A febbraio ci sono giornate in cui non essere a Siviglia è una specie di crimine contro la ricerca della felicità. Basta così poco. Il sole che scalda ogni cosa e l’inverno che sembra un ricordo, il fiume Guadalquivir scintillante e le sue rive zeppe di giovani e vecchi, il golf piegato sotto
la nuca, chiacchiere e riposo, le piazzette e i vicoli che si riempiono di tavolini e i tavolini che si riempiono di gente e le birre, il vino, il prosciutto tagliato a mano, le tortillas.
Le mura bianche e gialle, la musica che esce da un patio, i cortili dove brillano i colori delle piastrelle azulejos, il profumo di gelsomini, gli aranci, le chiese, il sole terroso che si allunga fino alle sei e mezza, preparando serate indimenticabili, biciclette in giro per vicoli e viali, mercati che aprono all’alba, bar illuminati da luci fioche, prezzi segnati col gesso sul bancone e i gamberetti sgusciati di notti che non finiscono più. Come si potrebbe essere altrove?
Dall’aeroporto, mezz’ora di autobus, scendi a Puerta de Jerez, attraversi Avenida de la Costitucion e sei davanti alla Catedral, dove fino al 1200 sorgeva la moschea con il suo minareto, poi la moschea divenne la grande cattedrale il minareto divenne la Giralda, il campanile da cui guardare tutta la città. È il vero centro di Siviglia, questo. C’è l’Alcazar a un passo, residenza dei sovrani arabi e poi dei re spagnoli, un capolavoro di arte islamica e cristiana. Un giro nel giardino dell’Alcazar, tra palme e aranci, e fuori è il Barrio di Santa Cruz, i vicoli dell’antico ghetto, gli scorci da cartolina di Plaza Doña Elvira e le storie di Carmen e Don Giovanni. La Siviglia più turistica è qui. E in un momento sei altrove.
Plaza San Francisco e Plaza del Salvador, con i loro bar, sono prese d’assalto da mattina a sera, come l’Alfalfa, un triangolo di vecchi bar e pub celebri fra le orde di studenti Erasmus. Se vuoi sederti un attimo, al chiuso del locale più antico della città, basta arrivare a Calle Gerona, al Rinconcillo: prosciutti appesi, il famoso “fino”, lo sherry più delicato di Jerez de la Frontera, oppure un “tinto de verano”, il vino freddo, estivo, e le mille tapas. Fuori, puoi tornare verso il centro, verso le arterie del commercio sivigliano: Calle Sierpes e Calle Cuna, quasi parallele, hanno grandi negozi tirati a lucido. Io preferisco infilarmi tra i vicoli della Macarena. Ci sono piazzette che sbucano a ogni svolta di vicoli tanto tortuosi da far perdere l’orientamento, muri che trattengono il caldo, angoli di verde e, ovunque, bar. Alejandro, 25 anni, mi aspetta a Plaza del Pumarejo, vicino alle antiche mura della città. Qui, nel palazzo che domina la piazza si riuniscono quelli che vogliono salvare il quartiere. «Perché orde di speculatori sono calati in città a investire: cacciare i vecchi abitanti, svuotare case, rivenderle. E intanto cambia il volto di queste vie, da sempre abitate da gente non proprio ricca».
Oltre il Ponte de la Barqueta, costruito da Calatrava per l’Expo del 92, si aprono spazi dove i padiglioni dell’esposizione per i 500 anni dalla scoperta di Colombo sono stati convertiti in centri congressi o abbandonati alla natura. «Là ci sono las Carpas, i tendoni dove si tengono i rave e qui intorno s’incontrano gli skater», mi spiega Alejandro, spingendomi verso est, verso Triana. È Triana, il futuro cuore popolare di Siviglia, mentre le vie della Macarena cadono sotto il controllo di immobiliaristi senza scrupoli. Triana, dove viveva la comunità gitana in case rigogliose di piante colorate, sogni di flamenco e corrida. Racconta Hemingway che i sanguigni eroi di stirpe gitana decisi a diventare toreri sapevano bene come trovare un toro per allenarsi. Senza soldi per pagarsi il corso classico, attraversavano il Guadalquivir di notte per penetrare negli allevamenti dei ricchi.
