Anche quest'anno è arrivato il momento di sottoporsi al cosiddetto OPC (Operator Proficency Check), che noi piloti chiamiamo familiarmente “check al simulatore” e che è necessario superare per rinnovare la licenza di pilota, la nostra “patente”. È un vero e proprio esame, durante il quale un pilota “controllore” verifica se un equipaggio, regolarmente composto da un comandante e dal suo secondo, risponde ai requisiti minimi richiesti per poter svolgere la propria professione. Si comincia con le “domandine”: un centinaio di quiz sugli impianti di bordo dell'aereo e i regolamenti aeronautici. Dopo la correzione del “compito in classe” (almeno il 75% delle risposte deve risultare esatto), si passa alla pianificazione di un normalissimo volo di linea. A questo punto, ed è passata un'ora e mezzo dall'inizio della prova, arriva il momento di entrare dentro al simulatore per cominciare il “volo” che si è appena preparato.
Dico cominciare, perché quel volo non giungerà mai a destinazione: poco dopo il decollo infatti una grave avaria, selezionata a caso tra le tante possibili, costringerà l'equipaggio a dirottare in emergenza su un altro aeroporto, scelto in base alle condizioni del momento. Un voletto di solo due ore, ma complicato da gestire. E l'esame non è ancora finito: una breve pausa per un meritato caffè e poi via, per la seconda fase. Altre due ore dentro al simulatore per una nutrita serie di atterraggi e decolli con vento al traverso, turbolenza e visibilità ridotta al minimo, all'occorrenza complicati dall'avaria di uno dei motori. Ancora mezz'ora per il cosiddetto “debriefing”, una sorta di scrutinio con tanto di giudizio finale, e poi finalmente a casa, più stanchi che dopo un'intera giornata passata in volo... quello vero. Anche per questa volta tutto è andato bene, ma tra sei mesi ci sarà un altro di questi check al simulatore, con un “compitino” dedicato alle attrezzature di emergenza, come gli scivoli per l'evacuazione rapida dell'aereo e gli estintori di bordo, e prima che l'anno finisca toccherà fare anche il “check in volo”, una serie di voli normalissimi, ma condotti sotto la sorveglianza di un esaminatore. E l'anno prossimo si ricomincia perché per noi piloti, per dirla con l'indimenticabile Eduardo De Filippo, “gli esami non finiscono mai”.
Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali.
Dico cominciare, perché quel volo non giungerà mai a destinazione: poco dopo il decollo infatti una grave avaria, selezionata a caso tra le tante possibili, costringerà l'equipaggio a dirottare in emergenza su un altro aeroporto, scelto in base alle condizioni del momento. Un voletto di solo due ore, ma complicato da gestire. E l'esame non è ancora finito: una breve pausa per un meritato caffè e poi via, per la seconda fase. Altre due ore dentro al simulatore per una nutrita serie di atterraggi e decolli con vento al traverso, turbolenza e visibilità ridotta al minimo, all'occorrenza complicati dall'avaria di uno dei motori. Ancora mezz'ora per il cosiddetto “debriefing”, una sorta di scrutinio con tanto di giudizio finale, e poi finalmente a casa, più stanchi che dopo un'intera giornata passata in volo... quello vero. Anche per questa volta tutto è andato bene, ma tra sei mesi ci sarà un altro di questi check al simulatore, con un “compitino” dedicato alle attrezzature di emergenza, come gli scivoli per l'evacuazione rapida dell'aereo e gli estintori di bordo, e prima che l'anno finisca toccherà fare anche il “check in volo”, una serie di voli normalissimi, ma condotti sotto la sorveglianza di un esaminatore. E l'anno prossimo si ricomincia perché per noi piloti, per dirla con l'indimenticabile Eduardo De Filippo, “gli esami non finiscono mai”.
Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali.