È così. Non c'è niente che desideri di più, dopo. Ma quando sei lì, al freddo, con le gambe che ti domandi come potrai muoverle ancora, gli occhi sigillati dal ghiaccio, il vento che ti fa perdere l'equilibrio, e credi di morire e ti sembra che non ce la farai, daresti qualunque cosa per poter tornare indietro. Per non essere in quella tenda con il vento che ulula là fuori. Per non essere in mezzo a quei sassi che ti hanno distrutto le caviglie. Poi ce la fai. Ripensi alle pareti di ghiaccio, agli strapiombi, ai crepacci; rivedi i canaloni, le creste e le guglie di roccia; immagini i seracchi e gli spigoli e i muri di neve. E di nuovo sei lì, in vetta, il cuore che ti scoppia di felicità: ce l'hai fatta, sei arrivato, non conta più niente, quei pensieri li dimentichi, la fatica è bellissima, la paura un elemento indispensabile per la lotta e la conquista. Non c'è niente che desideri di più, dopo. Solo vetta di una montagna. Ancora e poi ancora.
"Perché scalare è diventare alchimisti": lo dice Linda Cottino, dal 2003 direttore di Alp, la più letta rivista del settore. "Perché alchimisti? Perché per riuscire a farlo bene si deve essere in grado di mescolare tanti elementi tutti importanti e tutti diversi tra loro. Decidi di salire. Decidi quindi di affrontare un pericolo. Di accettare un rischio, anche se oggi rispetto a qualche decennio fa sono i rischi molto ridotti (ovunque si trovano pareti attrezzate, come sul monte Bianco). Accetti la paura, il pericolo, la fatica: fattori che scatenano reazioni adrenaliniche, un'emozione forte. Che va combinata con la tecnica, con l'allenamento e con la tenuta mentale e psicologica. Ecco perché parlo di alchimia".
Alchimisti affascinati dall'infinito, quasi dei mistici, gli innamorati della montagna: che sanno qualcosa che altri non immaginano nemmeno. Che la montagna vibra. Che ha una sua individualità, un suo spirito, una sua volontà: una sua differenza. Una sua forza. Quante volte si sente dire l'ha preso la montagna. Quasi fosse viva. Quasi sapesse che non si può osare sfidarla oltre un certo limite.
"E però la montagna è anche qualcosa che permette di resistere. Un antidoto" continua Linda Cottino. "Contro la malattia del nulla che a volte entra nelle nostre vite. Le mie montagne italiane preferite? Intanto l'Argentera, che fa parte delle Alpi Marittime. La più alta della zona. La prima che ho scalato. E la prima volta non si scorda mai. Poi il Cervino. Lo scalavo e pensavo a questo enorme pezzo di storia dell'alpinismo. Pensavo alle due cordate che a fine dell'Ottocento, nel 1865, si avventurarono in una folle competizione. Dei sette della cordata dell'inglese Edward Whymper, che lo scalarono dal lato svizzero, morirono in quattro. Dal lato italiano fu scalato per la prima volta dalla cordata guidata dall'alpinista italiano Jean-Antoine Carrel, che arrivò in vetta, dal lato italiano appunto, qualche giorno dopo il successo di Whymper, di cui era amico e compagno di arrampicate. Ripensavo a tutto questo salendo. Un'emozione. Forte".
Come se la montagna parlasse, sussurrasse, lei, così piena di segreti, così imprendibile nonostante le tante conquiste. Come se, al pari delle profondità marine per i sub, fosse l'unica parte del nostro pianeta non ancora addomestica, dove ancora si percepisce la forza della natura, l'archetipo dell'energheia di cui parlava Jung. Come quando arrivano le valanghe e non c'è niente da fare. Si rizzano tutti i peli, il cervello va in tilt, il cuore inizia a battere forte, come un coro di tamburi, le gambe vanno di quà e di là, sei terrorizzato non sai dove nasconderti, come ti puoi nascondere da una valanga? Non c'è niente da fare è il terrore puro, il terrore della morte che sta arrivando, sicuro che sta arrivando, annunciata da quell'urlo, da quel ruggito incredibile. Come quando si sale e sale anche il mal di testa. E non importa. Si va avanti. Perché? Come con un amore che sembra senza speranza e tu no, non cedi, continui ad andare avanti perché senti, lo senti laggiù, nel profondo, che quella è una cosa vera, è una cosa viva. Così è per la montagna. Quando sei lassù, sola, solo, circondato da quella natura che non si farà mai dominare, quando sarai lassù e ce l'avrai fatta, l'avrai scalata, lei che pulsante e viva ha cercato di scacciarti, quando sarai lì capirai che non vorresti essere da nessun altra parte.
