Un grande campo coltivato a carciofi delinea il confine tra la terra e il mare. L'antica Pyrgi, il porto della città etrusca di Caere è qualche chilometro più a nord, nelle vicinanze dello splendido castello di Santa Severa. E' un territorio ricco di storia quello compreso tra i centri di Ladispoli e Cerveteri, un territorio che da sempre ha avuto vocazione agricola, come ci testimoniano alcune raffigurazioni di foglie di carciofo utilizzate per adornare le tombe della vicina necropoli etrusca di Tarquinia.
Alcuni ricercatori farebbero risalire in Etruria l'inizio della coltivazione del Cynara Cardunculus, primogenito del carciofo, al tempo del periodo di egemonia della confederazione delle 12 città stato. La pianta sarebbe stata addomesticata dagli abili agricoltori etruschi e nel tempo avrebbe acquistato, grazie a diverse selezioni, le caratteristiche che ancora oggi possiamo riscontrare nel carciofo tipico di questi luoghi, il carciofo romanesco.
D'altronde il territorio lungo il litorale a nord di Roma ben si adatta alle coltivazioni di questo ortaggio, grazie alla situazione climatica omogenea molto favorevole per la coltivazione delle piante di carciofo. Fu nell'immediato dopoguerra che si ebbe la massima espansione sul territorio laziale della produzione dei carciofi poichè queste non richiedevano molte spese di lavorazione e allo steso tempo riuscivano a mantenere una buona resa quantitativa e qualitativa per almeno cinque anni.
Oggi la situazione è molto cambiata rispetto allora. Sui campi nei quali per decenni si è coltivato uno dei simboli della cucina ebraico-romana nascono in continuazione nuovi quartieri residenziali pronti ad accogliere i cittadini in fuga dallo smog e dallo stress della vita nella capitale. Qualcuno però ancora crede nelle qualità riconosciute dal marchio Igp conferito al carciofo romanesco e continua a produrre i deliziosi "cimaroli" apprezzati sulle tavole del bel paese.
"Questo è il regno del carciofo romanesco" ripete con insistenza Beniamino Tiozzo, una vita dedicata alla coltivazione dei carciofi e oggi presidente di una delle cooperative che producono i maggiori quantitativi di questo ortaggio da destinare ai mercati ortofrutticoli in tutta Italia. Mentre guida il suo trattore che lentamente procede tra le alte piante con i grandi "capolini" tondi pronti per essere raccolti da uno stuolo di lavoratori provenienti dall'India, racconta che lui è "nato sotto una pianta di carciofi" come a sottolineare che, da queste parti, la coltura di questa varietà di Cynara è parte integrante della vita della gente che qui è nata.
E non poteva essere diversamente visto che è dal 1950 che la Pro Loco di Ladispoli organizza nel mese di Aprile la Sagra del Carciofo. Proprio l' interesse crescente verso questo ortaggio ha fatto si che, negli anni, si favorisse il sorgere di pratiche agricole indirizzate verso una coltivazione ecocompatibile del carciofo stesso in un ottica di valorizzazione del prodotto ma anche di un maggiore rispetto per l'ambiente e per la salute di tutti i consumatori.
Alcuni ricercatori farebbero risalire in Etruria l'inizio della coltivazione del Cynara Cardunculus, primogenito del carciofo, al tempo del periodo di egemonia della confederazione delle 12 città stato. La pianta sarebbe stata addomesticata dagli abili agricoltori etruschi e nel tempo avrebbe acquistato, grazie a diverse selezioni, le caratteristiche che ancora oggi possiamo riscontrare nel carciofo tipico di questi luoghi, il carciofo romanesco.
D'altronde il territorio lungo il litorale a nord di Roma ben si adatta alle coltivazioni di questo ortaggio, grazie alla situazione climatica omogenea molto favorevole per la coltivazione delle piante di carciofo. Fu nell'immediato dopoguerra che si ebbe la massima espansione sul territorio laziale della produzione dei carciofi poichè queste non richiedevano molte spese di lavorazione e allo steso tempo riuscivano a mantenere una buona resa quantitativa e qualitativa per almeno cinque anni.
Oggi la situazione è molto cambiata rispetto allora. Sui campi nei quali per decenni si è coltivato uno dei simboli della cucina ebraico-romana nascono in continuazione nuovi quartieri residenziali pronti ad accogliere i cittadini in fuga dallo smog e dallo stress della vita nella capitale. Qualcuno però ancora crede nelle qualità riconosciute dal marchio Igp conferito al carciofo romanesco e continua a produrre i deliziosi "cimaroli" apprezzati sulle tavole del bel paese.
"Questo è il regno del carciofo romanesco" ripete con insistenza Beniamino Tiozzo, una vita dedicata alla coltivazione dei carciofi e oggi presidente di una delle cooperative che producono i maggiori quantitativi di questo ortaggio da destinare ai mercati ortofrutticoli in tutta Italia. Mentre guida il suo trattore che lentamente procede tra le alte piante con i grandi "capolini" tondi pronti per essere raccolti da uno stuolo di lavoratori provenienti dall'India, racconta che lui è "nato sotto una pianta di carciofi" come a sottolineare che, da queste parti, la coltura di questa varietà di Cynara è parte integrante della vita della gente che qui è nata.
E non poteva essere diversamente visto che è dal 1950 che la Pro Loco di Ladispoli organizza nel mese di Aprile la Sagra del Carciofo. Proprio l' interesse crescente verso questo ortaggio ha fatto si che, negli anni, si favorisse il sorgere di pratiche agricole indirizzate verso una coltivazione ecocompatibile del carciofo stesso in un ottica di valorizzazione del prodotto ma anche di un maggiore rispetto per l'ambiente e per la salute di tutti i consumatori.