Percorrendo le vie di Triana, a ogni angolo c’è una targa che ricorda un matador morto nell’arena, a ogni angolo c’è un bar con muri ricoperti di foto delle grandi corride, il resto sono case e club di flamenco. I turisti possono comprare il biglietto per uno spettacolo con drink incluso a Santa Cruz, ma chi vuole vedere davvero la danza del sangue e del dominio d’amore deve venire qui, in una peña, una specie di club. Scantinati polverosi dove il ballo scatta spontaneo. Calle Betis, lungo il fiume, riporta verso il ponte di San Telma e la Torre de Oro. Intorno c’è il quartiere dell’Arenal, un intrico di ristoranti e baretti che si propagano dalla Plaza de Toros, fino alla Catedral.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035764]]Il sole cala. Per cenare c’è solo da guardarsi attorno. E da aspettare. Perché a Siviglia non puoi mangiare alle otto, al limite puoi farti una siesta rtitardata funzionale alla serata, in una delle tante pensioncine a buon prezzo. Quando è ora io e Alejandro ce ne andiamo a Patio San Eloy a mangiare su scaloni pieni di gente, a incontrare Federico, 28 anni, che lavora come ingegnere su progetti urbanistici aperti alla partecipazione dei cittadini. Ci deve accompagnare all’Alameda, il centro della vita notturna di Siviglia, la grande piazza da anni al centro di una lotta fra giovani che vogliono vivere le lunghe notti sivigliane e autorità. «Le autorità difendono gli speculatori», dice Federico. «Si è arrivati a una “riqualificazione” che ha eliminato il verde, le panchine, i punti di incontro. I nuovi bar non sembrano sivigliani, ma catalani, di una modernità alla Barcellona».
La legge contro i botellones, i raduni di giovani, ha distrutto abitudini antiche. Ma i Sivigliani sono abituati a resistere: «Possono fare qualsiasi cosa, ma tutto questo è nostro», continua Alejandro, arrivando davanti all’Habanilla, storico locale dell’Alameda. Tutti seduti in terra a bere e se la polizia deve venire che faccia pure. La nottata comincia. Continuerà tra i locali intorno alla piazza, i discopub e l’ultima birra al “bar de la puta”, affollato un tempo da prostitute e ancora l’ultimo a chiudere, in barba a qualsiasi regolamento. Continuerà fino all’alba. Quando il sole tornerà a scaldare la città, a illuminare il bianco e il giallo di case, chiese, torrette. Il bianco e il giallo di Siviglia. Così semplice può essere la felicità.
Le mura bianche e gialle, la musica che esce da un patio, i cortili dove brillano i colori delle piastrelle azulejos, il profumo di gelsomini, gli aranci, le chiese, il sole terroso che si allunga fino alle sei e mezza, preparando serate indimenticabili, biciclette in giro per vicoli e viali, mercati che aprono all’alba, bar illuminati da luci fioche, prezzi segnati col gesso sul bancone e i gamberetti sgusciati di notti che non finiscono più. Come si potrebbe essere altrove?
Dall’aeroporto, mezz’ora di autobus, scendi a Puerta de Jerez, attraversi Avenida de la Costitucion e sei davanti alla Catedral, dove fino al 1200 sorgeva la moschea con il suo minareto, poi la moschea divenne la grande cattedrale il minareto divenne la Giralda, il campanile da cui guardare tutta la città. È il vero centro di Siviglia, questo. C’è l’Alcazar a un passo, residenza dei sovrani arabi e poi dei re spagnoli, un capolavoro di arte islamica e cristiana. Un giro nel giardino dell’Alcazar, tra palme e aranci, e fuori è il Barrio di Santa Cruz, i vicoli dell’antico ghetto, gli scorci da cartolina di Plaza Doña Elvira e le storie di Carmen e Don Giovanni. La Siviglia più turistica è qui. E in un momento sei altrove.