E il bello è che non finisce mai. Scali le Dolomiti, il Gran Sasso, il Cervino, il Monte Bianco c'è sempre qualcos'altro da sperimentare. Anche nella nostra piccola, mediterranea Italia. "È vero, in Italia c'è una grande varietà anche da questo punto di vista" dice Federico Bordi, docente di Fisica alla Sapienza di Roma e istruttore del Cai, Club Alpino Italiano.
"L'ambiente dolomitico, cioè le Alpi nella zona del Trentino, per esempio, è completamente diverso da quello delle Alpi occidentali nella zona del Cervino o del Monte Bianco. Nelle Dolomiti ci sono pareti verticali, quindi si è sviluppata maggiormente la cultura dell'arrampicata su roccia anche estrema. Sul Monte Bianco, invece, si trovano più neve e più ghiaccio e ovviamente si arrampica in un modo diverso. Cos'è la montagna per me? Divertimento puro. La sofferenza, le sfide estreme, il rischio della vita, l'esaltazione a tutti i costi, trovo che siano un'eredità del superomismo degli scalatori di fine Ottocento inizio Novecento, quando però la situazione storico-culturale era ben diversa. Non a caso si concluse con il nazismo. La montagna come lacrime e sangue, come conquista della vetta, sfida con se stessi o con la natura è un anacronismo. Sulla tessera del Cai fino a poco tempo fa era scritta una frase di Guido Rey, tra i fondatori del Club Alpino. "Io credetti e credo la lotta coll'Alpe, utile come il lavoro, nobile come un'arte, bella come una fede" che in qualche modo rispecchia quel modo di pensare. Oggi però la frase è cambiata: è sempre di Rey ma dice: "La montagna è fatta per tutti non solo per gli alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte". Un cambiamento che mi sembra significativo".
Il riposo nella quiete. Il riposo della fatica. La sfida e il divertimento, il gioco e il dolore. La montagna può essere tutto questo e anche di più. Non giudica. Sta lì, apparentemente immobile, eppure viva, pulsante. E quando arrivi in vetta, che tu l'abbia fatto per sfidare te stesso o per divertimento, non c'è niente che desideri di più.
"Perché scalare è diventare alchimisti": lo dice Linda Cottino, dal 2003 direttore di Alp, la più letta rivista del settore. "Perché alchimisti? Perché per riuscire a farlo bene si deve essere in grado di mescolare tanti elementi tutti importanti e tutti diversi tra loro. Decidi di salire. Decidi quindi di affrontare un pericolo. Di accettare un rischio, anche se oggi rispetto a qualche decennio fa sono i rischi molto ridotti (ovunque si trovano pareti attrezzate, come sul monte Bianco). Accetti la paura, il pericolo, la fatica: fattori che scatenano reazioni adrenaliniche, un'emozione forte. Che va combinata con la tecnica, con l'allenamento e con la tenuta mentale e psicologica. Ecco perché parlo di alchimia".
Alchimisti affascinati dall'infinito, quasi dei mistici, gli innamorati della montagna: che sanno qualcosa che altri non immaginano nemmeno. Che la montagna vibra. Che ha una sua individualità, un suo spirito, una sua volontà: una sua differenza. Una sua forza. Quante volte si sente dire l'ha preso la montagna. Quasi fosse viva. Quasi sapesse che non si può osare sfidarla oltre un certo limite.
