Viaggi

Sardegna

L'isola dei due mondi

La prima guida turistica italiana che fu dedicata a questa perla del Mediterraneo fu pubblicata dal Touring Club. Racconta di una terra profondamente divisa tra coste e interno. I Viaggi

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o storico Lucien Febvre la definì Isola prigione. Al contrario della Sicilia, crocevia del Mediterraneo, che ha assimilato culture e tradizioni da Fenici, Greci, Romani, Arabo-bizantini, Normanni e via di seguito, la Sardegna sarebbe rimasta un mondo chiuso, ancestrale. Scrivendo alla moglie Giulia, Gramsci afferma che «Ogni sardo è un’isola nell’isola». E si dice convinto che in questa citazione «un pochino di vero c’è». Ovvero, la Sardegna è un mondo a sé e i Sardi ci vivono imbozzolati. Staccati da tutto. La prima Guida italiana della Sardegna, edita dal Touring Club Italiano, è del 1918: il viaggio in Sardegna è descritto come un’avventura romantica in un luogo selvaggio, incontaminato, a volte aspro e ostile.

Valéry l’aveva definita nel 1835 «una vasta pianura azzurra». Ma in realtà, fin dalle prime battute, la Guida lascia intravedere due Sardegne: quella delle coste, profumata di oleandri e di sole, e quella dell’interno, orgogliosa terra di pastori e banditi, segnata da un paesaggio «arido e ventoso», da montagne impervie e rocce granitiche. Le prime Guide ci raccontano 2 mondi incomunicabili: quello della modernizzazione, arrivata con i 2 secoli della dominazione sabauda (1718-1918), e quella che resiste alla civiltà e resta immobile, lontana. Una Sardegna delle coste, che nei secoli ha dialogato col mondo e che allieta lo sguardo dei viaggiatori; e una terra antica, sospettosa, solitaria. Questa orgogliosa bellezza dell’interno è rimasta ferma nel tempo, come un miracolo, come una maledizione. All’inizio del ‘900, quando esce la Guida del Touring, il nemico principale della Sardegna è la malaria da cui ci si difende, fra metà maggio e fine ottobre, muovendosi solo di notte, proteggendosi con indumenti pesanti, accendendo falò per tenere lontani nugoli di zanzare. Quando non è mortale, il flagello malaria rende la gente debole e inerte, spettrali i centri abitati dove si sbarrano porte e finestre. È mai riuscita questa terra martoriata dalle epidemie e dalla povertà a risanare le sue ferite? Quali sono i costi della modernità? E soprattutto, è riuscito il progresso ad abbattere il muro fra le due Sardegne? La modernità arriva con la prima strada che attraversa l’isola, ultimata nel 1829. E con la prima rete ferroviaria che risale al 1883. La prima nave di linea che collega la Sardegna al Continente è inaugurata nel 1835. Ma quella sarda è una modernizzazione difficile che, come dicono gli storici, ha assunto i caratteri di una “rivoluzione mancata”.

La cosiddetta Legge delle Chiudende, approvata durante la dominazione sabauda, ha fatto nascere in Sardegna una borghesia che avrebbe dovuto recintare la terra, fino ad allora di proprietà comune, entro i cosiddetti Muretti a secco e incentivare le tecniche più moderne di coltura del suolo. La “rivoluzione” borghese ha portato la modernità, ma ha creato una frattura, che diventerà sempre più stridente fra città e campagna, fra coste ridenti e cupo mondo interno. Fra le due Sardegne. Dopo l’Unità d’Italia, la Sardegna diventa Sud. Cresce la miseria, cresce il brigantaggio, espressione estrema di chi ha dichiarato guerra al mondo e vuole farsi giustizia da sé. Tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 la Sardegna diventa meta di viaggio. Nel 1890 le due Sardegne entrano in una delle più famose Guide turistiche moderne, il Manuel du Voyageur sull’Italia meridionale, la Sicilia e la Sardegna di Karl Baedeker. Ristampato più volte, il Baedeker anticipa l’insuperata Guida del Touring ed è una sintesi di storia, arte e cultura, dove tutto quello che bisogna vedere è segnalato con i famosi 6 aghi dell’asterisco. Con o senza asterischi, le Guide descrivono due mondi: la bellezza del paesaggio costiero e la desolata povertà dell’interno. Nel 1920, David H.Lawrence resta stregato dal fascino primitivo del paesaggio sardo: nel suo racconto Sea and Sardinia coglie la doppia natura dell’isola. La Sardegna «non ha storia» perché ha resistito nei secoli alla modernità. Certo, è entrata «dentro la rete della civiltà europea, ma c’è ancora una Sardegna non conquistata», una Sardegna che resiste, che «non assomiglia a nessun luogo». Che è sospesa nel tempo e meta di un turismo destinato a diventare sempre più rapace. Viaggiare in Sardegna diventa business negli anni del miracolo economico e più tardi, all’inizio degli anni ‘70, quando la crisi del petrolio si abbatterà su uno dei più importanti settori economici dell’isola, il petrolchimico. Il turismo diventa strategico, le coste si riempiono di alberghi. Decolla il turismo intensivo. C’è chi parla di “catastrofe antropologica”.

Ma per il turista di oggi, come per il viaggiatore di inizio ‘900, le Sardegne da scoprire sono 2: quella dei voli di linea e traghetti straripanti e quella magica delle favole, animate di cogas (streghe) e di janas (fate); quella delle spiagge brulicanti e quella profonda come i canti dei tenores che con la sola voce raccontano ancora la gioia e il dolore.