Viaggi

Nebrodi

Un'oasi senza tempo

Vette imponenti, laghi d'alta quota, boschi. Nel parco dei Nebrodi, una magnifica area naturalistica, riccha di fauna e di flora, è tornato a vivere l'antico Grifone. I Viaggi

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"Lo sguardo scivola per decine di chilometri sulle faggete smeraldine, tappezzanti rilievi dolci non irrilevanti. Più in basso, nelle radure, piccole mandrie di bovini al pascolo, segnalate dal cadenzato tintinnio dei campanacci. Poi l'occhio volge altrove: e incappa nel profilo ascendente, indiscutibile, di un immenso vulcano: è l'Etna, il Signore dei crateri. E la terra, rigogliosa, è terra di Sicilia. Un'isola, insomma. Anzi, un'isola nell'isola: così gli Arabi amavano definire infatti l'area dei Nebrodi, massiccio montuoso dalle vette imponenti (la più alta è il Monte Soro, oltre 1800 m) adagiato sul nord-est della costa siciliana, per distinguerlo dal resto del territorio.

Un vero cuore verde palpitante sul mare, sulla direttrice Palermo-Messina, con 85.600 ettari di pascoli, laghetti d'alta quota e boschi, pari al 25% dell'intero patrimonio forestale della regione: dove grazie a un microclima particolare vegetano le faggete più meridionali d'Europa. Fine dello stereotipo della Sicilia arida e riarsa? Pare proprio di sì. Anche se gli stessi siciliani non ne sono ancora del tutto consapevoli. «Sì, questo territorio è stato a lungo oggetto di interesse soltanto per gli studiosi», spiega Salvatore Giarratana, commissario straordinario del Parco Regionale dei Nebrodi (il sito) «e soltanto adesso comincia ad essere apprezzato da un turismo più ampio. Il merito? Soprattutto delle comunità locali che hanno saputo reinventarsi un'identità all'interno del Parco, superando le varie municipalità. L'area protetta come strumento per migliorare la vivibilità sta rivelandosi un'arma vincente. Il recente completamento dell'autostrada PA-ME ha fatto poi il resto».

E così, dal 1993 in poi, anno di istituzione della Riserva, ben 23 comuni, da quelli costieri a quelli via via più interni (distribuiti tra le province di Catania, Messina ed Enna) hanno aderito al Progetto Parco. Nei loro nomi, tutta la storia millenaria dell'isola: le greche Randazzo (Randakés) e Mistretta (Amestratos), le arabe Cesarò (Kisar), Galati Mamertino (Qal-ath) e Alcara Li Fusi (Alkareth), la normanna San Fratello, su su fino alla minuscola Floresta, il più alto tra i comuni siciliani con i suoi 1.275 metri di quota. In ognuna delle cittadine, concentrati di tradizioni e laboriosità pastorale. Su ognuna di esse, una natura avvolgente e imperiosa. Popolata di animali antichi, domestici e di ritorno. Alzare la testa per credere, ad Alcara Li Fusi, la sera, quando il tramonto bagna di rosso la Rocca Traura. Perché lui, il Grifone dei Nebrodi, u vuturuna, è tornato a volare. Anzi, a volteggiare.

Studiato dall'ornitologo Angelo riolo e da Luigi Lino, esperto del Fondo Siciliano per la Natura (il sito), verso la metà degli anni '60 questo avvoltoio (gyps fulvus) era stato sterminato a colpi di stricnina, sparsa dagli allevatori per eliminare le volpi. Per il grifone, spazzino della natura capace di nutrirsi solo di resti animali, fu la fine. Nel 2001 la decisione da parte del Parco di reintrodurlo, importando esemplari dalla Spagna. Oggi sono circa 35 i grifoni presenti nella colonia di Alcara, perfettamente integrati in un territorio dove hanno sempre abitato. Grandi trasvolatori, alti più di 70 cm, capaci di percorrere centinaia di km, è facile scorgerli mentre si fanno trasportare, lenti e solenni, dalle correnti ascensionali che dalla costa, lungo il torrente Rosmarino, risalgono verso l'interno.

Li sostengono le lunghe ali sfrangiate, ampie più di tre metri, nei caratteristici voli a spirale. Da terra, in un'ampia voliera (visitabile solo dall'esterno) li osservano venti paia di occhi, bordati di cilestrino, assai meno truci di quanto si possa immaginare. Sono quelli dei loro fratelli, in fase di adattamento, che presto verranno rilasciati dai naturalisti del Parco. Giusto il tempo per studiare bene, da dietro la rete, la grande parete di roccia dove un giorno andranno a nidificare. Ma perdendosi lungo le trazzere che portano alla Cascata del Catafurco o al fitto bosco di Mangalaviti, i Nebrodi svelano una fauna selvatica più domestica e avvicinabile.


