Chiloé si trova sulla strada della Patagonia, ma ha un paesaggio diverso dai deserti del Nord e da quello della Terra del Fuoco. È un’isola affascinante, la seconda del Sudamerica, nella Regione dei Laghi. La sua gente vive di pesca, taglio del legname, agricoltura e recentemente di turismo. Ci si arriva con meno di 50 euro, in una confortevole notte in bus da Santiago del Chile. La mattina si sosta a Puerto Montt nel quartiere Ansermó, le pescherie vendono cozze grandi il doppio delle nostre, salmone e merluzzo. I ristoranti cucinano il pesce fresco sotto gli occhi del turista. Superato il Canale di Chacao in traghetto, inizia l’avventura. I racconti di Coloane ci accompagnano per mano all’isola verde e selvaggia, avvolta da misteri come nei suoi romanzi. I capelli e la barba d’argento brillano in una foto in bianco e nero.
Annunciano il suo sguardo, rivolto all’oceano, a sud, verso la vera Frontiera scomparsa, collana che Luis Sépulveda curava per Tea Edizioni. «Da Vancouver, all’estremo nord del Pacifico, non esiste altro mare interno più bello e mite di quello dell’Arcipelago di Chiloé. Le isole si sgranano come collane di perle, e la più grande, che dà il nome alla regione, è un lungo e alto bastione che protegge le sorelle minori dalla furia del Pacifico. È un formidabile frammento di cordigliera costiera disposto come un gigantesco frangiflutti in mezzo all’oceano… ma l’Isola Grande di Chiloé innalza la sua protezione di roccia e arenaria terziaria, formando quel mare interno, i cui sbocchi sono il Canale di Cucao e il Golfo del Corcovado…».
Così nel 1962 Francisco Coloane (1910-2002) racconta il paesaggio australe con El camino de la ballena, tradotto da Pino Cacucci e Gloria Corica per Tea. Una natura forte, dove si trova anche la rara colonia cilena in cui si osservano il Pinguino di Magellano e quello di Humboldt insieme. La frase che apre uno dei più bei racconti dello scrittore di romanzi patagonici invita a conoscere il suo paese natale: «Quella notte accaddero cose piuttosto strane a Quemchi, piccolo porto di legname». Quando la nebbia si dirada, la marea adagia le barche su un fianco, davanti alla manciata di case fuori dalle rotte turistiche. In un altro passo della Scia scia della balena: «Ci sono insenature, stretti, fiordi e piattaforme dove i ghiacciai dell’era glaciale hanno lasciato morene e limo fecondo. Su tutte queste numerose isole cresce una fitta vegetazione silvestre, che attraverso i millenni ha formato una spessa coltre vegetale, dove abbonda spesso la patata, poiché questo tubero è originario di Chiloé». Alla stessa conclusione giunse Charles Darwin nel 1835 osservando proprio qui la pianta.
Nel capoluogo Renato Arancibia è l’inventore del turismo alternativo. Ha chiamato l’agenzia Turismo Pehuén (www.turismopehuen.cl) in onore del pinolo dell’araucaria, la cui farina era l’alimento base dei Pehuénces. E conferma: «Qui molta gente confida ancora su antichi miti locali». Come in quello del Trauco, gnomo rugoso vestito di muschi e licheni. È l’uomo selvaggio che insidia le vergini. A lui si dà la colpa se una donna aspetta un figlio di padre anonimo. Giustifica i problemi sorti quando un uomo lascia la donna e parte per la Terra del Fuoco o s’imbarca per anni a inseguire le balene.
In questa terra di esodi e stenti c’è chi crede al Caleuche, sorta di olandese volante, il vascello fantasma che appare improvviso. La “fortuna facile” illude chi lotta per la sopravvivenza. Su questo lembo d’America latina in mezzo al mare, si pratica ancora una tradizione originale: la Minga. È il trasferimento della dimora di legno tutta intera, da un luogo a un altro, con l’aiuto di molti gioghi di buoi. A Castro, fondata nel 1567 dagli spagnoli, vivono 40.000 abitanti: un quarto dei chiloesi. Dal lungomare dei Palafitos, le case di legno colorate sospese sul mare, si entra nella fiera dell’artigianato e ci si perde fra i colori delle lane. Nella piazza c’è Años Luz, il locale più bello dell’isola. Ha una barca per bancone e ogni sera si mangia e si fa musica. Sulla costa ovest si espande il Parco Nazionale di Chiloé.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035356]]A 21 anni Darwin passò per Castro a cavallo e arrivò fino a Cucao, incaricato dal capitano Fitz-Roy, comandante del Beagle. «La nostra compagna, che era piuttosto bella,…, tuttavia cavalcava da uomo, senza calze né scarpe». Scrisse nel Viaggio di un naturalista intorno al mondo, attraversando a fatica le selve d’Alerce o lahuén. In seguito il naturalista Abate Molina chiamò Fitzroya cupressoides la conifera che dà il legname più usato per le scandole (tegole di legno) delle case cilene. Il suo taglio dura da secoli: è vietato ma ancora praticato, complici i giapponesi e le m valli ci conforta nel cammino verso la frontiera scomparsa, fino a sparire nella nebbia, fra distese di conchiglie portate dal mare.