"E però la montagna è anche qualcosa che permette di resistere. Un antidoto" continua Linda Cottino. "Contro la malattia del nulla che a volte entra nelle nostre vite. Le mie montagne italiane preferite? Intanto l'Argentera, che fa parte delle Alpi Marittime. La più alta della zona. La prima che ho scalato. E la prima volta non si scorda mai. Poi il Cervino. Lo scalavo e pensavo a questo enorme pezzo di storia dell'alpinismo. Pensavo alle due cordate che a fine dell'Ottocento, nel 1865, si avventurarono in una folle competizione. Dei sette della cordata dell'inglese Edward Whymper, che lo scalarono dal lato svizzero, morirono in quattro. Dal lato italiano fu scalato per la prima volta dalla cordata guidata dall'alpinista italiano Jean-Antoine Carrel, che arrivò in vetta, dal lato italiano appunto, qualche giorno dopo il successo di Whymper, di cui era amico e compagno di arrampicate. Ripensavo a tutto questo salendo. Un'emozione. Forte".
Come se la montagna parlasse, sussurrasse, lei, così piena di segreti, così imprendibile nonostante le tante conquiste. Come se, al pari delle profondità marine per i sub, fosse l'unica parte del nostro pianeta non ancora addomestica, dove ancora si percepisce la forza della natura, l'archetipo dell'energheia di cui parlava Jung. Come quando arrivano le valanghe e non c'è niente da fare. Si rizzano tutti i peli, il cervello va in tilt, il cuore inizia a battere forte, come un coro di tamburi, le gambe vanno di quà e di là, sei terrorizzato non sai dove nasconderti, come ti puoi nascondere da una valanga? Non c'è niente da fare è il terrore puro, il terrore della morte che sta arrivando, sicuro che sta arrivando, annunciata da quell'urlo, da quel ruggito incredibile. Come quando si sale e sale anche il mal di testa. E non importa. Si va avanti. Perché? Come con un amore che sembra senza speranza e tu no, non cedi, continui ad andare avanti perché senti, lo senti laggiù, nel profondo, che quella è una cosa vera, è una cosa viva. Così è per la montagna. Quando sei lassù, sola, solo, circondato da quella natura che non si farà mai dominare, quando sarai lassù e ce l'avrai fatta, l'avrai scalata, lei che pulsante e viva ha cercato di scacciarti, quando sarai lì capirai che non vorresti essere da nessun altra parte.
E il bello è che non finisce mai. Scali le Dolomiti, il Gran Sasso, il Cervino, il Monte Bianco c'è sempre qualcos'altro da sperimentare. Anche nella nostra piccola, mediterranea Italia. "È vero, in Italia c'è una grande varietà anche da questo punto di vista" dice Federico Bordi, docente di Fisica alla Sapienza di Roma e istruttore del Cai, Club Alpino Italiano.
"L'ambiente dolomitico, cioè le Alpi nella zona del Trentino, per esempio, è completamente diverso da quello delle Alpi occidentali nella zona del Cervino o del Monte Bianco. Nelle Dolomiti ci sono pareti verticali, quindi si è sviluppata maggiormente la cultura dell'arrampicata su roccia anche estrema. Sul Monte Bianco, invece, si trovano più neve e più ghiaccio e ovviamente si arrampica in un modo diverso. Cos'è la montagna per me? Divertimento puro. La sofferenza, le sfide estreme, il rischio della vita, l'esaltazione a tutti i costi, trovo che siano un'eredità del superomismo degli scalatori di fine Ottocento inizio Novecento, quando però la situazione storico-culturale era ben diversa. Non a caso si concluse con il nazismo. La montagna come lacrime e sangue, come conquista della vetta, sfida con se stessi o con la natura è un anacronismo. Sulla tessera del Cai fino a poco tempo fa era scritta una frase di Guido Rey, tra i fondatori del Club Alpino. "Io credetti e credo la lotta coll'Alpe, utile come il lavoro, nobile come un'arte, bella come una fede" che in qualche modo rispecchia quel modo di pensare. Oggi però la frase è cambiata: è sempre di Rey ma dice: "La montagna è fatta per tutti non solo per gli alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte". Un cambiamento che mi sembra significativo".
Il riposo nella quiete. Il riposo della fatica. La sfida e il divertimento, il gioco e il dolore. La montagna può essere tutto questo e anche di più. Non giudica. Sta lì, apparentemente immobile, eppure viva, pulsante. E quando arrivi in vetta, che tu l'abbia fatto per sfidare te stesso o per divertimento, non c'è niente che desideri di più.