È tornata l'estate, e con essa le giornate afose e le nottate a finestre spalancate nello spesso vano tentativo di catturare un po' di fresca brezza notturna. Birra fredda in una mano e nell'altra il telecomando, mi dedico al rituale zapping su canali locali in cerca di vecchi film. Ce n'è uno di genere catastrofico aeronautico e mi ci soffermo per un po'.
Un vecchio aereo a elica è in avaria e plana verso la giungla, mentre il pilota trasmette la sua posizione prima di tentare un atterraggio di fortuna: “Passo e chiudo” urla nel microfono... e qui mi scappa da ridere, perché una frase del genere, in una cabina d'aereo, non la sentirete mai dire. Nel gergo radiotelefonico dei piloti la chiarezza e la concisione dei messaggi sono un requisito irrinunciabile, pena la non comprensione del messaggio stesso.
Ad esempio, parole come “sì” o “no” sono bandite: troppo corte, potrebbero perdersi nel semplice gracchiare di sottofondo di una trasmissione un po' disturbata, con conseguenze magari drammatiche: al loro posto si usano espressioni come “affermativo” e “negativo”.
E ci sono parole che, da sole, riassumono un'intera frase, come il termine inglese “clear”, che fino a qualche anno fa veniva usato per concedere autorizzazioni, ma anche per comunicare che la pista era libera da altri aerei.
Ebbene, in un contesto di messaggi radio che si accavallavano, la confusione tra questi due significati è stato uno dei fattori che hanno dato origine al peggior disastro dell'aviazione commerciale, quello del 1977 a Tenerife. Da allora la parola “clear” viene utilizzata solo per indicare le autorizzazioni, mentre l’atto di liberare la pista viene espresso con il termine “vacate”.
Anche “passo” (in inglese “over”) ha un preciso significato: “il mio messaggio è finito, attendo una risposta”; mentre “chiudo” (“out” in inglese) vuol dire che “la mia trasmissione è finita e non attendo nessuna risposta”. Chissà dunque se il pilota del film, col suo “passo e chiudo”, aspettava o non aspettava una risposta dal suo interlocutore? E su questo interrogativo il sonno ha avuto la meglio sul caldo e me ne sono andato a dormire.
Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali
Un vecchio aereo a elica è in avaria e plana verso la giungla, mentre il pilota trasmette la sua posizione prima di tentare un atterraggio di fortuna: “Passo e chiudo” urla nel microfono... e qui mi scappa da ridere, perché una frase del genere, in una cabina d'aereo, non la sentirete mai dire. Nel gergo radiotelefonico dei piloti la chiarezza e la concisione dei messaggi sono un requisito irrinunciabile, pena la non comprensione del messaggio stesso.
Ad esempio, parole come “sì” o “no” sono bandite: troppo corte, potrebbero perdersi nel semplice gracchiare di sottofondo di una trasmissione un po' disturbata, con conseguenze magari drammatiche: al loro posto si usano espressioni come “affermativo” e “negativo”.
E ci sono parole che, da sole, riassumono un'intera frase, come il termine inglese “clear”, che fino a qualche anno fa veniva usato per concedere autorizzazioni, ma anche per comunicare che la pista era libera da altri aerei.
Ebbene, in un contesto di messaggi radio che si accavallavano, la confusione tra questi due significati è stato uno dei fattori che hanno dato origine al peggior disastro dell'aviazione commerciale, quello del 1977 a Tenerife. Da allora la parola “clear” viene utilizzata solo per indicare le autorizzazioni, mentre l’atto di liberare la pista viene espresso con il termine “vacate”.
Anche “passo” (in inglese “over”) ha un preciso significato: “il mio messaggio è finito, attendo una risposta”; mentre “chiudo” (“out” in inglese) vuol dire che “la mia trasmissione è finita e non attendo nessuna risposta”. Chissà dunque se il pilota del film, col suo “passo e chiudo”, aspettava o non aspettava una risposta dal suo interlocutore? E su questo interrogativo il sonno ha avuto la meglio sul caldo e me ne sono andato a dormire.
Pietro Pallini è pilota di voli intercontinentali