Impossibile non sorridere nell'imbattersi nelle famigliole di suini neri, scuri e brillanti nel verde dei prati, scampati da poco da sicura estinzione. E impossibile non seguire il lento trotterellare dei cavalli sanfratellani, veri testimonial del panorama nebroideo, mentre pascolano lungo i crinali accompagnati solo dal suono dei loro campanacci. Antichissima razza, la storia li vuole trasportati qui dai Normanni, che li sbarcarono al porto di Milazzo per utilizzarli nelle cariche in battaglia, per poi abbandonarli nelle campagne di San Fratello. Destinandoli a trasformarsi, dopo secoli di traversie, nella più importante colonia europea di cavalli allo stato brado, con oltre 5.000 capi. Infine, per i più arditi, l'appuntamento d'obbligo è sulle Rocche del Crasto, tra Longi, San Marco D'Alunzio e Alcara, là dove la montagna si srotola in mare. Qui è il regno dell'Aquila reale, che non caso si è scelta il più inaccessibile, ma il più strepitoso dei luoghi, a picco nel vuoto: per osservarla un pc (il nido, anzi il posatoio, è monitorato da una webcam installata dal parco) o un binocolo e un po' di tempo. Da trascorrere accoccolati sul verde delle Rocche. Di fronte il profilo di Salina, con suoi doppi vulcani, sbuca dal mare, isola verso isola. Non c'è più alcun dubbio: è proprio Sicilia.

— PRODOTTI GASTRONOMICI E CERAMICHE —
Biscotti al pistacchio, Matrangela ed escursioni a cavallo
Formaggi, ceramiche, tessuti. La più vasta area protetta della Sicilia non poteva non deludere in quanto a prodotti tipici. Qualche esempio? I cavadduzzi di Floresta, piccole sculture in pasta di formaggio filata a forma di cavallino, simbolo del cavallo sanfratellano (si dice portino fortuna). O la celebre statuina in ceramica della Matrangela, la mamma di tutti gli angeli, realizzata dai ceramisti di Santo Stefano di Camasta. Per non parlare poi delle pizzare, le stoffe intrecciate tessute a mano dalle filatrici di Alcara Li Fusi (che non a caso deve il suo doppio nome proprio a questa secolare attività). Da segnalare poi il pane, i biscotti al pistacchio e i prodotti a Longi, in uno degli ultimi mulini a macina di pietra ancora funzionanti (il sito). Sempre a Longi da non perdere sono le granite del superpremiato Francesco Lazzara del Roxy Bar.

Un discorso a parte meritano i prodotti realizzati con il simpatico suino nero dei Nebrodi, per il quale è stato creato un consorzio ad hoc. Lardo, prosciutto, insaccati e i vari tagli di carne sono infatti le vere star di tutti i ristoranti (i migliori sono segnalati nella carta "La strada dei sapori" del parco), che non mancano mai di inventare nuove rivisitazioni. Ma in un parco così grande occorre sapersi muovere. Ecco dunque a disposizione una serie di servizi messi a disposizione dalle comunità dell'area nebroidea. Valga per tutte la società di servizi turistici Nebrodibandb (il sito) che organizza escursioni personalizzate e itinerari naturalistici. Escursioni a cavallo, ma anche stuzzicanti aperitivi, al ristorante Villa Ribot di Floresta (telefono 0941/662315). Attrezzatissimi anche i percorsi a piedi in solitaria: la splendida Dorsale dei Nebrodi con i suoi 70 km (4 giorni di cammino da Mistretta a Floresta) attende i trekker più ostinati.

— MUSEO DI COMISO —
La Ducea di Nelson per gli appassionati di storia navale
Quando nel 1799 Ferdinando I di Borbone fu costretto a riparare in Sicilia, per sfuggire ai rivoluzionari delle repubblica partenopea, a scortare la famiglia reale nell'isola fu nientemeno che l'ammiraglio Orazio Nelson, l'eroe del Nilo, vincitore di Napoleone nella rada di Abukir e già celebre eroe della Royal Navy. Ferdinando, per sdebitarsi di tanto zelo (Nelson aveva anche provveduto a far impiccare sulla sua nave l' ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo, reo di aver sostenuto l'insurrezione), pensò bene di fargli dono di possedimenti siciliani, comprendenti la città di Bronte, l'abbazia di Maniace e 15.000 ettari di terra coltivabile.

Inizia così la storia della Ducea di Nelson, enclave inglese ai piedi dell'Etna, rimasta, tra alterne vicende, di proprietà dei discendenti dell'ammiraglio fino al 1981, anno in cui l'ultimo duca Alexander Nelson Hood la rivende al Comune di Bronte per un miliardo e 750 milioni delle vecchie lire (www.bronteinsieme.it). Nelson non mise mai piedi nella sua tenuta (morirà nel 1805 vincendo a Trafalgar) ma amò fregiarsi del titolo, firmandosi fino alla fine "Nelson and Bronte": contribuendo così a far conoscere nel mondo il nome della cittadina etnea, trasformata suo malgrado in proprietà feudale di una dinastia straniera. Oggi la Ducea è sede del Museo Nelson, vera gioia per gli occhi degli appassionati di storia navale. Nelle sale abitate dai dei sette duchi che amarono (a loro modo) queste terre, è possibile ammirare quadri con battaglie navali, mappe, bauli da marinaio e anche il set di bicchieri di cristallo, che l'ammiraglio portava bordo sempre con sé. Tutto l'insieme è uno spaccato di storia inglese in terra siciliana. Imperdibile (info: telefono 095/690018).