Viaggi

Usa

Coast to coast
verso il sogno

Il corrispondente di Repubblica racconta il viaggio che gli ha cambiato la vita nel lontano 1979. Le foto

2 minuti di lettura
Ho il privilegio di essere pagato per girare il mondo: ho cominciato un quarto di secolo fa, e non ho ancora smesso. Di viaggi memorabili, fatti grazie al mestiere di corrispondente o inviato dall'estero, ne ricordo tanti: due settimane su una nave di Greenpeace dall'Atlantico al Pacifico attraversando il Canale di Panama, un'odissea all'indietro nel tempo per vedere la casa natia di Mikhail Gorbaciov nelle assolate campagne della Russia meridionale, un'avventurosa spedizione in Afghanistan per raggiungere Kabul prima che cadesse in mano ai mujaheddin, ecco i primi che mi vengono in mente.

Ma il viaggio che mi ha cambiato la vita, devo dire, non l'ho fatto per conto di un giornale: l'ho pagato, infatti, di tasca mia. Pagato poco, in verità, e adesso vi racconto come. Nell'estate del 1979, giovane giornalista free-lance, appena laureato - grazie agli esami in "collettivo" del movimento del '77 - in Giurisprudenza, partii con due amici e compagni di studi per l'America. Il motivo della scelta era chiaro: le idee politiche di noi ventenni di allora pendevano radicalmente a sinistra, ma l'America restava il nostro mito, per i suoi film, i suoi romanzi, i suoi spazi sconfinati. C'era però un problema, comune ai ventenni di ogni generazione: non avevamo un soldo. Vabbè, non è del tutto esatto, qualche soldo l'avevamo: ma non molti. Pianificammo il viaggio, perciò, sulla base delle nostre scarse risorse finanziarie.

Per cominciare, l'aereo: un volo Bruxelles-New York con i charter della Capitol Airlines, "carretta del cielo" che miracolosamente ci portò a destinazione (e indietro). Quindi, l'alloggio: nella Big Apple era presso una casetta di Brooklyn, segnalataci dalla catena del solidarismo internazionale, dove alloggiavano i militanti di oscuri gruppi dell'estrema sinistra americana: una specie protetta, all'epoca, oggi sicuramente estinta.

Noi tre eravamo costretti a interminabili dibattiti sui destini del comunismo mondiale, argomento su cui non ci sentivamo particolarmente preparati, ma facevamo del nostro meglio: in cambio c'era l'ospitalità gratuita. Quindi venne il bello: mettersi on the road, sulle orme di Jack Kerouac, nell'inevitabile coast to coast. Sempre per risparmiare, lo facemmo sui Greyhound, gli autobus di linea, in tre giorni e tre notti, dormendo a bordo e mangiando sandwich alle stazioni di servizio. Finalmente giunti a San Francisco, trovammo un letto a buon mercato in un albergo per barboni alcolizzati e meretrici sdentate; poi, dopo qualche giorno, incontrato un altro nostro amico italiano, ci dividemmo in due equipaggi e puntammo su Los Angeles in autostop. Sul cartello da tenere in mano per indicare la località desiderata avevamo scritto "WHY NOT?": gli automobilisti ci passavano di fianco, registravano mentalmente il messaggio, scoppiavano a ridere, frenavano e ci tiravano su.

A Los Angeles, noleggiammo un'utilitaria e andammo alla ricerca dei due scrittori che allora amavamo di più: Henry Miller e Charles Bukowski. Il primo non lo trovammo, il secondo, fortunosamente, sì: passando con lui un pomeriggio indimenticabile a bere birra. Tornammo a New York con un altro bus, leggermente diverso dal Greyhound: il Greyrabbit, versione hippy dei bus di linea, riempito di materassi al posto dei sedili. Prendeva strade secondarie, faceva soste davanti a laghetti e fiumi per farci fare il bagno, il resto ve lo lascio immaginare. Sull'aereo che ci riportava in patria, capii che non ero più lo stesso dell'andata: l'America mi chiamava. Infatti pochi mesi dopo ripartii, da solo questa volta, e da allora in un certo senso non sono tornato a casa mai più.