Le nuvole corrono in tutte le direzioni e a tutti i livelli, regalano luci mai viste. Il sole rincorre gli spiragli per mostrare i colori del paese alle porte della Fine del mondo. Oltre il rio, la falesia e la foresta, dal prato sulla collina si vedono le onde schiantarsi sulla costa scolpita di archi naturali. Al ritiro della marea gli Huilliches raccolgono l’alga commestibile del Cochajullo, per essiccarla sugli scogli, sui prati e per portarla in matasse a dorso di mulo ai mercati. In attesa di mangiarla bollita e condita, la mastichiamo camminando. La sera una guida prepara il curanto, scavando una conca nel terreno. Sulle pietre roventi avvolge carni, pesci, frutti di mare e verdure a strati nelle foglie del pangue, larghe due metri. Qualche ora dopo ci serviamo del cibo con le mani. Nella notte il Pacifico torna a farsi sentire incessante e supera le dune, come per entrare nelle tende
Annunciano il suo sguardo, rivolto all’oceano, a sud, verso la vera Frontiera scomparsa, collana che Luis Sépulveda curava per Tea Edizioni. «Da Vancouver, all’estremo nord del Pacifico, non esiste altro mare interno più bello e mite di quello dell’Arcipelago di Chiloé. Le isole si sgranano come collane di perle, e la più grande, che dà il nome alla regione, è un lungo e alto bastione che protegge le sorelle minori dalla furia del Pacifico. È un formidabile frammento di cordigliera costiera disposto come un gigantesco frangiflutti in mezzo all’oceano… ma l’Isola Grande di Chiloé innalza la sua protezione di roccia e arenaria terziaria, formando quel mare interno, i cui sbocchi sono il Canale di Cucao e il Golfo del Corcovado…».
Così nel 1962 Francisco Coloane (1910-2002) racconta il paesaggio australe con El camino de la ballena, tradotto da Pino Cacucci e Gloria Corica per Tea. Una natura forte, dove si trova anche la rara colonia cilena in cui si osservano il Pinguino di Magellano e quello di Humboldt insieme. La frase che apre uno dei più bei racconti dello scrittore di romanzi patagonici invita a conoscere il suo paese natale: «Quella notte accaddero cose piuttosto strane a Quemchi, piccolo porto di legname». Quando la nebbia si dirada, la marea adagia le barche su un fianco, davanti alla manciata di case fuori dalle rotte turistiche. In un altro passo della Scia scia della balena: «Ci sono insenature, stretti, fiordi e piattaforme dove i ghiacciai dell’era glaciale hanno lasciato morene e limo fecondo. Su tutte queste numerose isole cresce una fitta vegetazione silvestre, che attraverso i millenni ha formato una spessa coltre vegetale, dove abbonda spesso la patata, poiché questo tubero è originario di Chiloé». Alla stessa conclusione giunse Charles Darwin nel 1835 osservando proprio qui la pianta.
Nel capoluogo Renato Arancibia è l’inventore del turismo alternativo. Ha chiamato l’agenzia Turismo Pehuén (www.turismopehuen.cl) in onore del pinolo dell’araucaria, la cui farina era l’alimento base dei Pehuénces. E conferma: «Qui molta gente confida ancora su antichi miti locali». Come in quello del Trauco, gnomo rugoso vestito di muschi e licheni. È l’uomo selvaggio che insidia le vergini. A lui si dà la colpa se una donna aspetta un figlio di padre anonimo. Giustifica i problemi sorti quando un uomo lascia la donna e parte per la Terra del Fuoco o s’imbarca per anni a inseguire le balene.
In questa terra di esodi e stenti c’è chi crede al Caleuche, sorta di olandese volante, il vascello fantasma che appare improvviso. La “fortuna facile” illude chi lotta per la sopravvivenza. Su questo lembo d’America latina in mezzo al mare, si pratica ancora una tradizione originale: la Minga. È il trasferimento della dimora di legno tutta intera, da un luogo a un altro, con l’aiuto di molti gioghi di buoi. A Castro, fondata nel 1567 dagli spagnoli, vivono 40.000 abitanti: un quarto dei chiloesi. Dal lungomare dei Palafitos, le case di legno colorate sospese sul mare, si entra nella fiera dell’artigianato e ci si perde fra i colori delle lane. Nella piazza c’è Años Luz, il locale più bello dell’isola. Ha una barca per bancone e ogni sera si mangia e si fa musica. Sulla costa ovest si espande il Parco Nazionale di Chiloé.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035356]]A 21 anni Darwin passò per Castro a cavallo e arrivò fino a Cucao, incaricato dal capitano Fitz-Roy, comandante del Beagle. «La nostra compagna, che era piuttosto bella,…, tuttavia cavalcava da uomo, senza calze né scarpe». Scrisse nel Viaggio di un naturalista intorno al mondo, attraversando a fatica le selve d’Alerce o lahuén. In seguito il naturalista Abate Molina chiamò Fitzroya cupressoides la conifera che dà il legname più usato per le scandole (tegole di legno) delle case cilene. Il suo taglio dura da secoli: è vietato ma ancora praticato, complici i giapponesi e le m valli ci conforta nel cammino verso la frontiera scomparsa, fino a sparire nella nebbia, fra distese di conchiglie portate dal mare.
Le nuvole corrono in tutte le direzioni e a tutti i livelli, regalano luci mai viste. Il sole rincorre gli spiragli per mostrare i colori del paese alle porte della Fine del mondo. Oltre il rio, la falesia e la foresta, dal prato sulla collina si vedono le onde schiantarsi sulla costa scolpita di archi naturali. Al ritiro della marea gli Huilliches raccolgono l’alga commestibile del Cochajullo, per essiccarla sugli scogli, sui prati e per portarla in matasse a dorso di mulo ai mercati. In attesa di mangiarla bollita e condita, la mastichiamo camminando. La sera una guida prepara il curanto, scavando una conca nel terreno. Sulle pietre roventi avvolge carni, pesci, frutti di mare e verdure a strati nelle foglie del pangue, larghe due metri. Qualche ora dopo ci serviamo del cibo con le mani. Nella notte il Pacifico torna a farsi sentire incessante e supera le dune, come per entrare nelle tende