Plaza San Francisco e Plaza del Salvador, con i loro bar, sono prese d’assalto da mattina a sera, come l’Alfalfa, un triangolo di vecchi bar e pub celebri fra le orde di studenti Erasmus. Se vuoi sederti un attimo, al chiuso del locale più antico della città, basta arrivare a Calle Gerona, al Rinconcillo: prosciutti appesi, il famoso “fino”, lo sherry più delicato di Jerez de la Frontera, oppure un “tinto de verano”, il vino freddo, estivo, e le mille tapas. Fuori, puoi tornare verso il centro, verso le arterie del commercio sivigliano: Calle Sierpes e Calle Cuna, quasi parallele, hanno grandi negozi tirati a lucido. Io preferisco infilarmi tra i vicoli della Macarena. Ci sono piazzette che sbucano a ogni svolta di vicoli tanto tortuosi da far perdere l’orientamento, muri che trattengono il caldo, angoli di verde e, ovunque, bar. Alejandro, 25 anni, mi aspetta a Plaza del Pumarejo, vicino alle antiche mura della città. Qui, nel palazzo che domina la piazza si riuniscono quelli che vogliono salvare il quartiere. «Perché orde di speculatori sono calati in città a investire: cacciare i vecchi abitanti, svuotare case, rivenderle. E intanto cambia il volto di queste vie, da sempre abitate da gente non proprio ricca».
Oltre il Ponte de la Barqueta, costruito da Calatrava per l’Expo del 92, si aprono spazi dove i padiglioni dell’esposizione per i 500 anni dalla scoperta di Colombo sono stati convertiti in centri congressi o abbandonati alla natura. «Là ci sono las Carpas, i tendoni dove si tengono i rave e qui intorno s’incontrano gli skater», mi spiega Alejandro, spingendomi verso est, verso Triana. È Triana, il futuro cuore popolare di Siviglia, mentre le vie della Macarena cadono sotto il controllo di immobiliaristi senza scrupoli. Triana, dove viveva la comunità gitana in case rigogliose di piante colorate, sogni di flamenco e corrida. Racconta Hemingway che i sanguigni eroi di stirpe gitana decisi a diventare toreri sapevano bene come trovare un toro per allenarsi. Senza soldi per pagarsi il corso classico, attraversavano il Guadalquivir di notte per penetrare negli allevamenti dei ricchi.
Percorrendo le vie di Triana, a ogni angolo c’è una targa che ricorda un matador morto nell’arena, a ogni angolo c’è un bar con muri ricoperti di foto delle grandi corride, il resto sono case e club di flamenco. I turisti possono comprare il biglietto per uno spettacolo con drink incluso a Santa Cruz, ma chi vuole vedere davvero la danza del sangue e del dominio d’amore deve venire qui, in una peña, una specie di club. Scantinati polverosi dove il ballo scatta spontaneo. Calle Betis, lungo il fiume, riporta verso il ponte di San Telma e la Torre de Oro. Intorno c’è il quartiere dell’Arenal, un intrico di ristoranti e baretti che si propagano dalla Plaza de Toros, fino alla Catedral.
[[ge:rep-locali:repubblica:117035764]]Il sole cala. Per cenare c’è solo da guardarsi attorno. E da aspettare. Perché a Siviglia non puoi mangiare alle otto, al limite puoi farti una siesta rtitardata funzionale alla serata, in una delle tante pensioncine a buon prezzo. Quando è ora io e Alejandro ce ne andiamo a Patio San Eloy a mangiare su scaloni pieni di gente, a incontrare Federico, 28 anni, che lavora come ingegnere su progetti urbanistici aperti alla partecipazione dei cittadini. Ci deve accompagnare all’Alameda, il centro della vita notturna di Siviglia, la grande piazza da anni al centro di una lotta fra giovani che vogliono vivere le lunghe notti sivigliane e autorità. «Le autorità difendono gli speculatori», dice Federico. «Si è arrivati a una “riqualificazione” che ha eliminato il verde, le panchine, i punti di incontro. I nuovi bar non sembrano sivigliani, ma catalani, di una modernità alla Barcellona».
La legge contro i botellones, i raduni di giovani, ha distrutto abitudini antiche. Ma i Sivigliani sono abituati a resistere: «Possono fare qualsiasi cosa, ma tutto questo è nostro», continua Alejandro, arrivando davanti all’Habanilla, storico locale dell’Alameda. Tutti seduti in terra a bere e se la polizia deve venire che faccia pure. La nottata comincia. Continuerà tra i locali intorno alla piazza, i discopub e l’ultima birra al “bar de la puta”, affollato un tempo da prostitute e ancora l’ultimo a chiudere, in barba a qualsiasi regolamento. Continuerà fino all’alba. Quando il sole tornerà a scaldare la città, a illuminare il bianco e il giallo di case, chiese, torrette. Il bianco e il giallo di Siviglia. Così semplice può essere la felicità.