome quechua significa “collo di luna”) e da altri giganti innevati, alcuni dei quali attivi. È anche possibile assistere ai chagra, suggestivi rodei dove gli indigeni danno prova della loro abilità in sella. Molte aziende, tutte votate al turismo eco-sostenibile, sono riunite in consorzi che danno la possibilità di conoscere la regione passando da un agriturismo all’altro: si può passare da “La Carriona” di Sangolquì (30 minuti d’auto da Quito) alla “Yanahurco” di Cotopaxi, passando per “La Alegria” e la “Antisana”, cavalcando e dedicandosi all’osservazione di centinaia di specie d’uccelli, gustando piatti locali come una grigliata di carne ribattezzata chugchucara o bevendo il famigerato pajaro azul (liquore a 70 gradi dove a volte vengono fatte fermentare anche zampe di pollo e zoccoli di mucca), dormendo in strutture costruite in legno e pietra vulcanica.
Portavoce del Paese latino-americano, che da qualche mese ha serenamente preso le distanze dagli Usa alla ricerca di un'alternativa di sviluppo ed emancipazione che sia il meno consumistica possibile, Moreno ha un'idea ben precisa. Originario dell'Amazzonia ecuadoriana, sta cercando di trasformare quel milione di ettari di foreste ad oriente, al confine con il Brasile, in un grande centro di eco ed etno-turismo. Ridimensionando l'indotto petrolifero, per arrivare un giorno all'inaugurazione di una Università dell'Amazzonia e cioè della Madre Terra. "Perché questo è il polmone del mondo, ed è anche il vostro polmone. Venite a rendervene conto, prima che sia troppo tardi".
Accettare l'invito significa - inevitabilmente - partire dalla città di Coca, a solo mezz'ora di volo dalla capitale, Quito. È dal porto fluviale di questa cittadina che nel 1541 salpò lo spagnolo Francisco de Orellana, compagno di conquista di Pizarro: navigando il rio Napo finì nel Marana e sfociò nel più grande fiume che avesse mai visto. Rio delle Amazzoni, lo chiamò: intravedendo sulle rive alcuni aggressivi indigeni dai capelli lunghi, credeva di aver riconosciuto le guerriere della mitologia greca. Sulla rotta di Orellana, è sufficiente un'ora e mezzo di canoa a motore per penetrare nel cuore della selva amazzonica, ed è quasi come tornare indietro di cinquecento anni. I turisti possono scegliere se fermarsi in uno dei lodge allestiti negli ultimi anni lungo il fiume, o continuare a navigare a bordo di un suggestivo albergo flottante, in Manatee Explorer. Manatee è il nome di un mammifero timidissimo di reminescenza salgariana, il dugongo o lamantino, che da queste parti chiamano vaca marina. L'hotel viaggiante, a due piani, può ospitare al massimo ventisei persone, in piccole ma comode stanze con aria condizionata, ribattezzate con i nomi degli animali della regione: formica e anaconda, pappagallo e piranha, tucano e delfino, scimmia, giaguaro o salamandra.
Con la navigazione verso oriente comincia un altro viaggio straordinario, una scoperta continua che è anche un po' quella di cinque secoli prima, perché nulla sembra essere cambiato. L'albergo galleggiante cerca la terraferma e attracca, permettendo di muoversi più agilmente con le canoe ed esplorare gli affluenti del Napo o penetrare nella boscaglia. Le condizioni climatiche sono meno complicate del previsto: caldo e umidità si fanno sentire, ma le due escursioni giornaliere - più qualche passeggiata notturna a sorpresa - non sono mai troppo faticose. A seconda delle stagioni è possibile partecipare a programmi che durano da cinque a dieci giorni. Le guide e il personale di bordo parlano inglese e spagnolo, spesso francese, raramente italiano. Le comitive sono spesso composte da ecuadoriani o da nordamericani, più raramente da europei. Per i bambini - è consigliabile che abbiano almeno compiuto i sei anni - è naturalmente un'esperienza indimenticabile. Delfini rosa d'acqua dolce, scimmie-scoiattolo, caimani, circa seicento varietà di uccelli. Ma ci vuole rispetto e pazienza, non siamo allo zoo.
Il governo ha voluto che fossero gli indigeni delle varie etnie - huaorani, shuar, cofan, secoya, cayapa e altri - a gestire un patrimonio mondiale come la riserva biologica di Limoncocha (laguna verde) o il Parco nazionale Yasunì, o ancora il Panacocha, che in quechua significa lago dei piranha. Rispetto e pazienza sono dovuti anche alle popolazioni locali, gentili ma timide. Come il manatee. "Sono i padroni di casa da migliaia d'anni, bisogna avere fiducia in questa gente: loro sanno cosa è meglio fare", spiega Roberto Cedeno, guida naturalista che nelle escursione è sempre accompagnato da uno o più nativi. "Da qualche tempo sono stati coinvolti economicamente nei progetti governativi. Stanno imparando che si può guadagnare qualcosa - quanto basta per sopravvivere, non serve di più - senza essere costretti a regalare le terre alle compagnie petrolifere, ma preservando l'ambiente e collaborando a farlo conoscere. Sono stati "responsabilizzati" solo di recente. E forse non è ancora troppo tardi".
Con i quechua è possibile osservare da vicino animali e piante, seguire l'immergersi di un caimano, scorgere un bradipo mimetizzato tra le fronde o attendere al mattino presto l'arrivo di centinaia di pappagalli, che si nutrono di argilla rossa per combattere l'acidità causata dalle scorpacciate di semi di frutta. Si possono scoprire i poteri cicatrizzanti di una linfa rossa - il sangue di drago - che gocciola da alcuni tronchi e può essere utilizzata anche per combattere l'ulcera, o imparare che gli impacchi in acqua calda di una grossa liana - l'unghia di gatto - servono a curare i dolori al ventre e ai reni. Si può provare a lavorare certi tuberi con una particolare corteccia di spine, o assistere al fenomeno di alberi che "camminano" sulle lunghe e verticali radici in direzione del sole.
In barba agli studi ambientali, secondo cui le risorse petrolifere di questa parte dell'Amazzonia si esauriranno nei prossimi venti anni, le multinazionali straniere (Repsol, Encana, Petrograss, Alberta Investing) cercano a tutti i costi di aumentare la produzione, continuando a costruire strade dall'impatto devastatore, o piscine per le acque residuali che non tengono conto della piovosità della regione, con inevitabili straripamenti ed inquinamenti. Meglio ascoltare Lenin Moreno: "L'Ecuador ha le Galapagos che sono straordinarie, è vero. Ma non ci sono solo le nostre isole. Venite qui in Amazzonia, non ve ne pentirete. È meglio per tutti".
- LE HACIENDAS -
Andando a cavallo tra i vulcani
La sierra ecuadoriana, in particolare la zona a est di Quito - a meno di un’ora di macchina dalla capitale, passando per la Panamericana - è un paradiso per chi ama i cavalli, e dove anche i neofiti dell’equitazione possono passare giornate indimenticabili. Nella regione dei vulcani ci sono decine di eleganti ed economiche haciendas che offrono pernottamento, buona cucina e la possibilità di cavalcare - per ore, giorni o un’intera settimana, a seconda del programma - in un fantastico scenario naturale, ad un’altitudine compresa tra i 3000 ed i 4000 metri. Si attraversa a cavallo l’area del Parco nazionale Cotopaxi, circondati dall’omonimo vulcano (5.897 m. meta di molti alpinisti europei: il nome quechua significa “collo di luna”) e da altri giganti innevati, alcuni dei quali attivi. È anche possibile assistere ai chagra, suggestivi rodei dove gli indigeni danno prova della loro abilità in sella. Molte aziende, tutte votate al turismo eco-sostenibile, sono riunite in consorzi che danno la possibilità di conoscere la regione passando da un agriturismo all’altro: si può passare da “La Carriona” di Sangolquì (30 minuti d’auto da Quito) alla “Yanahurco” di Cotopaxi, passando per “La Alegria” e la “Antisana”, cavalcando e dedicandosi all’osservazione di centinaia di specie d’uccelli, gustando piatti locali come una grigliata di carne ribattezzata chugchucara o bevendo il famigerato pajaro azul (liquore a 70 gradi dove a volte vengono fatte fermentare anche zampe di pollo e zoccoli di mucca), dormendo in strutture costruite in legno e pietra vulcanica.